Yerry Mina, il professore emerito dell'arte della provocazione. Spalletti è solo l'ultima vittima
Il tecnico bianconero lo ha etichettato come "antisportivo" al termine di Cagliari-Juventus. "Io faccio il mio calcio", ha risposto il colombiano, un riassunto tra il moderno e il vintage
Il tecnico bianconero lo ha etichettato come "antisportivo" al termine di Cagliari-Juventus. "Io faccio il mio calcio", ha risposto il colombiano, un riassunto tra il moderno e il vintage
Furio Zara Collaboratore 12 ottobre - 17:40 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleIl professore emerito nell’arte della provocazione, al secolo Yerry Mina, quando Luciano Spalletti domenica sera lo ha bollato con il marchio dell’infamia, "È antisportivo, ci ha preso in giro", ha fatto un bel respiro profondo - dovete immaginarlo mentre socchiude gli occhi e biascica tra le labbra una nenia - ha cercato dentro di sé il punto esatto dove l’equilibrio dà un senso a tutte le cose e quando lo ha trovato ha restituito al mittente una risposta zen: "Io faccio il mio calcio. A Spalletti ho detto: ti voglio bene mister". A quel punto l’aria si è riempita di una melodia celeste, un trillo carezzevole che univa lo “zipp-zipp” del tordo canterino, il "tic-tic-tic" del pettirosso e il pezzo forte del vasto e sempre troppo sottovalutato repertorio della cinciallegra, il "titu-tituuu".
il calciatore-acufene
—Mettiamola così: è uno sporco lavoro, quello della provocazione, ma qualcuno deve pur farlo. Signore e signori, abbiamo il piacere di invitare sul palco il signor Yerry Fernando Mina González, noto alle cronache del pallone con un nome favoloso, che mette un’illogica allegria, un nome da cartone animato: Yerry Mina. Un bell’applauso, grazie. La verità è che, sempre per rimanere nel territorio dei suoni, Mina è il "Calciatore-acufene" per eccellenza. Può diventare un ronzio, sa trasmutarsi in un fischio, riesce persino a simulare uno scampanellio. Mina (per gli altri) è un disturbo frequente, che può presentarsi in forma temporanea o persistente e che, in alcuni casi, quando la tensione in campo sale, può interferire con il sonno, la concentrazione e la qualità della vita (sempre quella degli altri, non certo la sua).
provoca e fa un passo indietro
—Nel suo gioco, nell’approccio alla partita, nella sua postura rivolta agli avversari, in certi suoi atteggiamenti sempre al limite del regolamento (sì, ok, ogni tanto lo supera, quel limite) Mina è un riassunto vivente tra il calcio di oggi - con l’occhio del Grande Fratello Tecnologico a vigilare su ogni sussurro - e il calcio-vintage, quello delle zone d’ombra in cui scivolavano certe partite, dei colpi proibiti, delle provocazioni - pizzicotti, pestoni, fastidi vari - messi in atto lontano dalle telecamere (ce n’erano un paio a partita, non era un’impresa sfuggire al loro riquadro), del "Trash-talking" che manco si sapeva cosa fosse - qualche terzino erudito pensava si trattasse di raccolta differenziata del cartone - delle offese proferite sussurrando veleni all’orecchio dei centravanti avversari e mettendo in dubbio la reputazione di madri, sorelle, mogli e cugine fino al terzo grado. Mina induce in tentazione. Quando esulta come un pugile prendendo a pugni l’aria a due centimetri due dall’avversario per un corner guadagnato, o quando crolla a terra dopo essere stato sfiorato, quando tormenta, punzecchia, infastidisce. Accende la miccia, fa un passo indietro e aspetta il botto.
una garanzia
—Bum! Mina vagante, in questo senso è una garanzia. Non tradisce mai. Consapevole che ogni partita è una somma di duelli, si preoccupa del suo e ingaggia una battaglia di nervi con il diretto avversario. Va detto per onor di cronaca: la vince quasi sempre. Conosce il mestiere. Parlano i numeri: in carriera è stato espulso soltanto cinque volte (quattro con i club, una con la nazionale, la Colombia). Con la Juventus raggiunge picchi meritevoli di medaglia. Tempo fa fece imbestialire Vlahovic: gli rise in faccia dopo che questi aveva sbagliato un gol a porta vuota. E quando, nel finale di gara, il Cagliari quella volta raggiunse il pareggio, Mina - rivolto ai tifosi della Juventus - mimò il gesto della fotografia, come se avesse tra le mani uno smartphone. È un artista nel passare dal ruolo di provocatore a quello della vittima: gli accadde in un Colombia-Uruguay, quando prima - per un’ora - si cucinò a fuoco lento Cavani e poi, quando El Matador perse le staffe e lo prese per il collo, rantolò a terra, come certi pistoleri nei western di Sergio Leone.
VIDEO: Yerry Mina, ma che fai? Pizzica il capezzolo di Zirkzee"it's my football"
—Preceduto dalla sua meritatissima fama, Mina ha girato il mondo, dalla Colombia dove è nato trentadue anni fa - Deportivo Pasto e Santa Fe i club con cui si è messo in luce - fino al Brasile (Palmeiras), per poi passare - pochi mesi - in Spagna (Barcellona), quindi in Inghilterra (Everton) e infine in Italia (incompreso, diciamo così, alla Fiorentina, pilastro del Cagliari dal 2024). C’è chi, dopo averlo sfidato a cappa e spada, si prende la rivincita, come Castellanos che in un Lazio-Cagliari, quando Mina venne cacciato per doppi ammonizione, gli fece ciao con la manina e un sorriso da sfottò; ma c’è anche chi si è arreso, come Morata - siamo in un Como-Cagliari - che esausto, dopo averlo scalciato per frustrazione ed essere stato amonito, chiese il cambio a Fabregas. Mina ha un repertorio vastissimo. Sa dove colpire. È metodico, disciplinato, un professionista esemplare. A Hojlund pizzicò i capezzoli e il centravanti danese del Napoli sbottò sui social postando: "Yerry Mina non gioca a calcio. Gli arbitri continuano a lasciargli fare tutto". Della "pizzicata" sui capezzoli sono stati vittime anche Zirkzee e Osimhen, mentre - ai tempi in cui giocava nell’Everton (2018-2023) - si beccò persino una bacchettata da Pep Guardiola, dopo che, in un City-Everton. "A Mina ho detto che è abbastanza bravo da evitare questo tipo di cose". Mina fece spallucce. "It’s my football". È il suo modo di giocare a calcio. Del resto aveva dato il meglio - o il peggio, dipende dai punti di vista - di sé. È uno sporco lavoro, quello del provocatore, ma qualcuno dovrà pur farlo, o no?
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