Paolo Cannavaro: "Io, da raccattapalle a capitano del Napoli. Risate e paura coi miei petardi..."
L'ex capitano azzurro si racconta a tutto tondo: dal legame forte e mai ingombrante con il fratello alla difesa della sua identità in città, ai ricordi di spogliatoio
L'ex capitano azzurro si racconta a tutto tondo: dal legame forte e mai ingombrante con il fratello alla difesa della sua identità in città, ai ricordi di spogliatoio
Alessandra Vaccaro 24 ottobre - 16:31 - NAPOLI Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleLe stelle brillano di luce propria, la luna e i pianeti di luce riflessa. Questa teoria astronomica deve averla ripetuta come un mantra Paolo Cannavaro, fin da bambino. Aveva 12 anni quando il fratello, futuro Pallone d’oro, faceva il suo esordio in serie A con la maglia del Napoli. Eppure, non ha mai vissuto alla sua ombra. L’ha ammirato da raccattapalle all’ex San Paolo, l’ha emulato, gli ha rubato i trucchi del mestiere. Del resto, gli è toccato l’ingrato compito di ricoprire lo stesso ruolo. L’ingombro di quel cognome non è mai stato un peso, piuttosto uno stimolo. Paolo ha tirato dritto per la sua strada, realizzando un sogno che era anche di Fabio: essere il capitano del Napoli. Si è goduto la fascia, gli applausi, gli anni della rinascita dell’era De Laurentiis, i primi trofei. Si è beccato i fischi, pur essendo figlio della città. La carriera da giocatore da incorniciare, quella da allenatore, per ora in tandem col fratello, ancora tutta da scrivere. Paolo Cannavaro fa progetti per il futuro con la sua lavagnetta tattica accanto (la linea di difesa è a quattro), ma non disdegna l’emozione di un tuffo nel passato.
Tu e Fabio, stesso ruolo, tanti paragoni, è stato difficile conviverci?
"È stato più un esempio che un peso. L’etichetta di ‘fratello di’ è stato un problema degli altri. Da ragazzino ero molto bravo a far finta di non sentire e andare avanti perché avevo bene in mente ciò che volevo. La mia vittoria più grande è stata impormi come Paolo nella mia città, il posto più difficile dove farlo".
Hai rubato un sogno a tuo fratello: essere il capitano del Napoli.
"Quando sei tifoso del Napoli, soprattutto per noi cresciuti a pochi passi dallo stadio, il sogno è poter indossare quella maglia e la fascia da capitano. Se guardo indietro non sono tantissimi i napoletani che hanno portato la fascia, io ho avuto il privilegio, la fortuna, l’onore e anche la bravura (ride ndr) di farlo in maniera egregia. È uno sfizio che mi sono tolto. Non voglio che passi il messaggio che la fascia sia meglio di un Pallone d’oro e di un Mondiale vinto".
VIDEO: Paolo Cannavaro: "Napoli? Senza 5 titolari soffrirebbe chiunque"Approdi al Parma nel 1999, quando tuo fratello era già un leader dei gialloblù e della Nazionale. Hai mai avuto la sensazione di essere considerato un “raccomandato”?
"Da piccolo facevo il raccattapalle e in campo c’era mio fratello, già questo era strano per me. Guardandolo, l’emozione era amplificata perché non solo era mio fratello, non solo facevo il suo stesso ruolo, giocava nella mia squadra del cuore: è stato un mix fantastico. Quando sono arrivato a Parma, di sicuro c’è stato qualcuno che ha pensato ‘Va via dal Napoli, va al Parma, se l’è portato il fratello’. La storia dice che lì ho fatto quattro anni da protagonista".
Quanto gli hai rubato di questo mestiere?
"Sicuramente la sua attenzione durante la gara. Non è scontato che i difensori riescano ad esserlo per l’intera durata della partita. Si dice che l’attenzione è la qualità migliore di un difensore, ma va allenata. Fabio nella sua carriera ha sbagliato poche volte l’approccio alla gara. Il Mondiale è un esempio: nella storia del calcio non c’è un difensore che abbia mai offerto prestazioni come le sue. Infatti, si è meritato il Pallone d’oro".
Cosa avrebbe voluto rubare a te che lui non ha?
"Avevamo un tipo di gioco diverso. Io, fortunatamente, ho assaporato anche il calcio moderno. Lui era uno da recupero palla e gioco facile, io ero uno più da impostazione, lancio lungo, provavo a fare l’assist per i compagni, anticipare, partire palla al piede e andare al tiro. Era la cosa che mi veniva meglio. Ho vissuto gli anni in cui il difensore è diventato protagonista".
Qualche centimetro te l’avrebbe rubato?
"Per quello che ha vinto non credo (ride ndr). Quando siamo insieme fa sempre la stessa battuta, ‘Se avessi avuto i centimetri di Paolo avrei vinto il Pallone d’oro’. All’epoca ci si chiedeva come potesse offrire quelle performance un difensore di 1,76 metri, ma lui poteva colmare qualsiasi lacuna. È un concetto che mi porto dietro anche oggi: non mi faccio fregare dalla struttura dei giocatori".
Il 2006 è un anno cruciale per i fratelli Cannavaro. Che estate è stata?
"Firmo col Napoli il 6 giugno 2006. In un mese e mezzo, l’Italia vince il Mondiale e la Juve retrocede. Quindi mi ritrovo nella serie B più forte di tutti i tempi e mio fratello reduce dal Mondiale e candidato al Pallone d’oro: l’annata non era in salita, ma una montagna da scalare (ride ndr)".
Scegli il Napoli in serie B, nonostante le tante richieste dalla A.
"Ricordo che quando mi chiamò il mio procuratore e mi disse di questa possibilità, risposi sì senza sapere la durata del contratto e l’ingaggio. Sapevo che quel Napoli avrebbe fatto riaffiorare qualcosa che si era perso negli anni".
Negli anni dei primi successi dell’era De Laurentiis c’era Mazzarri in panchina, così come al tuo esordio in azzurro…
"Mazzarri è stato l’allenatore che ha esaltato di più le mie qualità: nell’impostazione, nella libertà di giocare con palla lunga e cambio di gioco".
Con Benitez, invece…
"Il mio rammarico è stato non aver avuto una chance, non ho avuto la possibilità di giocarmela. Già da inizio ritiro si capiva che partivo da riserva. Dopo quattro mesi sono andato via. Da giocatore la presi male. Ad oggi ha tutto molto più senso. Solo da allenatore mi sono reso conto di alcune dinamiche".
Sei stato male per l’addio al Napoli?
"Sì, sono stato male perché ero il capitano, ero figlio della città ed ero a casa. È stata una scelta necessaria: a Napoli mi sentivo come se stessi per finire la carriera, invece avevo ancora il fuoco dentro, avevo ancora tanto da dare, infatti ho giocato altri cinque anni. Sentivo che era troppo presto per smettere".
De Laurentiis ha fatto qualcosa per trattenerti?
"No, altrimenti starei ancora giocando nel Napoli (ride ndr). Le società non prendono decisioni senza confrontarsi con gli allenatori. Nel corso degli anni il Napoli ha alzato il tiro, ha acquistato grandi nomi, dal Real Madrid, dallo United, dal City e questo è un dato di fatto. In passato, il Napoli andava a cercare il giovane di belle speranze, poi ha iniziato a dire la sua anche sul mercato internazionale. Lo dico a malincuore, perché sono dovuto andare via, ma era uno step che andava fatto nel percorso del club".
Negli anni da capitano del Napoli sei stato contestato dai tifosi, perché?
"Napoli è stata sempre molto esigente e forse troppo ‘cattiva‘ coi figli della città. Il giocatore napoletano diventa il capro espiatorio nelle difficoltà. Non lo dico io, lo dice la storia. Ho vissuto momenti particolari, ho ricevuto fischi pesanti".
Quando ti hanno fischiato?
"In un Napoli-Torino, appena andiamo in svantaggio mi arriva il pallone tra i piedi e sento dei fischi, la passo e i fischi finiscono, riprendo il pallone e li risento. Mi giro verso Aronica e gli chiedo ‘Totò ma stanno fischiando solo me?’ e lui mi risponde ‘Paolì mi sa di sì’. Mi faccio passare palla, calcio una pallonata senza senso verso un settore e poi indico lo stemma del Napoli sulla maglia. Volevo far capire ai tifosi che accettavo la contestazione, ma non era giusto dare solo a me la responsabilità per un’annata storta. Stavano colpendo uno di loro".
L’hanno capito il tuo gesto?
"Penso di sì. Negli anni successivi è tornato tutto normale. È stata intensa come situazione, mi ha reso triste all’epoca. Non dimenticherò mai una scena, alla rampa all’esterno del Maradona, mentre tutti provavano ad insultarmi, un papà con un bambino mi disse ‘Capità nun ‘e dà retta, tant a Napule simm amant de stranier’. Una frase che mi fece risollevare il morale. Nei giorni successivi ci fu un confronto col mio procuratore che mi chiese se volessi andare via, io risposi di non voler lasciare Napoli da sconfitto. Il mio agente mi disse ‘Se non mi avessi risposto così t’avess chiavat nu paccar’. Sapeva che non era ciò che volevo".
Nel 2020 arriva un’altra batosta: inaugurazione della fermata della Cumana a Fuorigrotta, 300 metri di pannelli con i giocatori del Napoli e tu non ci sei. Non ti sei trattenuto, ti sei sfogato su Instagram.
"Credo di essere stato fin troppo educato. Tanti di quei giocatori lo meritavano più di me, ma io ero l’unico che realmente prendeva la Cumana da ragazzino in quella stazione, meritavo almeno l’entrata (ride ndr)".
Da capitano e buon napoletano, avevi dei riti scaramantici?
"Sono stato sempre un tipo molto equilibrato, nel bene e nel male. Oddio, un gesto scaramantico c’era. Lo posso dire adesso, tanto è in prescrizione (ride ndr). Ogni primo dell’anno, portavo dei petardi al campo: era il mio modo di festeggiare, fin dai tempi di Parma, da sempre. Durante il consueto brindisi, portavo almeno un paio di petardi per dare un po’ di brio e anche perché per noi napoletani sono scaccia malocchio. Un anno, le cose andavano particolarmente bene, allora pensai di piazzare un petardo nelle docce: lo accesi e venne fuori un boato pazzesco. Accorsero Mazzarri, Frustalupi, Santoro, tutto lo staff impaurito mentre noi ridevamo. Fatto sta che quell’annata è finita wow, quindi ho portato avanti la tradizione, anche a Sassuolo".
Avevi dei complici?
"Sempre Grava e Totò Aronica. Eravamo un bel gruppo, c’erano anche Morgan De Sanctis, Calaiò: ci siamo goduti davvero lo spogliatoio, la cena in ritiro, c’era un’atmosfera di positività".
Negli ultimi tempi sei stato accostato a una panchina di Lega Pro, hai intenzione di metterti in proprio?
"Sono sotto contratto con la nazionale uzbeka, siamo a ridosso di una Coppa d’Asia, quindi per ora la priorità è la nazionale. Certo, mi inorgoglisce il fatto che il mio nome venga accostato a varie panchine".
Ti dispiacerebbe spezzare la combo con tuo fratello?
"Ho già fatto un’esperienza da solo. Sono tornato con Fabio per vivere un’esperienza fantastica, quella del Mondiale. Da giocatore non ho avuto la fortuna di farlo, posso dire che anche da allenatore è indescrivibile. Ci siamo ricongiunti per questa avventura e siamo ancora insieme per il secondo atto".
Facciamo un gioco, sei l’allenatore del Napoli, che consiglio ti senti di dare a Lucca per le shitstorm social e i fischi allo stadio.
"Mi fa piacere poter esprimere la mia solidarietà a Lorenzo. Nelle ultime gare ho visto un ragazzo sconfortato. Purtroppo, in questo momento è bersagliato da tutti. Il mio consiglio è giocare con un pizzico di incoscienza, non dico di tapparsi le orecchie perché i mugugni e i fischi devono essere uno stimolo. Nel momento in cui si sbloccherà, sarò l’uomo più felice perché so cosa può dare a questa squadra".
Che consiglio ti senti di dare a Rafa Marin?
"Di italianizzarsi prima possibile. Rafa ha una qualità, che è figlia del suo luogo di nascita, sa giocare a calcio. In Italia, però, si deve ragionare come un ‘difensore italiano’, stare attento fino al triplice fischio, capire che ci sono attaccanti che non bisogna sottovalutare".
E a Lang cosa ti senti di dire?
"Qualche giorno fa hai condiviso un reel virale in sua compagnia… Non ci trovo niente di male che faccia anche il rapper, non toglie né tempo, né energie al calcio. Noa è un giocatore importante, genera l’uno contro uno con i difensori, punta, prova anche le giocate un po’ più folli".
De Bruyne ha bisogno di consigli?
"De Bruyne inizia la giornata dipingendo calcio. C’è poco da dire su di lui".
Che consiglio ti senti di dare al capitano Di Lorenzo?
"Bruscolotti ha dato il via ad un dissing pesante negli ultimi giorni. È finita in maniera tranquilla. Ci sono dei momenti in cui si parla a caldo, si è arrabbiati, non si dice neanche realmente ciò che si pensa. L’importante è non generare tensioni. È stato un caso isolato, finito presto e bene".
Prendi spunto anche da Massimiliano Allegri, nonostante le critiche alla sua proposta di gioco?
"Si può discutere per giorni su calcio vecchio e nuovo. Allegri è un pratico e non è un difetto. È arrivato in una squadra già creata. Non è un calcio spumeggiante, come può essere quello del Como di turno, ma ognuno ha la propria idea. Prendo spunto da lui, ovviamente. Mi piace ascoltare gli allenatori nelle interviste, guardarli durante la partita. Il Napoli non è partito come speravamo, ma siamo ad ottobre, c’è tempo. Chi ha scelto Allegri sa che proverà ad arrivare all’obiettivo".
Difesa a tre o a quattro?
"Sulla mia lavagnetta tattica è a quattro… Difesa organizzata con regole ben precise".
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