Dai marinai ingaggiati nei porti ai ciclisti sugli AC75: storia degli equipaggi della Coppa America
La Gazzetta dello Sport

Dai marinai ingaggiati nei porti ai ciclisti sugli AC75: storia degli equipaggi della Coppa America

Sabato 26 settembre 2026
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Nel 1800 si ingaggiavano “atleti” nei porti per i giganteschi J-Class, poi si è passati ai maghi dei foil, passando per i ciclisti al posto dei grinder. Ecco l’evoluzione del modo di portare le barche della Regata per eccellenza

Nel 1800 si ingaggiavano “atleti” nei porti per i giganteschi J-Class, poi si è passati ai maghi dei foil, passando per i ciclisti al posto dei grinder. Ecco l’evoluzione del modo di portare le barche della Regata per eccellenza

Maurizio Bertera 26 settembre (modifica alle 23:48) - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Sapere che il prossimo anno l’America’s Cup a Napoli, verrà disputata su barche lunghe 23 metri, con sole cinque persone a bordo più il cosiddetto ‘guest racer’ (passeggero presumibilmente Vip, che si limita a vedere) fa sorridere pensando alle ciurme delle prime edizioni ma anche ai nutriti equipaggi dei 12 metri. È la vela di oggi, almeno quella di altissimo livello: sui catamarani F50 del SailGP quando c’è poco vento da sei persone si scende a cinque, sui mostri dell’oceano a caccia dei record normalmente si naviga in pochi per risparmiare peso. Erano sei gli eroi di Sodebo Ultim 3, trimarano di 32 metri, che ha abbassato a 40 giorni e 10 ore il tempo del trofeo Jules Verne per la circumnavigazione più veloce. Insomma sempre in meno ma fenomeni, ossia l’opposto degli equipaggi delle barche che disputarono l’America’s Cup dal 1851 sino al 1937. Lunghe minimo 20 metri ma arrivavano a 35: se la mitica America era uno schooner (goletta a due alberi), in seguito prevalse la tipologia a sloop, con un solo albero e una velatura immensa. Uno dei meravigliosi Shamrock di Sir Thomas Lipton portava 972 mq di vela quando Luna Rossa non supera i 220 mq. E i J-Class – considerate ancora oggi le imbarcazioni più eleganti della storia – su 40 metri di lunghezza potevano alzare tra 650 e 700 mq di bolina, in condizioni normali. 

gli inizi 

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Non stupisce che in questa prima fase dell’America’s Cup era normale avere una trentina di persone a bordo, in gran parte uomini di fatica che il capitano della barca ingaggiava sulle banchine (più facilmente nelle taverne del porto): il loro principale e quasi unico compito era spostare le gigantesche vele in cotone che pesavano quintali. I velisti specializzati restavano in pozzetto, intorno al timone mentre un altro ruolo fondamentale era quello del nocchiere che ordinava le manovre ai marinai e gestiva la coperta. Una sorta di regista, fondamentale per aiutare il timoniere. Alla ripresa della competizione, nel 1958, al posto dei j-Class si scelse una classe nata nel 1906: il 12 metri Stazza Internazionale (o 12mR): yacht che non sono in realtà 12 metri in termini di dimensioni, bensì tra i 19 e i 22 metri di lunghezza. Fu una decisione quasi obbligata, anche se gli effetti si sentirono per tre decenni. Lenti e pesanti, i 12 metri S.I. costrinsero a ragionare di più sulla composizione dell’equipaggio, formato inizialmente da 16 persone e sceso a 11 nelle ultime edizioni. Nel pozzetto, ovviamente, c’erano i talenti puri: skipper e timoniere (a volte lo stesso) erano affiancati da un tattico (che studiava il campo di regata e gli avversari) e un navigatore (che gestiva il carteggio e la rotta, prima che arrivasse l’elettronica). Non va dimenticato che si gareggiava spesso in mare aperto e per decenni solo con la bussola, quindi non era strano che un velista venisse issato sull’albero per capire la direzione del vento per uscire dalla bonaccia L’equipaggio prevedeva poi i regolatori delle vele (i trimmer, con il più importante che si occupava della randa), i prodieri (con doti di agilità e potenza per lavorare sulle vele a prua) e i grinder che azionavano i coffee-grinder (i grandi mulinelli collegati ai winch) per cazzare le scotte con la massima rapidità. Ruolo da fisici veri, tanto che sin dagli anni ’70 si iniziò a imbarcare sportivi provenienti dal rugby e dal canottaggio. 

le squadre 

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Il passaggio nel 1992 allo IACC – lunghezza simile ma velocità doppia – non cambiò lo schema a grandi linee, semmai richiese una specializzazione di livello superiore. Basta confrontare i due pozzetti della prima Azzurra e de Il Moro di Venezia. Sulla barca che fece scoprire l’America’s Cup agli italiani, il solo velista con una storia olimpica era Mauro Pelaschier, affiancato dai giovani Tiziano Nava e Stefano Roberti (buoni derivisti e con successi nelle classi di altura): del resto, lo skipper Cino Ricci – all’inizio degli anni ’80 – non poteva che trovare dei bravi dilettanti che spesso regatavano nel tempo libero. Dieci anni dopo, per Raul Gardini fu molto più facile: ingaggiò un campione come Paul Cayard come skipper-timoniere che si circondò di bravi professionisti italiani, con i già famosi e vincenti fratelli Tommaso ed Enrico Chieffi oltre a un randista quale Andrea Mura. Tra i grinder, per la cronaca, c’era persino lo sfortunato Davide Tizzano che quattro anni prima aveva conquistato l’oro olimpico nel quattro di coppia. 

tagli 

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E venne il tempo dei multiscafi. Per colpa della solita controversia in tribunale, sollevata dal magnate Larry Ellison contro Ernesto Bertarelli, patron di Alinghi e nemico sportivo. Nel 2010, a Valencia, il trimarano Oracle Bmw Racing supera per 2-0 il catamarano rossocrociato e ancora una volta riporta l'America's Cup in patria. Il successo convince Ellison a puntare ancora sui multiscafi. Nasce così la classe AC 72 fatta di catamarani lunghi circa 22 metri, larghi 14, con un albero ad ala rigida di 40 metri per una superficie velica di circa 300 mq. Cercando di contenere gigantismo e spese, l’equipaggio viene ridotto a soli undici uomini, bardati con casco e tute da piloti. In compenso, le velocità sono incredibili, sin troppo per una regata da sempre impostata più sulla tattica che sulla pura prestazione. I responsabili dei team per la prima volta non guardano solo alle classi olimpiche per i ruoli top ma iniziano a cercare tra gli specialisti delle multiscafi. Ma oltre che pericolosi con tanto di incidenti gravissimi, gli AC 72 richiedono un budget sui 100 milioni di euro: da qui la decisione nell'edizione seguente - tra mille polemiche- di scendere di taglia nel 2013 con l'AC 62 e poi ancora con l'AC 50 per l'edizione 2017. Ma in ogni caso era evidente che il concetto tecnico alla base dell'America's Cup si stava snaturando: una semplice corsa tra le boe invece che una battaglia tattica tra equipaggi. 

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altri sportivi

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Occorreva una via di mezzo, che convinse tra l'altro Luna Rossa a rientrare in gioco nel 2021: il ritorno del monoscafo, dotato di foil. Siamo all'AC 75: 23 metri di lunghezza e velocità comunque incredibili. Ma anche qui, l’equipaggio è sceso nell’organico: nell’edizione del debutto a bordo salivano 11 persone, di cui otto grinder e tre nei ruoli raffinati: un timoniere, un tattico e un trimmer che era l’unico a potersi spostare da un lato all’altra dell’imbarcazione. Luna Rossa, ad Auckland, decise di avere due timonieri (James Spithill e Checco Bruni per la cronaca). Due anni fa, a Barcellona, erano invece otto in barca: due timonieri (uno per lato che si occupavano unicamente di governare l’AC75), due trimmer (per la regolazione di vele e foil) e quattro cyclors, ossia i ciclisti di bordo che pedalavano per azionare i sistemi idraulici ed elettrici necessari a manovrare le vele, sostituendo lo sforzo manuale con l'energia muscolare convertita. Scontato che se timonieri e trimmer dovevano (e devono) possedere un’esperienza velica notevole nel primo caso o almeno importante nel secondo, per i cyclors ci si servì di atleti di altre discipline come il canottaggio e ovviamente il ciclismo. Su Luna Rossa gareggiò per esempio Paolo Simion, professionista dal 2015 al 2021. 

le novità 

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Nuova America’s Cup, nuovo giro. Sugli AC75 pronti per Napoli, ci sono – come detto – cinque velisti: due timonieri e tre trimmer. I cyclors non esistono più, l’energia per i sistemi di bordo arriva dalle classiche batterie. Ci sono tre aspetti da considerare nella visione attuale. La prima è la sempre maggiore presenza di atleti che crescono sulle barche acrobatiche, spesso dotate di foil: se prendiamo il quartetto titolare nella Preliminary Race a Napoli, per Luna Rossa ci sono un asso dell’olimpico 49er (Burling), un equipaggio del Nacra 17 (Giubilei-Ugolini) e solo un velista di stampo classico che dopo aver vinto tutto nell’Optimist si è limitato al 470 (Marco Gradoni). E allargando lo sguardo al team, abbondano i campioncini di 29er, Moth, Waszp – e tra gli stranieri non mancano ex di kite foil e windsurf – a conferma che la vela di oggi è quella della velocità pura. Seconda considerazione: dimenticate la ruota di un tempo, oggi assomigliano non poco ai volanti della Formula 1 perché non servono solo a dare la direzione allo scafo, ma ospitano pulsanti e manettini che controllano i sistemi idraulici della barca, fondamentali per la regolazione di assetto, altezza e portanza dei foil. C'è un timoniere sul lato di dritta e uno sul lato di sinistra: chi si trova su quello attivo guida la barca, mentre l'altro assiste e monitora i dati della strumentazione. La terza valutazione la lasciamo a Cino Ricci, grande saggio della vela: "Mi diverte vedere le regate degli AC75, ma quando vedo che i velisti stanno dentro in un buco con i caschi e gli auricolari mi ricordo che noi vedevamo il mare e capitava di essere travolti da un’onda. Loro sembrano guerrieri, noi eravamo marinai".

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