Malaria, scorpioni e talebani: Annese, il Magellano di Molfetta che vuole portare la Guinea al Mondiale
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Malaria, scorpioni e talebani: Annese, il Magellano di Molfetta che vuole portare la Guinea al Mondiale

Sabato 24 ottobre 2026
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L'allenatore giramondo che importa vita ed esporta calcio: "In India mi portavano in trionfo su un carro, davanti a 70 mila persone"

L'allenatore giramondo che importa vita ed esporta calcio: "In India mi portavano in trionfo su un carro, davanti a 70 mila persone"

Iacopo Iandiorio Giornalista 24 ottobre - 12:10 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Il Magellano di Molfetta ora vive fra Malabò e Ciudad de la Paz. Da fine agosto è ct della Guinea Equatoriale, nazionale del granata Saúl Coco. E da 12 anni è in giro per il mondo. Tanto da essere l’unico italiano ad aver allenato in quattro continenti. Ex centrocampista delle giovanili del Venezia, frenato da problemi muscolari, ha studiato Scienze Motorie "e ho cercato da subito di diventare allenatore". Nelle giovanili del Molfetta, da preparatore atletico e vice tecnico, poi alla Fidelis Andria, a Foggia, finché nel 2014 "conosco Pino Greco, ex calciatore di Ascoli e Toro, e mi propone la Lituania, da assistente all’Alytus Dainava oggi Dfk. Rimasi lì poco, ma un altro agente mi offre al Saldus in Lettonia, in B ma finalmente da primo coach. Il club è povero, non ci sono soldi, riesco a salvarlo dalla C. Poi a inizio 2015 mi propongono di fare di nuovo il vice al Paide, in Estonia, col tecnico Meelis Rooba, ex nazionale estone, licenza Uefa, metodi moderni, aveva studiato in Spagna. Dei baltici l’Estonia è il campionato più bello, creativo, combattuto e poi parlavano tutti inglese". 

E da lì inizia il giro del mondo. 

"Nel 2015 un dirigente dell’Ararat Tallinn, club degli esuli armeni in Estonia, mi mette in contatto con la federazione di Yerevan: mi propongono l’Under 17 e la U19. Presto faccio pure il vice al Banants, in A. Imparo il russo e qualche parola d’armeno perché lì l’inglese lo parlano in pochi. Ma poi mi richiama il Saldus e ritorno per un mese, perché scopro che è peggio, senza soldi…". 

Di nuovo disoccupato, invece l’Asia… 

"Un agente mi propone la Cina nel 2016, lavorare con la Nike Academy, scuole calcio, un contratto ricco: facevo il formatore di giovani tecnici, il mentor coach. Era il periodo del boom del calcio cinese, con Lippi, Cannavaro, Capello, Pato, Lavezzi e tanti stranieri. Il governo investe nel settore… Per un po’ lavoro anche come coach dell’Under 16 e 17 cinese. La Cina è un Paese modernissimo: pagamenti digitali ovunque, mezzi di trasporto avanzati, cantieri e opere all’avanguardia. Ma dopo otto mesi mi mancava allenare un gruppo di ragazzi fisso, un club". 

A gennaio 2017 riceve un’offerta dal Ghana. E siamo in Africa. 

"Il presidente del Dream Fc di Dawu, Kurt Okraku, n.1 ora della Federcalcio ghanese, aveva sentito parlare di me in Cina, mi propone il Bechem United, promosso da poco in A. Bechem è una piccola città agricola, sugli altipiani, miscuglio di etnia e religioni, ma avevano vinto la Coppa nazionale. In Ghana giocano a calcio dappertutto, per strada e nei campi, talento, creatività e doti fisiche elevate. Perdemmo la Supercoppa, ma poi c’è la partecipazione storica alla Caf Confederation Cup, la seconda Coppa africana: rappresentare una nazione è un altro grande orgoglio. Anche se scopro l’altra faccia dell’Africa. Man mano che facciamo strada in campionato, siamo terzi, mi vendono giocatori: lì il mercato è aperto tutto l’anno. Poi becco la malaria, la puntura di scorpione a una caviglia e un giorno, sapendo la mia passione per i leoni, mi regalano tre leoncini come regalo di benvenuto. Io li feci subito restituire… L’Africa è stata una grande avventura, anche se ha enormi problemi di scarsità d’acqua e di elettricità, di criminalità. Ma la gente è un incanto". 

Nell’estate del 2017, finisce in Palestina a Hebron. 

"Conosco un agente che lavora lì. All’Ahli Al-Khalil c’era stato da poco Stefano Cusin che aveva vinto delle Coppe. Quindi amavano gli italiani. Allora la situazione era più tranquilla. Erano tutti ragazzi locali, molti semipro, molti arrivavano dai campi profughi, da tragedie familiari. Comunque va bene, siamo in finale di Coppa della Palestina, l’unico torneo che unisce Gaza e la Cisgiordania. Ma al valico di Erez vietano per motivi burocratici e di sicurezza l’ingresso a Gaza, dove si gioca la finale, a 11 dei miei ragazzi. E così perdiamo. Poi non mi rinnovano il visto dopo un viaggio in Europa e sono costretto a lasciare. A Hebron un contatto umano unico, voglia di raccontarsi, di stare insieme agli stranieri, affetto e curiosità". 

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Dopo un breve “scalo” fra Thailandia e Cambogia, finisce in Indonesia… 

"Sì, marzo 2018 mi offrono il Psis Semarang, a Giava, un milione e mezzo di abitanti. Lì amano il calcio da pazzi, è una religione come in Brasile. Non potevo girare per strada, ero come Mourinho. Una sera rimanemmo barricati negli spogliatoi fino al mattino, dovette intervenire la polizia. Il tifo era uno sfogo di rabbia sociale e forma di appartenenza. Ma hanno un carattere aperto e gioviale. Un Paese enorme, di bellezza strepitosa, coste, foreste, cultura, ma dagli squilibri economici fortissimi". 

Poi dissidi col presidente la portano in breve in Kosovo e poi l’America. 

"Per pochi mesi. Nel giugno 2019 il Belize cerca un ct. Mi offro. Arrivo: spiagge spettacolari, gente rilassata, tutto un altro mondo. DiCaprio e Madonna hanno dei villoni lì, Placencia Beach è fenomenale, il top dei Caraibi. Mi fanno un triennale, però col Covid furono sospese tutte le competizioni e sono rimasto solo un anno. Lì il calcio non è il top, ma cercando oriundi e naturalizzati il gruppo cresce. Solo per un problema burocratico non ci qualificammo alla Gold Cup, la Coppa centroamericana". 

Dopo il Covid di nuovo l’Asia. 

"In India, al Gokulam Kerala. Per caso: mia sorella in vacanza lì trova dei contatti altolocati e mi chiamano. E lì abbiamo vinto 2 I-League, in trionfo su un carro per la città di Kozhikode, a sud, quattro milioni di abitanti… Con stadi pieni da 70 mila persone. Debutto in Afc Cup, la EuroLeague d’Asia, col Mogun Bagan (una grande d’India) vinciamo fuori casa. È stata l’esperienza che mi ha segnato di più. Ero stato a Betlemme in Palestina e a Calcutta ho visitato la Casa Madre delle Missionarie della carità di Madre Teresa: il momento più memorabile del mio biennio lì". 

Da lì nel 2023 Nepal e poi Afghanistan. 

"Ho fatto trekking sull’Everest fino a 5.100 metri, in cinque giorni di salita, per l’acclimatamento. Faticaccia meravigliosa! In Nepal siamo arrivati al secondo gruppo delle qualifiche mondiali per Usa 2026, risultato storico, e abbiamo vinto un Three Nations con Bhutan e Laos. Il football è molto seguito e tifato, amano la Premier, ma molti emigrano in Australia per lavoro. Tanto che ho chiamato a giocare il capitano della nazionale di calcio a 5… Lì sono molto religiosi e rispettosi, mi chiamavano Guru, hanno profondo il senso della famiglia. A Kabul invece sono stato poco, c’è una natura bellissima, ma eravamo sempre scortati, sotto il regime dei talebani. Spesso ero in ritiro in Arabia, è la nazionale della diaspora, giocano tutti in giro per l’Asia, situazione complessa". 

Infine il ritorno in Africa. 

"Nel maggio 2025 mi chiama il Burkina Faso come ds. Così, dopo la Coppa d’Africa a fine anno, ho scelto la Guinea Equatoriale per fare il ct. Qui si sono qualificati tre volte di fila alla Coppa d’Africa, hanno organizzazione e disciplina e ho uno staff italiano. Faccio scouting e promuovo i ragazzi all’estero per fargli fare esperienza in vista delle qualificazioni. Molti sono di origini europee con genitori guineani, con percorso, crescita e cultura europea. Come Mascarell ex vivaio Real o Coco". 

E il sogno di… 

"Portare la Guinea ai Mondiali, mai successo, poi tornare in Italia e allenare in A. Mi ci vedo, senza presunzione". 

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E allora in bocca al lupo, Magellano.

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