Malinovskyi: "I miei in Ucraina sotto missili e droni. Ricordo la mia caviglia spezzarsi come un grissino"
La Gazzetta dello Sport

Malinovskyi: "I miei in Ucraina sotto missili e droni. Ricordo la mia caviglia spezzarsi come un grissino"

Martedì 9 giugno 2026
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Il centrocampista ucraino lascia il Genoa per trasferirsi a parametro zero al Trabzonspor: "Il mio obiettivo sono i prossimi Europei e magari di nuovo la Champions: con l'Atalanta nel 2020 ho creduto tantissimo di giocare la finale..."

Il centrocampista ucraino lascia il Genoa per trasferirsi a parametro zero al Trabzonspor: "Il mio obiettivo sono i prossimi Europei e magari di nuovo la Champions: con l'Atalanta nel 2020 ho creduto tantissimo di giocare la finale..."

Dal nostro inviato  Gregorio Spigno 9 giugno - 11:18 - GENOVA English version

Se la storia di Ruslan Malinovskyi dovesse essere paragonata ad un film, il più adatto sarebbe probabilmente "Il gigante di ferro". Non solo per un mancino di titanio (per certi versi nel vero senso della parola) o la capacità di mettersi alle spalle un infortunio horror in tempi record - 149 giorni per recuperare da frattura e lussazione articolare del perone - ma pure perché la prima (mezza) lacrima è piovuta solo al momento dell'addio. Dopo 6 anni e mezzo in Italia tra Genoa e Atalanta, il tempo dei saluti è arrivato. Destinazione Trabzonspor, Turchia. "Sul piano delle emozioni, tutta la settimana dell'ultima di campionato è stata difficile: mi sono arrivati tanti messaggi, tutti sapevano che Genoa-Milan sarebbe stata la mia ultima partita al Ferraris", racconta l'ucraino. "Da sportivo ero un po' arrabbiato per la sconfitta anche se non contava nulla. Ringrazio tutto il popolo genoano e le persone che mi hanno scritto anche da Bergamo".

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L'Italia è diventata casa sua?
"Dopo l'Ucraina, sì. Ho passato un po' di tempo tra Belgio e Francia, ma 6 anni e mezzo meravigliosi non si cancellano. Vedremo dove vivrò a fine carriera, però sì, questa è casa: i miei figli sono nati in Italia e mia moglie sta bene qui. Inizialmente non mi seguirà in Turchia. Ne parleremo solo dopo un po', mia figlia va a scuola e sta bene qui, ha tanti amici. Ma io voglio giocare ancora. Il mio obiettivo sono i prossimi Europei e magari di nuovo la Champions: ho fatto una ventina di partite, è una roba diversa".

Ha chiesto ad Ekuban, genoano ex Trabzonspor, com'è l'ambiente lì?
"Certo, mi ha parlato di tutti gli aspetti positivi: uno stadio bello e caldo, un'atmosfera in cui amano il calcio. A me piacciono pressione e tensione, voglio sentirli ancora". 

Nel 2013 raggiunse la promozione nella massima categoria ucraina con il Sevastopol, club che poi si sciolse a causa della guerra del Donbass. Già all'epoca...
"Prima giocavo in C con la terza squadra dello Shakhtar, poi andai proprio al Sevastopol: una città che viveva di calcio, ma in una zona occupata dalla Russia. Bisognava scappare da lì. I miei genitori, mio fratello, più in generale la mia famiglia e molti amici sono tutti rimasti in Ucraina ancora oggi. La situazione è sempre la stessa: droni, missili balistici, sirene che suonano quando qualcosa passa sui cieli della città… Possiamo passare a un tema più soft?".

Certo: è vero che ben prima del Genoa sfiorò la Samp?
"Sì, avevo parlato con un po' di persone. Mi fecero una proposta quando giocavo nel Genk, ma poi arrivò l'Atalanta e sono orgoglioso di aver vissuto quel periodo. Giocare in quella Dea è stato meraviglioso: calciatori forti come Ilicic, il Papu, Zapata, Muriel, e un grande allenatore. Magari non l'Atalanta più forte, perché poi ha vinto l'Europa League, ma in quel momento la sensazione generale dentro lo spogliatoio era che potessimo vincere addirittura lo scudetto. C'era questa mentalità". 

Sfioraste la semifinale di Champions League: sconfitta ai quarti con il Psg da 1-0 a 1-2 tra il 90' ed il 93'...
"Con Remo Freuler che si stira e non può proseguire la partita mentre abbiamo appena finito i cambi... Episodi che fanno la differenza. Il Psg dell'epoca non era quello di oggi, ma in semifinale avremmo giocato contro il Lipsia. Il pensiero di poter giocare la finale lo avevo eccome, avremmo scritto la storia. Ci credevo tantissimo". 

Dopo il suo addio all'Atalanta si parlò di qualche sua incomprensione con Gasperini: realtà o fantasia?
"Macché, una normalissima situazione di calcio: erano arrivati nuovi calciatori, io giocavo meno e si è presentata l'occasione di andare a Marsiglia. Quello che è stato scritto sul rapporto tra me ed il mister è falso, non successe proprio nulla. Ci siamo sempre parlati, un rapporto perfetto fino all'ultimo giorno".

E De Rossi che allenatore è?
“Dopo l'infortunio di Venezia e la preparazione non avevo giocato molto, persi un anno tra recupero e rimozione della placca. Avevo bisogno di minutaggio per riprendere il ritmo ed il mister mi ha dato subito fiducia e più libertà in zona offensiva. Lo ringrazio, perché sono cresciuto in tante cose grazie a lui. Con DDR in panchina, il Grifone può volare in alto".

A proposito dell'infortunio di Venezia: le immagini fanno senso, la caviglia sembra spezzarsi, il piede destro va in una direzione del tutto innaturale. Cosa provò in quei momenti?
"Panico. Nessun dolore, solo panico. Ho sentito il rumore di un grissino che si spezza: crac. Poi ho guardato e lì ho capito che sarei rimasto fuori un bel po'. Non potevo più controllare le emozioni". 

Ma 149 giorni dopo rientra, quando per un infortunio simile sarebbero necessari 6 mesi. Come recuperò così rapidamente?
"Devo ringraziare due dottori: Federico Santolini, un vero genoano sempre presente in gradinata Nord, che dopo la trasferta corse a mezzanotte per operarmi. E suo figlio Emmanuele, che ha seguito il mio recupero a casa passo dopo passo trasmettendomi positività. Mi dissero che per loro sarei tornato davvero solo nel momento in cui avessi segnato sotto la Nord: ho mantenuto la promessa".

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