Albertini: "Due pali e una rete. Così la parrocchia sembrava San Siro"
La leggenda del Milan è cresciuto all’oratorio di Villa Raverio in Brianza e racconta: "L’esperienza dell’oratorio fa parte del mio Dna di uomo"
La leggenda del Milan è cresciuto all’oratorio di Villa Raverio in Brianza e racconta: "L’esperienza dell’oratorio fa parte del mio Dna di uomo"
Andrea Ramazzotti Giornalista 24 ottobre - 14:39 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleL’oratorio è stato casa sua. Lo ha frequentato da bambino insieme al fratello Alessio, diventato sacerdote, e lì ha iniziato a giocare a calcio. Se Demetrio Albertini ha vinto tutto con la maglia del Milan e ha sfiorato sia Europeo e Mondiale con la Nazionale, il merito è anche di quegli anni all’oratorio di Villa Raverio, frazione di Besana Brianza. L’ex centrocampista ci è entrato quando era poco più che un bimbo e da allora è passato mezzo secolo, ma i ricordi sono ancora nitidi nella sua mente.
Albertini, qual è il primo ricordo che le viene in mente di quegli anni all’oratorio?
"A 10 anni mio papà, che faceva il capomastro muratore ed è stato il mio primo allenatore all’oratorio, mi portò a un provino a Seregno e sei mesi più tardi avevo già firmato il mio primo cartellino con il Milan, ma prima il calcio era in strada e al campo dell’oratorio dove, con due pali, una traversa e una rete, mi sembrava di essere a San Siro. Il richiamo del pallone è sempre stato troppo forte fin da quando avevo quattro o cinque anni: scavalcavo un cancello ed ero sul campo della parrocchia per giocare con i miei amici, quelli nati nel 1971 o negli anni precedenti e successivi".
Anche quando è diventato professionista il legame con l’oratorio non si è mai dissolto.
"Assolutamente no ed è presente anche adesso. L’esperienza dell’oratorio fa parte del mio Dna di uomo e sarà per sempre così. Sono nato in paese di 1200 abitanti, Villa Raverio, e, anche se c’erano tanti spazi verdi dove poter giocare, quando ho iniziato a frequentare l’oratorio, quella è diventata la mia realtà: lì il calcio rispecchia i valori dello sport di strada e ho scoperto il senso della competitività, lo spirito del confronto e la condivisione con i compagni sotto l’indirizzo dell’educazione cristiana. Mi sono divertito e ho passato giornate spensierate senza l’obbligo del risultato o le indicazioni tattiche di un allenatore".
VIDEO: Albertini: "Baresi un leader silenzioso, ma aveva carisma e senso di appartenenza unici"Se ha vinto 5 scudetti e 3 Champions, lo deve anche all’oratorio di Villa Raverio?
"Sì. Sono cresciuto in una famiglia cattolica e molto unita, che ha insegnato a me e ai miei fratelli Alessio e Gabriele l’educazione, il rispetto e lo spirito di sacrificio. Gli stessi valori li ho poi coltivati, insieme alla passione per il calcio, all’oratorio. Quelle componenti sono state fondamentali per farmi restare una persona equilibrata quando sono diventato calciatore".
Com’era la vita all’oratorio?
"Ricordo le partite con gli oratori dei paesi vicini, che a noi sembravano incontri di un Mondiale per quanta passione ci mettevamo. Non c’erano i telefonini e i social: eravamo felici rincorrendo un pallone. Lo sport vissuto in un oratorio per me è stato una scuola di vita e mi ha fatto capire che per raggiungere gli obiettivi prefissati ci vogliono fatica, impegno e dedizione. Pensare di avere tutto e subito è sbagliato".
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