Avevano rotto per colpa di CR7, oggi l'abbraccio del disgelo tra Marotta e Paratici. I retroscena
Prima della partita l'uomo mercato viola e il presidente dell'Inter si riconciliano tra abbracci e sorrisi
Prima della partita l'uomo mercato viola e il presidente dell'Inter si riconciliano tra abbracci e sorrisi
Filippo Conticello Giornalista 25 ottobre - 18:24 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su GoogleDicono che gli abbracci valgano più delle parole, figurarsi quando arrivano dopo anni di grande freddo, dopo lunghe stagioni in cui di vere parole neanche l’ombra. Beppe Marotta e Fabio Paratici si sono abbracciati a San Siro prima del loro Inter-Fiorentina e sono state le telecamere di Dazn a catturare una scena che fino a poco tempo fa sarebbe stata difficile anche solo immaginare. Un gesto semplice, quasi ordinario per due dirigenti che si incrociano prima di una partita, ma stavolta dentro c’è molto altro: vent'anni di storia comune, sette scudetti vinti fianco a fianco, un'amicizia poi consumata fino alla separazione burrascosa diventata spigolosa rivalità. Più che pace – qui nessuno è stato in guerra aperta –, è un disgelo tra due dirigenti che hanno formato una delle coppie più vincenti del calcio italiano prima di dividersi malamente. E che, a giudicare da quell'abbraccio, hanno deciso di lasciarsi qualcosa alle spalle.
LA LUNGA INTESA
—Tutto inizia alla Sampdoria, dove Marotta arriva nel 2002 e due anni dopo sceglie un giovane Paratici, fresco di addio al calcio giocato, per metterlo a capo degli osservatori. Fabio impara in fretta fino a diventare il suo fedele direttore sportivo e la coppia funziona che è una bellezza. Con un blitz a Madrid, ad esempio, la loro Samp riporta Cassano in Italia e poi mette accanto Pazzini: non saranno Lautaro e Thuram, ma fanno sfracelli fino al quarto posto e ai preliminari di Champions. Nel 2010 Andrea Agnelli chiama a Torino il direttore generale blucerchiato con tutto il suo staff, Paratici compreso, e la Signora rinasce dalle ceneri di Calciopoli e diventa cannibale feroce: scudetti accatastati uno sull'altro. Neanche le briciole per la concorrenza. In mezzo, geniali colpi a zero, da Pirlo in poi, a cui successivamente si mescola una nuova potenza di fuoco negli acquisti, da Tevez a Higuain. Marotta, dirigente politico e fine tessitore di relazioni, gestisce gli equilibri dall'alto e libera il suo d.s. da altri compiti, lasciandogli il tempo di setacciare il talento. La coppia è ben assortita, complementare: uno si occupa di una parte prettamente tecnica, dello scouting, del rapporto con gli agenti, mentre nell’ultima parte della trattativa arriva il dirigente più esperto che conosce i numeri e sa fin dove ci si può spingere per non bruciarsi.
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—Un meccanismo quasi perfetto, almeno fino all'estate del 2018. Sull'altare dell'utopia Cristiano Ronaldo si consuma anche il divorzio: la Juventus firma il suo patto col Diavolo pur di sfiorare quella Champions diventata ossessione, ma è un azzardo economico e tecnico a cui Marotta è contrario dall'inizio. Paratici, invece, è tra i protagonisti dell'operazione sostenuta da Agnelli: la frattura diventa insanabile e nell'autunno 2018 l'ad lascia Torino, mentre il vecchio delfino rimane al comando dell'area sportiva. Volano gli stracci, non soltanto in senso figurato: Marotta avrebbe ammesso tempo dopo pubblicamente di essere rimasto in buoni rapporti con tutti alla Juve, tranne che con Paratici "per motivi umani". Difficile immaginare una distanza più netta tra due professionisti che avevano condiviso tanto, anche perché a dicembre Marotta si veste di nerazzurro e comincia la stessa ricostruzione felice a Milano dove porta un metodo di lavoro vincente: da vecchi alleati, i due diventano ufficialmente avversari sul mercato e in campo. Mentre tramonta la stagione bianconera e la nuova Juve di Paratici non ha la stessa forza spaventosa delle precedenti, nasce definitivamente questa epoca di successi nerazzurri. Anche quando Fabio passa al Tottenham, i rapporti non si ricuciono: ancora lo scorso dicembre, ragionando sul possibile trasferimento di Guglielmo Vicario a Milano, pesa il fatto che a Londra comandi l’ex ds Juve, non certo il migliore amico della dirigenza nerazzurra.
L’ABBRACCIO
—Il tempo, però, ha sfumato le posizioni e forse alleggerito anche gli umori: Marotta è diventato presidente completando il suo cursus honorum, Paratici è tornato in Italia alla Fiorentina dopo l'esperienza inglese e la squalifica legata al caso plusvalenze. In passato Fabio aveva già ricordato con affetto gli insegnamenti del vecchio maestro, perfino quelli su come vestirsi da dirigente e, in effetti, qualche parola sfuggevole, di circostanza, era stata già scambiata in alcune occasioni tra i due ex amici. Stavolta, però, a San Siro, è arrivato qualcosa di più concreto, come un abbraccio: di qua il Kissinger varesino, che è abituato alla realpolitik e alle mediazioni più complicate, e di là il suo direttore sportivo di un tempo, dotato di fiuto unico ma con un carattere più irsuto. Per una volta, tra loro, non c'erano contratti da discutere, campioni da comprare e neanche affari da soffiarsi, alla fine semmai avrebbero potuto parlare di rimonte disperate, rigori e rimpianti.
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