"I fiori per il matrimonio, la festa fermata, le partite a calcio...": I ferraristi a Monza ricordano Schumi
In questo fine settimana il Cavallino ha deciso di celebrare con una livrea speciale a lui dedicata i 30 anni dalla prima vittoria in divisa Ferrari del campionissimo tedesco all’Autodromo Nazionale
In questo fine settimana il Cavallino ha deciso di celebrare con una livrea speciale a lui dedicata i 30 anni dalla prima vittoria in divisa Ferrari del campionissimo tedesco all’Autodromo Nazionale
dal nostro inviato Giusto Ferronato 4 settembre (modifica alle 10:35) - MONZA Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google"Michael Schumacher si preoccupava per ciascun membro del team, quando mi sono sposato ho pure ricevuto i fiori da parte sua alla cerimonia, aveva tutti i dettagli. Normale che in pista dessimo tutto per lui". Sono stati anche questi dettagli e l’attenzione per essi ciò che hanno reso celebre Schumi all’interno della Ferrari, un’eredità che questo fine settimana a Monza il Cavallino ha deciso di celebrare con una livrea speciale a lui dedicata, a 30 anni dalla prima vittoria in divisa Ferrari del campionissimo tedesco qui all’Autodromo Nazionale. Il ricordo dei fiori è del motorista Luigi Fraboni, che insieme al direttore sportivo Diego Ioverno (arrivato in squadra corse nel 2000) e al capo degli autotrasportatori Pietro Timpini hanno raccontato alcuni aneddoti che hanno reso più vivo, senza dubbio più umano, il ricordo di quegli anni d’oro della rossa con Michael in squadra.
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—Tutti i fan ricordano infatti il pilota, la macchina seriale di trionfi del ciclo 2000-2004 che sbaragliava tutti gli avversari senza tregua. Ma per queste persone Michael non era soltanto il pilota che guidava e sviluppava le monoposto. Era l’uomo che organizzava le partite di calcio, sceglieva i compagni per vincere, trascinava la squadra a sciare e soprattutto osservava chi lavorava accanto a lui, fino a capire da uno sguardo quando fosse arrivato il momento di fermarsi. "Io non avevo assolutamente gli strumenti per capire quanto Michael fosse avanti per l’epoca – ha detto Ioverno - avevo appena cominciato, nel 2000 Michael era già presente e stava costruendo assieme alla squadra un periodo d’oro. Ma soprattutto stava già dimostrando cosa volesse dire essere il prototipo del pilota moderno. Il valore di Michael l’ho imparato in quegli anni, ma l’ho capito ancora di più negli anni a venire". Preparazione atletica, cura della vettura, analisi dei dati e rapporto con la squadra: Schumacher aveva anticipato un modello diventato poi patrimonio della Formula 1. E la sua competitività non si spegneva una volta sceso dall’abitacolo. "Un esempio abbastanza banale e noto era la predilezione di Michael per l’attività fisica – ricorda ancora Ioverno – ci costringeva a giocare a calcio tutte le volte che era possibile. Soprattutto negli anni d’oro, nel 2004, il nostro obiettivo era sapere dove saremmo andati a giocare a calcio il giovedì sera. Ma non andavamo a giocare così, per divertirci, lui andava a giocare per vincere e, in quest’ottica, sceglieva i compagni in modo da avere sempre la squadra più forte".
quel test annullato
—E non era soltanto competizione. Quelle partite erano uno degli strumenti utilizzati da Schumacher per cementare il gruppo: "Questo creava squadra, creava competizione, creava spirito". Lo stesso accadeva lontano dai circuiti: "Un weekend siamo andati a sciare, tutto organizzato da Michael – ricorda Fraboni – ci fece stare in pista tutto il giorno. Per me era veramente un piacere fare tutti questi momenti, come lo potevo sentire normalmente da un grande amico. Lui ti dava una carica proprio perché si sentiva parte del team". Dietro quella capacità di creare gruppo c’era soprattutto un’attenzione quasi personale per chi lavorava con lui. "Spesso spendeva tempo con noi, chiedendoci come andasse, interessandosi della famiglia e guardandoci in faccia, cercando di capire come stavamo". Non era un atteggiamento di facciata. L’esempio più significativo risale a un test a Fiorano nel 2002. "Ci fu una tremenda sessione in cui non avevamo il cambio squadra del turno notturno. Al quarto giorno di pista, con tre notti probabilmente senza dormire, la mattina arrivò Michael in garage e guardò un po’ di facce". Bastarono pochi minuti. "Ci venne comunicato che quel giorno non si girava. Il motivo era che Michael aveva capito che la squadra aveva dato tutto quello che poteva dare in quella settimana e, nel suo interesse e nell’interesse di tutti, prese l’iniziativa di non farci girare quel giorno".
la festa sospesa
—Lo stesso rispetto emerge da un altro episodio, questa volta legato alla festa per il titolo Costruttori conquistato in Malesia nel 2000. "Quella sera – racconta Pietro Timpini - subito dopo la gara, partì tutta una festa, quella famosa con le parrucche rosse. Poi a un certo punto lui si accorse che non tutta la squadra era presente, perché i camionisti come i meccanici, dopo la gara devono smontare e spedire il materiale". Schumacher se ne rese conto e intervenne: "Lui scese in pit lane, fermò la festa e aspettò che anche chi stava ancora lavorando potesse unirsi agli altri". Era questo, secondo chi lo ha vissuto, uno dei tratti meno visibili del campione. "Lui ti faceva capire che ci teneva a te non solo per quello che gli stavi facendo in quel momento, ma proprio per come stavi, per quello che ti succedeva. Questo secondo me è fondamentale". E valeva senza gerarchie: "Questo valeva per ogni singola persona del team".
maniaco dei dati
—Poi c’era lo Schumacher tecnico. Un pilota che non si limitava a dare indicazioni agli ingegneri, ma voleva comprendere, analizzare e sperimentare. "Era una persona molto aperta, quindi non aveva mai paura di parlare – ricorda Ioverno - se c’erano cose sulle quali non era d’accordo, si faceva spiegare. Magari a volte aveva anche ragione lui, però era sempre pronto a stimolare e provare le cose, sempre pronto ad aprire un po’ gli orizzonti". La Formula 1 dell’epoca glielo permetteva. "Era un mondo totalmente diverso, si girava sempre". Il circuito era il vero laboratorio: "Il vero banco di prova era la pista. In quegli anni avevamo il test team gomme, il test team sviluppo. Nel 2005 abbiamo avuto il race team e tre test team". Schumacher sfruttava quella possibilità fino in fondo. "Michael era molto sensibile, i dati li guardava, lavorava tanto con i suoi ingegneri". C’era un aspetto in particolare sul quale poteva trascorrere ore: "Michael era un maniaco del traction control". Accanto a lui c’era anche Andrea Stella: "Passavano ore a guardare queste righe e noi li guardavamo e dicevamo: come stanno facendo?". Settavano la macchina particolare su particolare, perché l’elettronica era libera e anche un parametro come la dolcezza del servosterzo era attenzionata dal campione.
il gp dai maxischermi
—Ma il pilota non si limitava alla telemetria. Anche durante le gare osservava quello che accadeva intorno a lui: "Una delle cose che mi ricordo meglio – dice Ioverno - e che mi impressionò all’epoca è che Michael guardava la gara dai maxischermi accanto alle tribune". Le comunicazioni radio erano molto più limitate di oggi e talvolta il confronto con il muretto diventava acceso: "Ricordo casi in cui l’interazione era diventata anche accesa e qualcuno gli ha detto: 'Tu guida, poi noi ci pensiamo'...". A distanza di anni, chi era accanto a Schumacher riconosce soprattutto quanto quel metodo fosse in anticipo sui tempi. "Non ci rendevamo conto all’epoca di come Michael fosse un precursore di un modo di interagire e lavorare con la squadra che poi si è diffuso dappertutto". Dopo di lui, infatti, "chi lo ha sostituito organizzava feste, organizzava eventi e cercava di stare insieme alla squadra". Una modalità che oggi appare normale, ma allora rappresentò "un punto di rottura rispetto ai piloti del decennio precedente". E se quello Schumacher dovesse essere trasportato nella Formula 1 di oggi? La risposta di Fraboni è immediata: "Michael era unico per la sua modernità e quindi oggi sarebbe a suo agio anche con queste macchine, soprattutto adesso che su queste F1 ci sono tante operazioni da fare". E cosa è rimasto del suo metodo di lavoro a Maranello? "Attenzione ai dettagli, imparare dagli errori senza colpevolizzare e senza puntare il dito, ma prenderli come spunto di crescita, essere consapevoli che ogni membro della squadra è un contribuente fondamentale al risultato finale. Sono approcci che la Ferrari ha sviluppato in quel periodo con Michael, per Michael, insieme a Michael e che ci portiamo avanti in questi anni". Un aggettivo per definirlo? La risposta di Ioverno è arrivata senza esitazioni: "Generoso". E se fosse stato questo il vero segreto delle vittorie di Michael Schumacher?
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