Sentire meno con l’età può aumentare il rischio di Alzheimer? Cosa sappiamo
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Sentire meno con l’età può aumentare il rischio di Alzheimer? Cosa sappiamo

Domenica 25 ottobre 2026
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Gli studi mostrano un’associazione tra perdita dell’udito e demenza. Ora i ricercatori stanno cercando di capire se gli apparecchi acustici possano ridurre il rischio

Gli studi mostrano un’associazione tra perdita dell’udito e demenza. Ora i ricercatori stanno cercando di capire se gli apparecchi acustici possano ridurre il rischio

Eu.Spa. 25 ottobre - 09:35 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Capita quasi senza accorgersene. In un locale affollato si comincia a perdere qualche parola, davanti alla tv il volume sale di un paio di tacche, oppure si chiede più spesso "come, scusa?". Normale, verrebbe da dire: l’udito invecchia insieme al resto di noi. Solo che da qualche tempo i ricercatori guardano con particolare interesse proprio a quei piccoli cedimenti, perché la perdita dell’udito è risultata associata anche al declino cognitivo. Non significa che diventare un po’ sordi provochi l’Alzheimer, naturalmente. Ma il legame è abbastanza interessante da aver fatto entrare l’ipoacusia nell’elenco dei 14 fattori di rischio potenzialmente modificabili della demenza individuati dalla Lancet Commission. E apre a una domanda: se recuperiamo almeno in parte ciò che non sentiamo più, possiamo fare qualcosa anche per il cervello? 

Quando l’udito perde colpi

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Uno dei lavori che hanno acceso l’interesse risale al 2011. Frank Lin, della Johns Hopkins School of Medicine, insieme ai colleghi seguì 639 persone tra i 36 e i 90 anni, inizialmente senza demenza, per una mediana di 12 anni. Nel corso dello studio furono diagnosticati 58 casi di demenza, 37 dei quali di Alzheimer, ma il dato interessante emerse mettendo i risultati in relazione con l’udito misurato all’inizio della ricerca. Rispetto a chi sentiva normalmente, nei partecipanti con perdita lieve il rischio di sviluppare demenza risultava 1,89 volte maggiore; con un deficit moderato saliva a tre volte, mentre nel piccolo gruppo con ipoacusia grave arrivava a 4,94 volte. Ogni peggioramento di 10 decibel era associato a un incremento del rischio del 27 per cento. Gli stessi autori, però, lasciavano aperta una questione non proprio secondaria: la perdita dell’udito potrebbe contribuire alla demenza oppure essere uno dei segnali precoci di un processo già in corso. Lo studio originale, pubblicato su Archives of Neurology, non permetteva di stabilirlo. 

udito e cervello

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Perché mai le nostre orecchie dovrebbero avere qualcosa a che fare con il cervello? Un'ipotesi è che se i suoni arrivano incompleti, seguire una conversazione richiede più lavoro: bisogna decifrare le parole e ricostruire quelle sfuggite. Una parte delle risorse cognitive viene quindi impegnata semplicemente per capire cosa sta dicendo l’interlocutore. C’è poi l’effetto sulla vita sociale: se chiacchierare in un locale diventa faticoso, può venire spontaneo evitare certe situazioni, riducendo occasioni di relazione e stimolazione. Resta anche la possibilità che ipoacusia e neurodegenerazione dipendano, almeno in parte, da processi biologici comuni.Ma sono tutte spiegazioni allo studio, non meccanismi già dimostrati. 

E se mettessimo l’apparecchio acustico?

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Qui la faccenda diventa ancora più interessante. Nel 2026 un gruppo internazionale di ricercatori ha messo insieme i dati di 62 mila persone con problemi di udito, tutte con almeno 55 anni, provenienti da sette grandi studi condotti complessivamente in 33 Paesi. Il follow-up medio è stato di 6,5 anni e durante questo periodo sono stati registrati 9 mila casi classificati come "probabile demenza". Tra chi utilizzava apparecchi acustici il rischio risultava inferiore del 9 per cento rispetto a chi non li usava.Ma il risultato cambiava parecchio quando i ricercatori distinguevano fra chi dichiarava di sentire effettivamente meglio grazie all’apparecchio e chi, pur indossandolo, otteneva scarsi benefici: nel primo gruppo la riduzione associata del rischio arrivava al 14 per cento, nel secondo non emergeva invece una diminuzione significativa. Lo studio, va detto, è osservazionale e non permette quindi di concludere che sia stato proprio l’apparecchio acustico a proteggere il cervello. 

Il punto interessante però è proprio la differenza tra possedere un apparecchio e riuscire davvero a sentire meglio. Gli autori parlano di "effective hearing aid use", uso efficace dell’ausilio, e indicano la qualità della riabilitazione uditiva come un possibile elemento su cui intervenire. Insomma, se per anni abbiamo pensato all’apparecchio acustico come a una specie di manopola del volume applicata all’orecchio, la ricerca sta cercando di capire che cosa accada dall’altra parte, quando al cervello tornano ad arrivare informazioni sonore che aveva progressivamente perduto.

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