Cois: "Il calcio è una giungla piena di raccomandati. Smisi dopo due ernie, non camminavo più"
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Cois: "Il calcio è una giungla piena di raccomandati. Smisi dopo due ernie, non camminavo più"

Venerdì 9 ottobre 2026
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L'ex mediano granata: "Con il Torino un arbitraggio scandaloso ci privò della Uefa e Mondonico alzò la sedia verso l’arbitro per protestare. La mia Fiorentina era mostruosa, Batistuta e Rui Costa due alieni"

L'ex mediano granata: "Con il Torino un arbitraggio scandaloso ci privò della Uefa e Mondonico alzò la sedia verso l’arbitro per protestare. La mia Fiorentina era mostruosa, Batistuta e Rui Costa due alieni"

Lorenzo Cascini Giornalista 9 ottobre - 08:46 - MILANO English version Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Sandro Cois si guarda indietro con la nostalgia tipica di chi ha lasciato andare qualcosa di troppo doloroso, vedendo sfumare un futuro che si è avverato solo a strappi. A Firenze ha sognato lo scudetto, poi s’è dovuto arrendere davanti a un fisico che gli ha chiesto il conto troppo presto. Eccolo il confine, a volte sottile, tra la speranza di risorgere, regalandosi un finale di carriera diverso, e l’idea di smettere, sollevati nell’uscire da un calvario. Cois ha scelto la seconda, non senza lottare. "Dopo due gravi infortuni non avevo più le forze. Non stavo in piedi, faticavo addirittura a camminare". Eppure, quando parla del suo calcio si emoziona ancora. Sandro apre l’album dei ricordi e snocciola aneddoti in serie, uno dopo l’altro come fossero diapositive: Firenze, Rui Costa e Batistuta, i trofei, la Nazionale.

Cois, partiamo dall’inizio. Si dice che lei nelle giovanili della Fossanese, nel piemontese, facesse il trequartista. È una leggenda? 

"No, no, è la verità. Avevo il dieci e mi divertivo dietro le punte. Poi, quando andai al Torino, arretrai piano piano. Mondonico scelse di mettermi in mediana, lì è cambiata la mia carriera". 

In granata vince una Coppa Italia e gioca una storica finale di Coppa Uefa nel ‘93: la sfida con l’Ajax e la sedia del Mondo…

"Mamma mia! Nei miei anni a Torino porto tante storie nel cuore, alcune anche amare. Sì, ero in campo in quella maledetta serata cui ci rubarono una finale di Coppa Uefa con un arbitraggio vergognoso. Il mister alzò la sedia verso l’arbitro in segno di protesta, come a dire 'ora vengo a tirartela'. Ma aveva ragione, fu uno scandalo". 

In quell’estate passò alla Fiorentina. 

"E lì diventai per tutti 'Osso', perché inseguivo tutti e mordevo gli avversari alle caviglie. Mi chiamavano così anche i tifosi. Da trequartista… ero diventato un medianaccio!".

Ero in campo in quella maledetta serata cui ci rubarono una finale di Coppa Uefa con un arbitraggio vergognoso. Il mister alzò la sedia verso l’arbitro in segno di protesta"

Cois sulla finale di Coppa Uefa 

In viola, nel complesso, si è tolto tante soddisfazioni. Un paio di flash? 

"Avevamo una squadra mostruosa, incredibile non aver vinto lo scudetto. Soprattutto nella stagione in cui Edmundo partì per il Carnevale, lasciandoci per due mesi. A gennaio eravamo primi in classifica. Poi Batistuta si infortunò e lui andò in Brasile per tutto l’inverno. Ma ogni allenamento era uno spettacolo: Rui Costa e Bati erano due alieni, facevano cose che voi umani…e poi quante risate! In panchina c’era un giovane Claudio Ranieri, che già era "Sir": un signore, con idee innovative e un modo unico di gestire lo spogliatoio. Devo tanto anche a Malesani, con lui raggiunsi anche la Nazionale". 

Cois marca Rivaldo

Si ricorda la prima chiamata? 

"Sì, perché fu uno scherzo. Mi arrivò una telefonata in cui mi dissero che sarei stato convocato… e non era vero. Poi, però, dopo qualche mese Cesare Maldini mi portò davvero. Avevamo una squadra da sogno… la nostra Serie A era il giardino dei campioni. E la Nazionale pure: fenomeni in ogni ruolo. Io stavo in camera con Buffon, che già nel '98 era un marziano. Per me è stato un privilegio anche solo esserci, ma ho un rimpianto che mi porto dentro: mi sarei meritato di giocare almeno un minuto al Mondiale. Sarebbe stata la chiusura perfetta di un cerchio". 

Al tempo i giornali scrivevano di un interesse di Inter e Juventus. Quanto c’era di vero? 

"Tutto. Ma non sarei mandato alla Juventus… giocando a Firenze. E poi Cecchi Gori stravedeva per me, non voleva vendermi".

Di fatto la sua carriera finì a Firenze. Due gravi infortuni e la scelta di smettere. La rifarebbe? 

"Sì, ero arrivato al limite. Gli infortuni mi avevano distrutto anche a livello mentale: due ernie cervicali non mi hanno dato tregua, non riuscivo nemmeno più a camminare. Avevo solo 31 anni e non stavo in piedi. Dire basta è stata una liberazione". 

E poi ha provato ad allenare? 

"Ci sono state due fasi. Prima ho avuto il rigetto. Ho smesso e non ho più visto mezza partita. Tanto poi, è solo quando esci dalla bolla che ti accorgi di quanto sia finta. Siamo come i politici o i cantanti: finché sei eletto, o sei famoso, tutti ti seguono, dopo non ti cerca più nessuno. Molti che consideravo amici sono spariti. Il mondo del calcio è una giungla".

A riavvicinarla al calcio è stato suo figlio? 

"Sì, questa è stata la seconda fase. Ma l’incantesimo è durato poco. In tanti hanno iniziato a dirmi: 'vieni qui, fai questo'. E alla fine ho ceduto. Ho iniziato ad allenare in Toscana, dove vivo: prima con il Margine Coperta e con l‘Under 17 del Pisa. Ho avuto il figlio di Buffon, Louis Thomas. Poi, però, ti rendi anche conto di quella che è la realtà: i vivai sono pieni di raccomandati. Allenatori non ci si improvvisa, bisogna studiare per poter poi insegnare. Ma in Italia è un discorso sconosciuto". 

Ed è tornato pure in campo, grazie alla Nazionale piloti…

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"Mi invitò Schumacher, anche se nacque tutto da una casualità. Ero a Monaco per una partita e avrei dovuto giocare contro di loro… solo che nella nostra squadra c’erano già tanti calciatori. Così, tramite un amico comune, parlai con Schumi, che mi chiese se avessi piacere ad aiutarli. Vincemmo e da lì sono entrato in squadra. Oltre a essere il mio idolo era pure bravo, così come suo figlio. Anche se il più forte con i piedi resta Alonso".

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