Viviano: "In panchina all'Arsenal puzzavo di vodka. L'Inter? Il mio rimpianto"
La Gazzetta dello Sport

Viviano: "In panchina all'Arsenal puzzavo di vodka. L'Inter? Il mio rimpianto"

Sabato 7 febbraio 2026
5 visualizzazioni

L'ex portiere: "Una coltellata non andare a Euro 2012. Il mio rimpianto più grande? Essermene andato dal club nerazzurro all'ultimo anno di Julio Cesar"

L'ex portiere: "Una coltellata non andare a Euro 2012. Il mio rimpianto più grande? Essermene andato dal club nerazzurro all'ultimo anno di Julio Cesar"

Andrea Elefante Giornalista 7 febbraio 2026 (modifica alle 09:41) - MILANO

Lo stato di WhatsApp come stato dell’anima. Emiliano Viviano un tempo nell’app verde scriveva "infiammata putrida cagna laida", oggi mette il simbolo dell’infinito e un pesce palla: "Gonfio come sono io, di amore per la mia compagna".

Che evoluzione è? 

"Da calciatore, per tenere viva la fiamma, avevo sempre addosso quel tipo di rabbia. Oggi sono più sereno, ho imparato ad esserlo anche pensando a quel lato del carattere, zero diplomazia, che anche se avevo ragione mi portava al torto. E ha condizionato la mia carriera". 

Mica solo colpa di quello. 

"Io ho fatto tante cazzate e poi gliele racconto, ma non ho mai considerato un errore il dire quello che penso. C’è chi è stato fuori rosa in sei squadre diverse e ogni anno ne ha trovata un’altra, ma Viviano era sempre quello che litigava e parlava troppo, non quello che per un compagno avrebbe dato un arto. Il calcio italiano è come un grande condominio, le voci si moltiplicano e ti stroncano: guardate De Zerbi". 

VIDEO: Viviano e il gelo in Turchia: il portiere trema e resiste a fatica

Che c’entra De Zerbi? 

"In Italia non ha ancora allenato ad alto livello perché ci si lascia condizionare dall’immagine che Roberto dà di se stesso. Si esaltano dei falsi o dei vigliacchi, a lui che ti dice sempre la verità, ma porta rispetto sempre, danno del presuntuoso. Oppure non lo cercano perché hanno paura di non saperlo gestire. Ma il fattore umano, chi è veramente, conta zero? Conta solo come gestire la comunicazione esterna?". 

Con gli arbitri? Ad alcuni facevo anche la supercazzola di 'Amici miei', tanto non capivano

Lei non la gestiva, si direbbe. 

"Infatti ho avuto uno splendido rapporto con allenatori con i quali, grazie al feeling umano, non avevo nemmeno bisogno di dirle, le cose: Cosmi, Zenga, Mihajlovic. Io e Sinisa due o tre volte ci siamo detti di tutto, ma è durata trenta secondi, per lui avrei fatto qualsiasi cosa. Le racconto questa: una mattina, avevo dormito pochissimo, entro nel suo spogliatoio, lui era completamente nudo, e gli dico 'Mister, ho fatto tardi: meglio che oggi non mi alleni'. E lui, tre parole: 'Vai a casa'. Il giorno dopo mi chiama: 'Lo sai che se ieri mi avessi trovato una scusa, non avresti rivisto il campo fino a fine campionato?'". 

E con gli arbitri come andava? 

"Con i più duri, benissimo. Per un 'Fai schifo' l’ultimo mio anno di B ho preso un rosso diretto, con Pairetto ho esagerato da bestie e lui ha fatto finta di niente. Ad alcuni facevo anche la supercazzola di 'Amici miei', tanto non capivano...". 

Prima di diventare portiere faceva l’attaccante. 

"E contemporaneamente il ciclista, fino a 12 anni: avevo un futuro ma si faceva troppa fatica. Io il cardio non l’ho mai sopportato: meglio 1500 tuffi e quattro ore di palestra del cardio. Mi sono sempre allenato al venti per cento, forse anche meno: avevo un tale strapotere fisico che potevo permettermelo, mi veniva tutto facile, però poi alla lunga ti arriva il conto". 

E con Zeman come faceva? 

"Un giorno mi guarda strano: 'Perché non corri?'. 'Mister, ho fatto il portiere per non correre'. 'E allora non correre'. Altra categoria: un giorno mi vede fumare nascosto dietro al pullman: 'Che fai ti nascondi?'. 'No mister, ma non è bello che si veda che un calciatore fuma'. 'Guarda che si nasconde solo chi ruba'".

A Brescia si è allenato con Baggio. 

"Io sono fiorentino, sono nato a metà degli anni 80, per noi lui era religione". 

E per lei giocare nella Fiorentina solo per una stagione cos’è stato, un sogno a metà? 

"No, guardi: se sei tifoso marcio di una squadra, se c’è un amore incondizionato, non ci sono se e ma, la dimensione temporale non conta. Quando mi cercò la Fiorentina, per me potevano telefonarmi contemporaneamente il Real Madrid e il Manchester United e io sarei andato alla Fiorentina. Era il sogno della mia vita, e per un sogno non c’è un poco o un troppo. C’è il sogno, e basta". 

Diceva di Baggio... 

"Si immagini quando al primo allenamento da aggregato della Primavera lo vedo entrare nel nostro spogliatoio per presentarsi. Si è seduto con noi, ci ha chiesto come andava e quando ha sentito il mio accento mi ha chiesto 'Ma sei di Firenze tu?': gli occhi gli si sono illuminati. Varie persone del mio quartiere mi dicevano: 'Se lo vedi, saluta Baggio'. Pensavo fosse la solita frase fatta, in verità era tutta gente con cui Robi era andato a caccia". 

L'Inter è l'unico vero rimpianto che ho. Non ho mai giocato perché ho fatto di tutto per andarmene, contro il volere della società"

C’era anche Guardiola. 

"Avevo 17 anni e a fine allenamento mi chiese: 'Ti va se ti tiro un po’ in porta?'. Uomo di intelligenza e sensibilità infinite: se tu oggi gli dici - che so - che tua figlia si è rotta una caviglia, fra due anni, quando ti incontrerà, ti chiederà come sta tua figlia". 

Lei ha avuto la maglia di Arsenal, Sporting e Inter senza giocare un solo minuto: il destino le ha rubato qualcosa?

"All’Arsenal c’era Wenger: mi aspettavo un rivoluzionario, come proposta era un tecnico normale, ma non giocai perché Szczesny fece un’annata pazzesca e c’era anche Fabianski. Allo Sporting fu una questione politica: mi aveva voluto il presidente Bruno de Carvalho, quelli arrivati al suo posto mi fecero la guerra. Tre milioni di cartellino e neanche un’amichevole, una panchina. Mihajlovic non iniziò neanche, gli altri allenatori arrivavano e mi chiedevano: 'Perché non giochi?'. 'E io che ne so?'. Me lo spiegò il quarto, Marcel Keizer: 'C’è l’ordine di non convocarti'". 

E l’Inter? 

"Nella mia carriera ho preso diverse decisioni con la pancia, quello è l’unico vero rimpianto che ho. Non ho mai giocato perché ho fatto di tutto per andarmene, contro il volere della società: Julio Cesar era al suo ultimo anno, stavano guardando verso qualcosa di nuovo e me lo dicevano anche, solo che non gli credevo. Una delle cazzate di cui sopra". 

Prima, quando era in comproprietà con il Bologna, Mourinho la teneva d’occhio. 

"Sicuramente lo fece quando si giocò un Bologna-Inter abbastanza delicato, e lo fece alla sua maniera: si mise dietro la mia porta per tutto il riscaldamento. Era il suo modo per dirmi 'Ti tengo d’occhio', per capire come reagivo sotto pressione. Ma anche un modo furbo per mettermi pressione addosso in quella partita, appunto". 

L’Inter si riaffacciò nella sua vita sette anni dopo quella separazione, dopo l’esperienza allo Sporting. 

"Si era infortunato Handanovic, avevo fatto le visite mediche e anche un allenamento, poi sono stato chiuso in un albergo ad aspettare a vuoto. Non mi hanno mai spiegato cosa fosse successo davvero: qualcuno disse volontà di Handanovic, altri di Conte, fatto sta che mi chiamò Piero Ausilio: 'Vivio, non si fa'. E amen". 

Amen anche per aver giocato solo sei partite in Nazionale?

C’era Buffon, uno che fra parentesi avrebbe dovuto essere applaudito in tutti gli stadi italiani, e invece non ha avuto ovunque il rispetto che gli era dovuto. Da suo secondo, giocare di più era impossibile, ma dopo quel biennio avrei dovuto essere più presente: non successe per colpe mie". 

A proposito di colpe, potrebbe dire le stesse cose uno che ha giocato in Nazionale con lei... 

"Guardi che Mario Balotelli è un ragazzo con grandi valori, che negli spogliatoi che ha frequentato non ha mai creato mezzo problema, se non a se stesso. Siamo amici perché lui di me si fida, se gli dico una cosa 99 volte su cento mi ascolta. Come quella volta che in Nazionale doveva andare in conferenza stampa e non c’era verso di convincerlo, ci avevano provato Gigi Riva, Mauro Vladovich, Buffon, Cassano, Prandelli... Niente. Gli faccio: 'Mario, andiamo a fumare una sigaretta, dai. Guarda che devi parlare'. 'No, Vivio: mi mettono in mezzo con la vita privata'. 'E tu sai come rispondere'. Mario mi ha sempre visto come un matto, ma nel senso buono. E si disse: 'Se lui che è matto mi dice di farlo, forse devo farlo davvero'. E andò a parlare". 

Non andare all’Europeo 2012 per lei fu una brutta botta, eh? 

"Una coltellata di Prandelli: quelle sei partite sono tutte del biennio precedente, quindi ne giocò un tot Buffon, sei io, zero gli altri che poi sono andati all’Europeo. Io giocavo nel Palermo, Sirigu nel Psg, De Sanctis a Napoli: era più semplice lasciare a casa me. Decisione politica, e ovviamente a Prandelli lo dissi". 

Era in porta la notte di Italia-Serbia e Genova, la follia di Ivan il terribile. 

"Mi arrivò un fumogeno sul polpaccio, ma non me ne sono quasi accorto. Andai dall’arbitro non perché avessi paura, io sono cresciuto in curva, ma perché temevo di distrarmi per qualcosa che succedeva fuori. Gli ho detto: 'Mandaci loro da questa parte'". 

Quel giorno c’era in campo anche Pirlo, che poi è stato il suo allenatore in Turchia, nel Fatih Karagümrük. 

"Tecnico con idee incredibili, forse anche troppo per le situazioni che ha avuto dopo la Juve: la sua è una richiesta elevata, per calciatori con una certa qualità. Credo ancora che possa avere una bella carriera in panchina, ma dipende anche dalla sua fame: al momento è passato da fare scelte scomodissime - la Turchia, appunto - ad altre un po’ più comode". 

La cosa più folle che lei ha fatto da calciatore? 

"Io, Di Vaio e Portanova all’ottavo piano della sede Unipol, per capire come far quadrare i conti e salvare il Bologna. Poi dobbiamo andare a Parma - partiamo il giorno stesso perché non ci sono i soldi per la trasferta - e nel pre partita Malesani ci fa: 'Ragazzi, si gioca questa e ci salutiamo: siamo falliti'. Invece entro per il riscaldamento e vedo i nostri tifosi esultare: 'Siamo salvi, siamo salvi'. Si erano trovati i soldi. Fra parentesi: a Malesani il calcio deve qualcosa. In questo ambiente se non scendi a compromessi puoi avere problemi e lui in questo mi assomiglia: scorciatoie non ce ne sono, compromessi niente".

Intendevamo un altro tipo di follia... 

"Ok. non sono convocato per Everton-Arsenal e faccio serata. Verso le due, esco per fumare una sigaretta e leggo un sms: “Fabianski è stato male: alle sei e mezzo ti viene a prendere un’auto”. Io avevo bevuto mezza bottiglia di vodka, vado dal mio amico proprietario della discoteca e gli faccio leggere il messaggio. Mi guarda: 'E adesso?'. 'Adesso portami altra vodka'. Sono a casa all’alba, doccia e quando arrivo a Liverpool, nello spogliatoio il grande Santi Cazorla mi dice: 'Puzzi d’alcol che fai schifo'. Unica volta nella mia vita in cui ho avuto quasi un attacco di panico, non ci vedevo e mi ripetevo: 'Se devo entrare, ho chiuso la carriera'".

E un rimorso? 

"L’espulsione a Pechino, Olimpiade 2008, Italia-Belgio nei quarti di finale. Mirallas non volendo mi ha tirato una pallonata, ma mi ha preso in un occhio e ho sbroccato, anche perché alcuni suoi compagni ci avevano offesi. Alla faccia dello spirito olimpico, non feci una bella figura". 

Ma lei ha mai pensato di fare l’allenatore? 

Gazzetta digital + Box Panini + Album a soli 80€, il modo più veloce e conveniente per completare la collezione!

"Sì: mi appassiona la proposta, mi affascina la comunicazione degli allenatori e aver giocato in quattro paesi diversi ti dà un’apertura mentale enorme. Però poi vedo Chivu che in sei mesi è invecchiato vent’anni, mio fratello De Zerbi che sta 15 ore al giorno, forse anche di più, con la testa lì dentro: quel lavoro non si può fare a metà e ripenso al fatto che a fine carriera certe cose non le sopportavo più. Ma penso anche che ho 40 anni e dunque chissà: in futuro tutto può essere...".

Leggi anche Pressing uomo su uomo? Contro il Milan non funziona: la tattica di AllegriMarotta: "Chivu tedoforo? Rappresentante di valori importanti"

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condividi questo articolo