Filippo Romano e il trionfo di Firenze: "La testa ha fatto la differenza. Idolo Djokovic, sogno Melbourne"
La Gazzetta dello Sport

Filippo Romano e il trionfo di Firenze: "La testa ha fatto la differenza. Idolo Djokovic, sogno Melbourne"

Lunedì 26 ottobre 2026
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Il classe 2005 è salito al numero 243 del ranking e punta gli Australian Open: "Un ragazzo tra i primi 400 che viaggia con il coach non ha pari"

Il classe 2005 è salito al numero 243 del ranking e punta gli Australian Open: "Un ragazzo tra i primi 400 che viaggia con il coach non ha pari"

Lorenzo Topello Collaboratore 26 ottobre - 17:14 - MILANO Scegli Gazzetta come fonte preferita su Google

Si sente del chiasso di sottofondo mentre Filippo Romano risponde al telefono: "Sì, sono in stazione. Abbiamo appena perso un treno…". Sul Gps ha inserito la rotta verso nord, a Brest: "Quando giri per Challenger è così: finisci una settimana e subito c’è il torneo successivo da programmare. Però se ripenso al titolo vinto a Firenze mi passa tutto il nervosismo, garantisco". E noi ci crediamo eccome: in mezzo a colline e olivi, a pochi passi dal Viola Park, il classe 2005 ha vinto il primo Challenger in singolare della carriera, guadagnandosi pure il best ranking al numero 243. Su quel treno è salito eccome.

La settimana perfetta, quella sulla terra rossa toscana.

"A Firenze mi sono trovato benissimo: appena abbiamo messo piede nel circolo abbiamo respirato una bella atmosfera, ho avuto il piacere di conoscere molte persone. Tutto splendido, compreso il finale: non avrei mai pensato di arrivare a questa conclusione in settimana. Sentivo di giocare bene, ma non venivo da un buon periodo. La mia fiducia è aumentata di partita in partita".

Fino all’ultimo atto contro il connazionale Ribecai. Ha chiuso al terzo set.

"Un po’ come in tutta la settimana, ci sono stati anche dei cali. Però li ho saputi governare. Una cosa è certa: avevano ragione i più esperti anni fa quando mi dicevano che nel tennis la testa fa tutta la differenza del mondo. Incide almeno per il 75%, ci sono giocatori che sanno far leva soprattutto su quella".

Tipo Novak Djokovic.

"Il mio idolo, nessuno come lui. Pazienza se ad alcuni sta antipatico, per me è un esempio in ogni ambito".

Lei come lavora sul lato mentale?

"Prendo spunto dal tennis anche nella vita privata, accettando gli imprevisti che accadono e cercando da subito soluzioni. Se ci si riesce il più in fretta possibile la si spunta, se invece ci si fa mangiare dal problema si affonda. Forse è il problema che mi ha caratterizzato alcune volte prima del torneo di Firenze: non riuscivo a trovare soluzioni. In questo senso mi aiuta tanto coach Gipo Arbino".

Che ha lavorato con enorme profitto insieme a Lorenzo Sonego.

"Sì, infatti mi alleno anche io al Circolo La Stampa a Torino. Sonny è un po’ diverso da me come carattere, ma un consiglio in comune lo abbiamo ricevuto: l’importanza di lottare, di avere sempre fame. Di accettare che le cose possano andare contro di noi e remare per farle girare. Da quando è arrivato Arbino ho scalato oltre 400 posizioni nel ranking e non è un caso".

A proposito: ora viaggia al numero 243. Ci ha buttato un occhio più curioso del solito?

"Non troppo, ma sono molto vicino a un sogno che ho sempre avuto: la qualificazione per uno Slam. L’idea di accedere alle eliminatorie prima dell’Australian Open esaudirebbe il mio più grande desiderio, credo quello anche di ogni tennista. Ora è lì a portata di mano".

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Come lo si può avvicinare?

"Giocando ancora, rimanendo il più continui possibili. Mi sono iscritto al Challenger di Brest, poi a Taranto e infine ad alcuni tornei indoor: valuterò sicuramente i tornei di Orleans, Helsinki e Metz".

Domanda inevitabile. Ma quanto gioca un tennista nel circuito Challenger?

"Le racconto il programma stagionale. Di solito si programmano 30-35 tornei ogni anno. Lo schema è ordinato sulle settimane: tre si riempiono coi tornei, una con soli allenamenti. A seconda del momento di forma e del calendario, si può procedere anche con un mese intero di tornei, solo che dopo si rimane al centro sportivo nelle successive due settimane. Appena vieni eliminato dal torneo vai a casa e ricominci ad allenarti".

Lei è anche un doppista, però. A Firenze ha pure raggiunto la semifinale.

"Sì, cerco di coltivare il più possibile anche quella specialità perché ne sono appassionato. Quest’anno mi sono iscritto però a meno tornei nel due contro due, per potenziare il lavoro sul singolare. Ma non ho intenzione di scegliere una sola specialità fra le due, almeno per il momento".

È più problematico gestire i viaggi, le spese o entrambi?

"I viaggi sono lunghi, a volte molto di più di quanto si pensi. Devi cercare di scioglierti fisicamente appena possibile, di entrare in forma perché di lì a poche ore dall’arrivo può capitare che tu debba già scendere in campo. E naturalmente anche con le spese non si scherza. Sono sincero, i primi 100 riescono a guadagnare abbastanza bene coi tornei. Ma è inammissibile per esempio che un ragazzo fra i primi 300 o 400 del mondo non guadagni sufficientemente per permettersi uno staff completo fra allenatore e preparatore. È per questo che per tenere botta si deve ricorrere a sponsor e sostegno della Federazione. Le garantisco: un ragazzo fra i primi 400 che vuole disputare tornei tutto l’anno e portarsi sempre dietro il coach non fa neanche pari a livello economico. Per lui il tennis è una rimessa".

Torniamo con lo sguardo in avanti: qual è il torneo del cuore?

"Per il fascino della superficie Wimbledon, per le emozioni dell’ambiente senza dubbio Roma. Sarebbe un sogno".

Tra un treno e l’altro ha trovato il tempo per sentire il suo quasi vicino di casa Lorenzo Musetti? Lei è di Sarzana, lui di Carrara.

"Non l’ho sentito dopo Lione, ma sono stato felicissimo per lui: gli infortuni lo hanno rallentato, io spero ancora che si rimetta in carreggiata per Finals e Coppa Davis. Ad oggi è un top 10 mancato. Complice la vicinanza territoriale ci siamo spesso allenati insieme, è un orgoglio condividere il campo con lui".

Ma non ha mai avuto dubbi sul tennis? Non è che da piccolo era indeciso con altri sport?

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"Mio padre ha giocato a calcio fino alla Serie C, vestiva la maglia dello Spezia. Quando ero piccolo mi ha praticamente vietato di entrare in quel mondo, quindi ho agito di conseguenza… (ride, ndr). Scherzi a parte, non mi interessavano gli sport di squadra: ho scoperto il tennis e non l’ho lasciato più".

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