Gli spot auto scorretti che fanno rumore
Dalla pubblicità che oggi farebbe saltare il telecomando, alle campagne moderne che scatenano polemiche per un gesto o una battuta. Ecco alcuni degli spot automobilistici più discussi tra Italia, Regno Unito e Stati Uniti. Si parte dai casi italiani in cui ironia e doppio senso hanno fatto rumore, all’America con il Super Bowl, laboratorio di eccessi, dove centinaia di milioni di spettatori in una notte spingono i brand a osare. In fondo, la pubblicità scorretta racconta meno le auto e molto di più il tempo in cui viene trasmessa
Dalla pubblicità che oggi farebbe saltare il telecomando, alle campagne moderne che scatenano polemiche per un gesto o una battuta. Ecco alcuni degli spot automobilistici più discussi tra Italia, Regno Unito e Stati Uniti. Si parte dai casi italiani in cui ironia e doppio senso hanno fatto rumore, all’America con il Super Bowl, laboratorio di eccessi, dove centinaia di milioni di spettatori in una notte spingono i brand a osare. In fondo, la pubblicità scorretta racconta meno le auto e molto di più il tempo in cui viene trasmessa
La pubblicità d’auto scorretta non nasce con i social, parte molto prima nel tempo. Il primo esempio è universalmente riconosciuto lo spot Buick Riviera del 1964, spesso citato come esempio di un sessismo oggi improponibile. L'auto può piacere anche a lei, ma il messaggio sottinteso è che solo lui la capisce davvero. All’epoca era normale dire l’indicibile (nessuno si scandalizzava), mentre oggi quell'atteggiamento solleverebbe un putiferio. Da allora la scorrettezza non è scomparsa, ha solo cambiato forma. È diventata più furba, più ammiccante, fatta di doppi sensi, stereotipi e provocazioni calcolate. E quando la pubblicità è entrata nell’era della viralità, ha scoperto che far discutere può diventare un acceleratore di notorietà. Si arriva infatti a parlare del gesto, della battuta, dello scandalo… spesso più che dell’auto. In Italia il tema è stato declinato con una sfumatura tipica, con meno aggressività frontale e più ironia pop, tra allusioni sessuali, metafore discutibili e parodie che sfiorano più o meno velatamente i concorrenti. E negli ultimi anni si è aggiunta una categoria nuova, lo spot che non è scorretto nelle intenzioni, ma diventa controverso per come viene percepito. Come lo "shhh" della regina dei social letto da molti come un arrogante "zitti voi". Un capitolo a parte lo meritano gli Stati Uniti, perché molte pubblicità borderline nascono lì e quasi sempre nello stesso luogo: il Super Bowl. Non è solo una partita, è il più grande palcoscenico pubblicitario dell’anno. Uno spot in quella serata viene visto da centinaia di milioni di persone in pochi minuti, e diventa automaticamente un evento. È anche per questo che i brand osano, perché hanno una finestra enorme, irripetibile, e puntano a farsi notare a qualunque costo. Con ironia pesante, provocazioni, temi delicati, stereotipi o simboli sacri messi in un contesto commerciale. E c’è un altro dettaglio, quasi cinico, che spiega molte scelte, anche quando uno spot viene contestato e magari modificato o ritirato, spesso succede dopo che la serata ha fatto il suo lavoro. Il messaggio è già passato, è già diventato conversazione, è già finito nei telegiornali e nei social. In altre parole, a volte il rischio è parte del piano, perché nel giorno del Super Bowl non si compra solo spazio pubblicitario, si compra un posto nella discussione nazionale. Questo fotoracconto raccoglie alcuni casi celebri, italiani e internazionali, per capire dove finisce l’ironia e dove comincia l'eccesso.
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