Cesar Prates: "CR7 mi studiava per imparare le punizioni, ma in Italia mi ricordate per la Gialappa's..."
La Gazzetta dello Sport

Cesar Prates: "CR7 mi studiava per imparare le punizioni, ma in Italia mi ricordate per la Gialappa's..."

Venerdì 12 giugno 2026
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L'ex Sporting si racconta tra campo e rimpianti: "A 17 anni ho avuto un incontro spirituale con Gesù mentre  leggevo la Bibbia. Quando ero allo Sporting feci vedere a Cristiano come calciare di collo. L'errore più grande? Dire no a Capello"

L'ex Sporting si racconta tra campo e rimpianti: "A 17 anni ho avuto un incontro spirituale con Gesù mentre  leggevo la Bibbia. Quando ero allo Sporting feci vedere a Cristiano come calciare di collo. L'errore più grande? Dire no a Capello"

Francesco Albanesi 12 giugno - 08:39 - MILANO English version

Ci sono tanti modi per lasciare un ricordo. Non tutti, però, sono piacevoli. Cesar Prates, in Italia, è diventato un'icona cult: un brasiliano atipico, virale per un tiro spedito fuori dal Delle Alpi nel novembre 2005 e trasformato in gag eterna dalla Gialappa’s. “Sono diventato un meme anche in Brasile. Non mi ha mai dato davvero fastidio, però mi ha segnato la carriera. Ma dico io: chi non ha mai sbagliato un tiro?”. La sua carriera, in effetti, è andata veloce. A 17 anni l’incontro spirituale con Gesù leggendo la Bibbia, a 21 la chiamata del Brasile, a 22 il Real Madrid grazie a Roberto Carlos. L’unico vero rimpianto? Non aver ascoltato Fabio Capello: “Voleva farmi diventare l’attaccante più forte al mondo. Io non l’ho ascoltato”. Prates, 51 anni, oggi vive in Brasile con la moglie e divide il suo tempo tra musica, imprenditoria e… religione.

Cesar, cosa non può mancare nella sua vita di oggi?
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“La Bibbia. A 17 anni ho avuto un incontro spirituale con Gesù proprio mentre la leggevo. Mi facevo tante domande sul senso della vita e cercavo risposte. La fede mi ha aiutato a capire che ognuno ha uno scopo: il mio era diventare un pastore evangelico, una guida spirituale. Mi piace prendermi cura delle persone, della mia famiglia e dei miei amici”. 

Religione, ma anche musica.

“La musica è sempre stata parte della mia vita. È un mezzo spirituale, trasmette emozioni vere. In famiglia c’era una regola: chi non giocava a calcio, suonava. Io ho fatto entrambe le cose. Suono pianoforte e chitarra e canto musica cristiana. Ho iniziato nelle chiese, poi sono arrivati anche i concerti. Quando mi esibisco, mi connetto con Dio”.

Di cosa si occupa principalmente? 
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“Sono Ceo di Cp Group Brasil, un’azienda immobiliare a Santa Catarina. Investiamo in case, uffici e facciamo consulenza per chi vuole entrare in questo settore”.

Riavvolgiamo il nastro: quando nasce il Cesar Prates calciatore? 

“A 17 anni. Mio padre vendette un televisore per pagarmi il biglietto dell’autobus da Aratiba a Porto Alegre, dovevo fare un provino con l’Internacional. Era un investimento su di me. Da ragazzo lavoravo in fattoria, facevo palleggi con le arance per allenarmi e correvo dietro alle galline per migliorare fisicamente. Questa era la mia vita: passione e sacrificio”. 

In carriera ha girato sedici squadre e cinque Paesi. Come nacque la trattativa col Livorno nel 2005? 

“Merito del mio procuratore. Con Donadoni giocavo esterno destro, poi arrivò Mazzone e mi mise trequartista dietro Lucarelli… un matto (ride, ndr). Pensava che da brasiliano dovessi fare il fantasista, ma io ero un terzino. Ho fatto trenta presenze, poi sono andato al Chievo. Scelta sbagliata: dovevo lasciare prima l’Italia. Ormai la mia reputazione era legata a quel famoso tiro in curva”.

Ecco, parliamone di quel famoso tiro. 

“Juventus-Livorno, novembre 2005. Palla respinta da calcio d’angolo, tiro al volo da fuori e palla in curva. Nella mia testa era solo un brutto tiro, non immaginavo diventasse una gag della Gialappa’s. Ancora oggi su YouTube ci sono video di giocatori che svirgolano un tiro con sopra la voce ironica dei telecronisti che urlano ‘Cesar Pratesss’. In Italia mi ricordano più per questo che per tutto il resto”.

Quel tiro in Juve-Livorno?  Ancora oggi su YouTube ci sono video di giocatori che svirgolano un tiro con sopra la voce ironica dei telecronisti che urlano ‘Cesar Pratesss’

Le ha dato fastidio tutto questo? 

“No. Ho sempre accettato le critiche. L’errore fa parte del gioco, anche se lì è stato tutto un po’ esagerato. Non mi sono mai abbattuto: Dio mi ha dato la forza”. 

Che ricordo ha dell’Italia? 

“Cibo incredibile e persone fantastiche. È un Paese con grande cultura e anche molto ironico, questo lo apprezzo. Però gli italiani, quando si fissano su una cosa, a volte si dimenticano di guardare il resto”.

 In effetti, in pochi ricordano il Real Madrid nella sua carriera. 

“L’esperienza migliore della mia vita. Ero un terzino veloce, tecnico, ma poco fisico. Roberto Carlos mi considerava tra i migliori nel ruolo. Grazie a lui arrivai a Madrid nel 1997: avevo 22 anni. C’erano Guti, Raul, Redondo, Hierro, grandi campioni. Ho giocato solo nel Castilla, peccato solo non aver debuttato in prima squadra. Il vero rimpianto, però, rimane un altro”. 

Quale? 

“Un giorno Fabio Capello disse a Roberto Carlos, davanti a me, che avrebbe potuto trasformarmi in uno dei migliori attaccanti al mondo. Io rifiutai: non volevo cambiare ruolo, avevo in testa solo il Mondiale del 1998 da terzino. Alla fine, non ci sono arrivato. Col senno di poi, ho sbagliato: avrei dovuto ascoltare Don Fabio”. 

Un giorno Fabio Capello disse a Roberto Carlos, davanti a me, che avrebbe potuto trasformarmi in uno dei migliori attaccanti al mondo. Io rifiutai: non volevo cambiare ruolo

Ha condiviso lo spogliatoio dello Sporting Lisbona con un giovane CR7: è vero che gli ha dato qualche “dritta” su come calciare le punizioni? 
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“È girata questa voce. Diciamo che gli ho fatto vedere il mio modo di calciare: gambe divaricate, tre passi, impatto col collo del piede. Un metodo che mi aveva insegnato un mio compagno all’Internacional. Cristiano, alla fine di ogni allenamento, mi osservava calciare. Ma lui era già di un altro livello: aveva talento, forza, precisione, una disciplina fuori dal normale. Diceva già che sarebbe diventato il più forte e così è stato”.

 Chiudiamo tornando a quel tiro: lo rifarebbe? 

“Certo. Sempre di collo, sempre forte. Non cambierei nulla. Alla fine, chi non ha mai sbagliato un tiro?”.

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