Zauri: "Preferii il calcio alla fisarmonica. Le notti da Lotito, i film di Di Canio, il maiale di Klose..."
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Zauri: "Preferii il calcio alla fisarmonica. Le notti da Lotito, i film di Di Canio, il maiale di Klose..."

Martedì 29 settembre 2026
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La Lazio gli cambiò la vita: "'Sono rimasto a Roma. Una sera salvai la vita alla nipotina di Boniek, caduta in una voragine. Con Mihajlovic scommettevamo sulle punizioni: quanti pieni di Ferrari ho pagato..."

La Lazio gli cambiò la vita: "'Sono rimasto a Roma. Una sera salvai la vita alla nipotina di Boniek, caduta in una voragine. Con Mihajlovic scommettevamo sulle punizioni: quanti pieni di Ferrari ho pagato..."

Francesco Pietrella Giornalista 29 settembre - 08:47 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

In un’altra vita avrà ringraziato le mani piuttosto che i piedi. "Se avessi dato ascolto ai miei genitori, forse avrei suonato la fisarmonica a tempo pieno. Ma ha prevalso l’amore per il calcio". Parola di Luciano Zauri, 48 anni, ora allenatore e prima ancora jolly difensivo passato da Atalanta, Chievo, Lazio, Fiorentina, Sampdoria e Pescara.

Ma l’assist più bello è stato un altro: il 20 gennaio 2013 salvò Giulia Santopadre, 7 anni, nipote di Boniek.

"Era il mio compleanno, ero in un ristorante. Percepii subito un pericolo, notai alcune persone andare verso il bagno. Si era aperta una voragine di almeno sei metri, dentro c’era una bambina. Aveva paura, gridava".

Cos’ha fatto?

"Non si vedeva nulla, sentivo solo la voce. Provai ad andare giù la prima volta: niente. Così appoggiai la schiena alla parete e andai giù coi gomiti. Alla fine, trovai una barra di ferro dove poggiare i piedi. Giulia era lì sotto, rannicchiata e impaurita. Illuminai il tutto col telefono, la afferrai e lei mi abbracciò, così salimmo insieme. L’acqua aveva attutito la caduta, per fortuna. La sera arrivò un messaggio: 'Ti sarò grato per tutta la vita, Zibi'. Solo dopo capii che era sua nipote, e che suo padre era Vincenzo Santopadre, l’ex allenatore di Matteo Berrettini. Ogni 20 gennaio ci scambiamo dei messaggi".

Cosa le ha lasciato?

"Mi ha fatto capire le priorità della vita: famiglia, figli, poi il resto".

Da calciatore ha rimpianti?

"Nessuno, ho ricevuto più di quanto pensassi. Ho fatto l’esterno basso a destra e a sinistra, il centrale e l’ala, ma da terzino destro ho avuto soddisfazioni. L’intuizione fu di Vavassori, alla Dea".

Andavo di notte da Lotito per discutere il rinnovo, mia moglie sospettava

Luciano Zauri

La sua prima squadra?

"Quella del mio paese, Pescina, in Abruzzo. Papà faceva l’idraulico, mamma aveva un negozio. Volevano che facessi tutt’altro. Andai a Bergamo a 12 anni e piangevo tutti i giorni, loro mollarono tutto e mi raggiunsero. Ho debuttato in Serie A contro la Roma a 19, maggio 1997. Mondonico mi scrutò: 'Vabbè, buttiamo dentro il ragazzo'".

Il compagno di una vita?

"Mimmo Morfeo, abruzzese come me. Abbiamo condiviso momenti di difficoltà in convitto, lontani da casa. Era un genio come Totti o Del Piero. Non è stato capito".

Grazie alla Dea lei ha debuttato in Nazionale.

"Cinque presenze. Ricordo il primo viaggio in treno a Coverciano, insieme a Maldini. Non spiccicai una parola per tutto il viaggio: muto".

È vero che la voleva la Juve?

"Erano a caccia di un terzino, Lippi venne a vedermi a Bergamo. Inoltre, Moggi dichiarò una roba del tipo: 'Voglio solo Zauri'. Ma l’Atalanta chiese una cifra troppo alta".

La Lazio le ha cambiato la vita?

"Sì. Ho vissuto l’ultima fase cragnottiana e poi la ricostruzione con Lotito. Ricordo il primo giorno a Formello: Stam, Stankovic, Peruzzi, Couto, Inzaghi, Mihajlovic. Feci fatica a dire 'buongiorno', vigevano rispetto e scherzi. Si scommetteva su tutto: dal fare 50 palleggi con lo stinco o farne altri trenta con la palla medica. Sinisa puntava il pieno della Ferrari sulle punizioni. Nessuno riusciva a batterlo".

Come fu l’inizio dell’era Lotito?

"Nell’estate 2004 ci ritrovammo in dieci. Avevamo appena vinto la Coppa Italia, andammo in Giappone in tournée con dozzine di giocatori della Primavera. Una volta tornati conoscemmo Lotito: aveva tre telefoni e rispondeva a tutti, non so come facesse. Andavo di notte a Villa San Sebastiano per discutere il rinnovo. Il suo autista mi veniva a prendere con l’auto blindata. Mia moglie Vanessa, sospettosa, chiedeva lumi: 'Amore, vado a discutere il contratto'. Tutto vero. Vivo ancora a Roma con lei e i miei figli, Giulia e Lorenzo, 18 e 14 anni. Lui gioca nelle giovanili della Lazio. Fa il difensore come me".

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Il compagno più iconico?

"Diversi. Di Canio ci faceva vedere 'Braveheart' prima del derby, poi Klose. Lo invitai a Pescina insieme a Marchetti e Candreva. Da me si usa uccidere il maiale, è una tradizione. Lui si presentò con gli stivali, i jeans e quant’altro, pensando che dovesse ammazzarlo lui: 'Forse hai capito male, Miro...'. Mi spiegò che nel suo paesino era un’usanza".

Se le dico Lazio-Fiorentina, invece?

"Un gesto di cui non vado fiero: tolsi il pallone dalla porta con la mano. Quando andai a Firenze i tifosi fecero uno striscione ironico: 'Sei venuto a darci una mano?'. Arrivammo quarti. Anche lì, dozzine di scherzi. Vargas si divertiva a buttare in piscina Semioli".

Alla Samp passò dalle stelle alle stalle.

"Il primo anno nessuno ci dava una lira, ma centrammo i preliminari di Champions grazie a Pazzini e Cassano. Entravi in camera e trovavi il materasso ribaltato: era stato lui. Inoltre, togliemmo lo scudetto alla Roma. Prima della partita mi informai per fare serata, ma dopo la vittoria chiesi di garantirci un po’ di sicurezza. Trovammo alcuni miei ex compagni della Lazio: ci abbracciarono. L’anno dopo, purtroppo, retrocedemmo. Una coltellata, ma senza Pazzini e Cassano...".

Ora fa l’allenatore: come mai non è rimasto a Campobasso?

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"Avevo il rinnovo automatico in caso di playoff, poi raggiunti, ma il mio staff no. Chiesi qualcosa in più per loro: ci fu un rifiuto secco. Erano 40 anni che la società non centrava un traguardo simile in C. Ora cerco una nuova sfida".

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