Lopetegui: "Qatar senza paura al Mondiale! Sotto i missili siamo arrivati qui"
La Gazzetta dello Sport

Lopetegui: "Qatar senza paura al Mondiale! Sotto i missili siamo arrivati qui"

Mercoledì 10 giugno 2026
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Il ct basco della nazionale asiatica: "All’arrivo uno shock, ero abituato a un altro livello. Ma siamo cresciuti. Il Mondiale di otto anni fa perduto con il licenziamento da ct della Spagna a due giorni dal torneo? Mi ha rafforzato, rifarei tutto allo stesso modo"

Il ct basco della nazionale asiatica: "All’arrivo uno shock, ero abituato a un altro livello. Ma siamo cresciuti. Il Mondiale di otto anni fa perduto con il licenziamento da ct della Spagna a due giorni dal torneo? Mi ha rafforzato, rifarei tutto allo stesso modo"

Dal nostro corrispondente  Filippo Maria Ricci 10 giugno - 09:06 - MADRID (SPAGNA) English version

La storia di Julen Lopetegui con i Mondiali è decisamente particolare. Nel 1994 venne negli Stati Uniti come terzo portiere. Nel 2018 atterrò in Russia come ct della Spagna con alle spalle 20 partite senza sconfitte e a due giorni dal debutto fu mandato a casa dal poi vituperato presidente federale Luis Rubiales perché aveva accettato l’offerta di allenare il Real Madrid. Oggi è di nuovo in America con quella che sulla carta è senza dubbio una delle nazionali più deboli delle 48 partecipanti, il Qatar. 

VIDEO: Quando Lopetegui pianse alla presentazione con il Real Madrid

Partiamo da 32 anni fa. Ricordi? 

"Che meritavamo di battere l’Italia!". 

Ricordiamo: quarto di finale segnato per noi dal gol di Baggio all’88’ e per gli spagnoli dalla gomitata di Tassotti a Luis Enrique. 

"Avevamo una nazionale unita, convinta, molto fisica, stavamo crescendo fino a che l’Italia ci ha eliminato all’italiana: facendoci soffrire. Noi ci mangiamo la nostra grande occasione e loro ci puniscono un attimo dopo. Tanta amarezza, diciamo che il sangue uscito dal naso di Luis Enrique fotografa la nostra frustrazione". 

Lo scontro tra Tassotti e Luis Enrique a Usa 94

E poi la Russia. Ripensa a quel Mondiale perduto in quel modo? 

"Non ho tempo per la nostalgia". Julen ride. "Nella vita bisogna guardare avanti. Quella cosa è successa, mi ha rafforzato, e se guardo indietro ho una sola certezza: rifarei tutto allo stesso modo, al 100 per cento". 

E ora il Mondiale col Qatar. 

"Un grande successo, perché la prima cosa da dire è che i qatarioti sono appena 300.000. Di questi non so se arriviamo a 10.000 persone che giocano a calcio. Un numero bassissimo, e a peggiorare le cose c’è il fatto che tanti dei ragazzi che sono qui con me giocano pochissimo nei rispettivi club, che sono pieni di stranieri. Un handicap enorme. Il Qatar rispetto ad altri Paesi limitrofi è partito tardi nel processo di assimilazione di talento straniero. Quando siamo arrivati per restare vivi nella corsa al Mondiale dovevamo battere l’Iran che è considerato il Brasile asiatico. Ci siamo messi al lavoro per assorbire rapidamente la cultura sociale e sportiva del Paese con un’idea precisa: capire ciò che potevamo fare. Non era il caso di salire in cattedra, ma al contrario di scendere e incontrare i nostri ragazzi, conoscerli, ordinarli e motivarli. Vittoria 1-0 e playoff, 4 mesi dopo". 

Contro Oman ed Emirati Arabi. 

"Due squadre che prima del nostro arrivo avevano battuto il Qatar, gli Emirati addirittura 5-0 là e 3-1 da noi. Erano pieni di naturalizzati. Abbiamo cercato di aiutare i nostri giocatori, eravamo abituati a un altro livello ed è stato uno shock importante. E non è che potevamo deprimere i nostri facendo paragoni inutili, lamentandoci o criticando. Il messaggio doveva essere positivo. È stata una sfida molto bella. Abbiamo fatto 0-0 con l’Oman che poi ha perso con gli Emirati, i grandi favoriti che abbiamo battuto: 2-1 e prima qualificazione al Mondiale sul campo per il Qatar. Una soddisfazione enorme". 

Si sentiva in debito col Mondiale? 

"No. Il calcio non mi deve nulla perché mi ha regalato tantissime cose meravigliose. Questa del Qatar era una sfida enorme a livello professionale e personale: resettare completamente e ripartire da un calcio e da una cultura molto diversi da quelli a cui ero abituato. Potevamo rimanere fuori dal Mondiale dopo la prima partita… È stata un’esperienza bestiale, incredibilmente costruttiva". 

A marzo non avete potuto giocare le amichevoli per gli attacchi missilistici, a maggio vi hanno cancellato altre due partite col Sudan. 

"Sì, non la preparazione migliore. Io quando è scoppiata la guerra sono rimasto a Doha, e non ho mai avuto dubbi in proposito: moralmente sentivo l’obbligo di stare vicino ai giocatori, avevo una responsabilità nei confronti del Paese. È dura, fa paura, i famigliari in Spagna erano preoccupatissimi, ma c’è grande organizzazione e impari a convivere con gli allarmi, ti arrivano i messaggi sul telefono quando si prevede un attacco, ti danno istruzioni precise e dopo un po’ ti abitui, anche se vedi i missili e senti le bombe a qualche chilometro di distanza. Resti in casa, niente lavoro, niente campionato e niente allenamenti per i giocatori. E poi le partite annullate perché il Sudan quando è arrivato è stato rispedito indietro: diversi giocatori avevano un’infezione contagiosa". 

Siete nel gruppo dove poteva essere l’Italia. 

"Ci siamo guadagnati il diritto di essere qui, ora cercheremo di essere competitivi. Il gruppo è complicato, la Svizzera per me può essere una delle sorprese del torneo, il Canada è la miglior nazionale della zona, meglio degli Usa, e la Bosnia vi ha eliminato. E se fai fuori l’Italia, che io considero ancora una potenza mondiale, qualche merito devi avere. Le tre avversarie sono meglio di noi, ma noi conosciamo molto bene i nostri limiti e cercheremo di minimizzarli". 

Come le sembra il rapporto tra l’America e il calcio, 32 anni dopo? 

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"Molto, molto diverso. Al tempo noi eravamo praticamente degli sconosciuti, il soccer non aveva attecchito, non sapevano nemmeno che c’era il Mondiale. Oggi è tutta un’altra storia. Ci sono tantissimi ragazzi e ragazze che giocano a calcio, la Mls ha attratto stelle di prima grandezza, l’immigrazione ha portato con sé la passione per il nostro sport. La conoscenza e la diffusione del calcio oggi non è paragonabile con quella di allora. La crescita è stata evidente".

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