Arianna Fontana: "Le gioie, i pianti e... l'affettatrice in valigia. Il ritiro? 50 e 50"
L'azzurra: "Vuol dire rispetto, atteggiamento e grinta: quando mio marito Anthony me lo dice, mi resetto e riparto”. Visti i tanti record della valtellinese, tra cui quello assoluto di podi azzurri ai Giochi, c’è da fidarsi. Tra shopping, incubi e affettatrici, ripassiamo con la regina dello short track le sue cinque Olimpiadi
L'azzurra: "Vuol dire rispetto, atteggiamento e grinta: quando mio marito Anthony me lo dice, mi resetto e riparto”. Visti i tanti record della valtellinese, tra cui quello assoluto di podi azzurri ai Giochi, c’è da fidarsi. Tra shopping, incubi e affettatrici, ripassiamo con la regina dello short track le sue cinque Olimpiadi
Luca Castaldini Giornalista 7 febbraio - 15:15 - MILANOToglietele tutto, ma non i suoi pattini. A 35 anni, la donna dei record Arianna Fontana (uno su tutti, a quota 11 è l’italiana più medagliata alle Olimpiadi) non sa ancora se dopo Milano Cortina e i successivi Mondiali di marzo di Montreal vorrà dire basta con lo short track. “50 e 50. Non ho ancora avvertito la stanchezza e il mio sport mi piace ancora tanto. Di sicuro, in primavera io e mio marito Anthony (Lobello, anche suo allenatore; ndr) andremo due settimane al caldo in vacanza, staccando il telefono. Al ritorno vi farò sapere…”.
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Pausa. “No... Avevo solo 11 anni”.
Ecco, che bambina era Arianna?
“Non stavo ferma un momento, ero sempre piena di lividi perché correvo guardando da una parte e andando dall’altra. I miei mi prendevano sempre in giro, o cadevo o andavo a sbattere”.
Altro?
“Ero molto curiosa, e vivevo sempre all’aperto. D’estate con mio fratello e i cugini passavamo moltissimo tempo in una baita dove mancavano acqua e corrente, ma non ci facevamo caso, per me rimangono periodi bellissimi”.
Dopo la prima medaglia olimpica, il bronzo di Torino 2006 in staffetta, a un’agenzia di stampa dicesti: "Io le avversarie le sbrano…".
“No! Impossibile. Sarà stata una battuta. L’euforia. Mai stata una che se la tira. Non mi piace parlare di me, delle mie performance, mi sarà scappata…”.
C’è differenza tra l’Arianna coi pattini e quella senza?
“Sul ghiaccio seguo molto di più il mio istinto e sono più aggressiva, cerco di emanare un’aura di forza. Senza pattini sono più tranquilla, mi piace rilassarmi, stare con la famiglia o gli amici”.
Parli di aura. Tra strategia e occhiate alle avversarie, quanto si vince una gara prima che inizi?
“Io in quei momenti sono così concentrata che non penso alla strategia, ma qualche volta mi è capitato di notare che le rivali badassero a come mi comportassi, in quell’istante intuivo che si trattava di strategia”.
Di Torino 2006 hai sempre detto che l’hai vissuta come una gita.
“Ma sì, a 15 anni è normale che non capissi la portata del momento, del motivo per cui ci trovassimo lì”.
Quando ti sei resa conto, dopo, di aver vinto quel bronzo?
“Solo quando sono tornata a casa e ho trovato tutto il paese in piazza per me, col parroco che suonava le campane a festa. In quel momento ho realizzato che, cacchio, la medaglia che portavo al collo era altro”.
Altro?
“Non era solo qualcosa che portavo al collo, ma un qualcosa che riusciva a trasmettere emozioni a tante persone, come per esempio quelli che da Berbenno di Valtellina, il mio paese, erano venuti in pullman a Torino a fare il tifo”.
Le successive dieci medaglie, quindi, saranno state "normali" per te...
“Questo no, anche perché poi, ovviamente, Olimpiade dopo Olimpiade ogni quadriennio ha avuto una storia diversa, un approccio diverso ai Giochi. In generale, il momento più bello resta il momento in cui, con la medaglia al collo, me ne sto con le persone che amo, cui voglio bene”.
Al di là di quando ti ritirerai, ti preoccupa di uscire dalla bolla in cui da sportiva di alto livello di trovi praticamente da sempre?
“Sinceramente, no. Anzi, non vedo l’ora per certi versi di uscire dalla bolla. Potrò stare tranquilla, non dovermi preoccupare dell’ora della sveglia, di che cosa mangiare, se ho fatto bene lo stretching… Sono sicura che riuscirò a trovare altre cose al di fuori del pattinaggio che sapranno darmi altre emozioni”.
Immagini che ci sarà poco ghiaccio nella tua vita da ex?
“Solo nei cocktail… Mi piacerebbe comunque provare a intraprendere qualcosa al di fuori del ghiaccio. Detto questo, se ci sarà modo in qualche modo di collaborare, di aiutare le prossime generazioni anche non solo in Italia, ma anche proprio a livello internazionale, nella Federazione internazionale, sarà il benvenuto”.
Sei alla vigilia della tua sesta Olimpiade. Ripassiamo le precedenti attraverso delle parole chiave. La prima è portafortuna.
“Uno fisso, da Torino in poi, non c’è. Ma da sei anni porto con me una tartarughina dorata che mi ha regalato Veronica, una cara amica”.
Un viaggio?
“Non dimentico l’andata verso Pechino, o meglio l’arrivo in aeroporto con le enormi restrizioni Covid, tutti gli addetti bardati con tute, caschi, mascherine, gli occhiali. Tutto a dir poco surreale”.
La vigilia.
“La mattina della finale dei 500 a PyeongChang. Avevo questa agitazione, un mix di adrenalina e stress. Un qualcosa che montava, cresceva. L’ho confidato ad Anthony e lui mi ha solo sorriso. Gli dico: ‘Perché sorridi?’. Non risponde. Alla sera, dopo la vittoria, mi ha risposto: ‘Quando mi hai detto di quella tua agitazione ho capito che avresti vinto’”.
L’hai sposato e ti allena, ti conosce meglio di tutti.
“Sapeva che, grazie a quello stress, sarei entrata dando non il 110 per cento, di più. Era un oro che inseguivo da tanto e dopo tante vicissitudini”.
Altra parola: la cambusa.
“Il più possibile italiana. Nel 2018 e nel 2022 mi sono persino portata una piccola affettatrice elettrica per la bresaola. E ovviamente sempre il Parmigiano”.
Valigia.
“All’andata molto precisa e ordinata, al ritorno piena da doverci salire sopra per poterla chiudere. Sai com’è, è il potere dello shopping...”.
L’incubo.
“Uno, ma va al di là dei periodi olimpici: arrivare in ritardo a una gara. Nella realtà mi è capitato una sola volta perché a una gara, tra una manche e l’altra, Anthony aveva dovuto sistemarmi le lame. Morale: ho dovuto scavalcare le protezioni per arrivare alla partenza, le altre erano già schierate”.
Un profumo, invece.
“Forse quello di nuovo che si respira forte nel Villaggio Olimpico, camere linde, muri dipinti da poco, tutto sembra perfetto in quel momento”.
La frase.
“Un acronimo piuttosto, che tra me e Anthony è diventato un mantra. ‘Frag’. Cioè focus, respect, attitude, grit (grinta). Ce lo ripetiamo di continuo, durante un allenamento, prima della gara quando le cose sembra che vadano male. Lui mi dice Frag ed è come se tutto si resettasse, si sistemasse”.
Paura.
“È una variabile recente, quando sei giovane non temi nulla. Ma paura, per me, vuol dire tenere a quello che stai facendo. Quand’è così, se la provi, ha un senso, capisci l’impegno, il sacrificio e il lavoro che c’è dietro”.
Un pianto.
“Mi ha visto tutto il mondo… A Pechino, quando sono salita sul podio, inaspettatamente all’inizio dell’Inno le lacrime hanno cominciato a scendere e io non sono più riuscita a fermarmi. Solo quando hanno smesso di suonarlo ho iniziato a riprendermi”.
Come te lo eri spiegato?
“Venivo da stagioni comunque difficili, complicate per tante ragioni (lunghi e continui dissidi con l’ambiente federale, ndr). Evidentemente in quel momento è come se mi fossi lasciata andare totalmente”.
E adesso arriva l’attualità. La pista olimpica, al Forum di Assago (tecnicamente, Milano Ice Skating Arena) come la giudichi?
“Abbiamo fatto il test event l’anno scorso, il ghiaccio è quello giusto, più che altro entrando è capitato di fare paragoni con gli impianti dove ho già gareggiato”.
E che cosa ti è venuto in mente?
“Mi ricorda il Palavela di Torino, con quegli spalti incombenti, vicini alla pista. Immaginare il Forum pieno (di italiani, spero!) mi fa già emozionare. Vancouver, Pechino o PyeongChang invece avevano il campo di gara più distante dal pubblico, a Milano sembrerà di averlo in gara insieme a noi”.
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