Analisi dell'appoggio nella corsa: quando serve?
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Analisi dell'appoggio nella corsa: quando serve?

Martedì 13 ottobre 2026
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Analisi dell'appoggio nella corsa: quando può essere utile, cosa mostra davvero e perché pronazione e supinazione non predicono da sole gli infortuni

Analisi dell'appoggio nella corsa: quando può essere utile, cosa mostra davvero e perché pronazione e supinazione non predicono da sole gli infortuni

Laerte Salvini 13 ottobre - 10:15 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Per chi corre senza problemi e ha già una scarpa che funziona, l'analisi dell'appoggio non è un passaggio obbligato. Diventa interessante in due casi: quando si cerca un modello specifico e si vuole un confronto guidato, e quando un dolore ricorrente non se ne va. Ma in nessuno dei due casi il video sul tapis roulant dà una risposta definitiva. Ecco cosa può dare e cosa no.

Che cosa si vede da un test dell'appoggio del piede nella corsa

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Qualche minuto di corsa su tapis roulant, una telecamera sui piedi o sulle gambe, un'etichetta: pronatore, neutro, supinatore. Il punto debole è che l'etichetta descrive come si muove il piede, non quanto rischi di farti male. Un grande studio danese su 927 principianti, tutti con scarpe neutre, ha trovato che chi pronava non si infortunava di più dei piedi neutri. La revisione Cochrane del 2022, con tre studi e oltre 7.000 reclute, ha concluso che scegliere la scarpa in base alla postura del piede probabilmente cambia poco o nulla sugli infortuni. In sostanza, né l'impatto né la pronazione risultano predittori affidabili di infortunio. La pronazione, quindi, non è un difetto da correggere per principio.

Quando l'analisi serve

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Cambia il discorso se si ha un dolore che torna. Un'analisi fatta da un fisioterapista, con valutazione del movimento oltre al video, può suggerire dove si concentra il carico. Un lavoro del 2026 su corridori amatori seguiti per un anno ha rilevato che chi sviluppava poi la fascite plantare mostrava una maggiore eversione del retropiede, una componente della pronazione, rispetto ai controlli. Il campione era piccolo, dieci casi, quindi è un indizio da verificare, non una regola. Per altri problemi l'indicazione può andare oltre la scarpa. Uno studio del 2026 su 44 runner assegnati a caso a due gruppi ha misurato in laboratorio che dodici settimane di allenamento sulla cadenza, cioè sul numero di passi al minuto, riducono lo stress sull'articolazione tra rotula e femore. In questi casi l'analisi diventa il punto di partenza per cambiare tecnica o carico, non per comprare una scarpa diversa.

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Come usare l'analisi

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Se la classificazione non basta, rimane la sensazione di comodità. L'idea che il corpo scelga d'istinto la scarpa che lo mantiene sul proprio percorso naturale di movimento, il cosiddetto filtro del comfort, ha qualche sostegno: in un'analisi del 2025 su 527 runner, chi giudicava la scarpa più ammortizzata e più gradita nel complesso si infortunava meno. L'analisi può essere usata come filtro per restringere la scelta, non come sentenza. Portare con sé le scarpe abituali può essere utile: il consumo della suola offre qualche indicazione su dove viene distribuito il carico. Meglio poi provare due o tre modelli diversi, anche neutri, e valutare quale risulta più naturale dopo cinque o dieci minuti di corsa. Una scarpa con controllo del movimento può ridurre, in laboratorio, l'inclinazione del retropiede durante una singola sessione, ma questo non dimostra una riduzione degli infortuni. Eventuali cambi di modello vanno affrontati gradualmente. In presenza di dolori ricorrenti, invece, il punto di partenza dovrebbe essere un professionista sanitario: l'analisi serve a comprendere meglio il movimento, mentre la scarpa rappresenta soltanto uno degli elementi da considerare.

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