Segno quindi sogno, il giro del mondo di Tresoldi: "Un gol col Milan su assist di Leao..."
La Gazzetta dello Sport

Segno quindi sogno, il giro del mondo di Tresoldi: "Un gol col Milan su assist di Leao..."

Sabato 21 febbraio 2026
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 “Sono passato dalla B tedesca alla Champions in un anno”, dice il giovane bomber del Bruges che è nato in Sardegna, gioca per la Germania U21 ed è tifoso rossonero: “Dalla Nazionale italiana mai ricevuto chiamate”

 “Sono passato dalla B tedesca alla Champions in un anno”, dice il giovane bomber del Bruges che è nato in Sardegna, gioca per la Germania U21 ed è tifoso rossonero: “Dalla Nazionale italiana mai ricevuto chiamate”

Andrea Barilaro 21 febbraio - 09:51 - MILANO

Fermi tutti. C’è un giovane calciatore italiano che segna in Champions, gioca per la Germania e la Nazionale azzurra ignora. E sì, già questo fa drizzare le antenne. Si chiama Nicolò Tresoldi, ha 21 anni e la scorsa estate ha spinto il Bruges a sborsare sette milioni di euro per strapparlo all’Hannover. Quanto a tutto il resto... beh, giudicate voi. È nato a Cagliari “un po’ per caso”, cresciuto a Gubbio “dove giocavo a tennis con Cobolli”, poi si è trasferito in Germania “e lì ho scelto il calcio” come papà Emanuele, ex terzino tra Serie A e B. Italiano, tedesco e... pure un po’ argentino, visto che mamma Barbara è nata in terra albiceleste. Nik fa l’attaccante. Inzaghi l’idolo, Lewandowski il riferimento. E Pio Esposito il futuro partner in azzurro? “Però da Coverciano non si sono mai fatti vivi. Se mi sarei aspettato una chiamata? Sì”. Intanto il suo lo fa. Segna tanto (8 reti in campionato, 2 in Champions), sogna altrettanto: “Un gol con la maglia del mio Milan su assist di Leao. Non sarebbe male...”.

Che tra l’altro ha commentato un tuo post su Instagram...
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​“L’ho incontrato una volta a San Siro. Sono tifoso milanista, mi ha fatto un sacco piacere. È stato bello e inaspettato”.
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​Un futuro da nove del Milan come lo vedi?
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​“È il sogno che mi spinge a lavorare duramente tutti i giorni. Qui al Bruges mi trovo molto bene, e so anche che la strada davanti è ancora lunga. Però il sogno di giocare nel Milan è qui, dentro la testa. Ci penso ogni mattina non appena mi sveglio”.
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​Il primo idolo?
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​“Pippo Inzaghi. Tempo fa contavo i gol come lui, avevo una nota sul telefono dove mi segnavo tutto. Valevano anche quelli in allenamento. Poi però ho mollato altrimenti mi sarebbe esploso il cervello”.

Oggi a chi ti ispiri?
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​“Lewandowski. Guardo tutte le partite del Barcellona, lo studio. È la punta che mi piace di più, voglio godermelo fin quando non smetterà”.
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​Due parole su Harry Kane?

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​“Completo, sa fare tutto. È quasi un falso nove, mi piace molto”.
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​Karim Benzema?
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​“Anche lui un po’ stile Kane. Fortissimo. E pure Pallone d’oro...”.
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​Luis Suarez?
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​“Quando era nel prime lo adoravo. Ricordo il tridente con Messi e Neymar: mamma mia!”.
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​Pio Esposito? 

“So che in Italia se ne parla tanto. Personalmente non lo conosco, però Aleksandar Stankovic, che è cresciuto con lui nell’Inter, me ne parla molto bene. Mi dice che è un ragazzo serio, un gran lavoratore. Ora si sta imponendo in nerazzurro e fa gol in Nazionale: se lo merita, gli auguro il meglio”.

Tresoldi-Esposito coppia del futuro? 

“L’Italia è l’Italia, anni fa però ho preso la decisione di giocare per la Germania. Mi hanno mostrato un percorso, mi sono subito sentito amato, anche dalla federazione. Per un giocatore è importante. Da Coverciano non ho mai ricevuto chiamate, dunque per adesso vado avanti con la Germania”.
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​Ti aspettavi almeno una telefonata?
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​“Sinceramente sì. Comunque sia ho fatto due gol in Champions e tutto...Una chiamata anche solo per conoscerci mi avrebbe fatto piacere. Vorrà dire che devo fare ancora di più”.
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​Tra l’altro l’Italia l’hai sfidata anche ai quarti dell’ultimo Europeo U21... 

“È stato un po’ strano sentire gli avversari parlare in italiano. Mi è un po’ dispiaciuto buttarli fuori, però questo è il calcio”.
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​La tua storia inizia... 
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“Da Cagliari. Papà giocava a Gubbio, io sono nato in Sardegna un po’ per caso, dove c’era la casa dei miei nonni materni. Da bambino giocavo sempre, per farmi felice bastava una palla di qualsiasi dimensione. Giocavo, giocavo e giocavo. Stavo fuori ore fin quando mamma non mi diceva di tornare a casa”.
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​Però sei cresciuto a Gubbio. 
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“Dove facevo tennis. Ero abbastanza bravo, mi allenavo tutti i giorni e giravo l’Europa per i tornei. Giocavo spesso con Luca Nardi e c’era anche Flavio Cobolli, ogni tanto capitava di incontrarci. Lui ha iniziato col calcio e poi ha scelto il tennis, io ho fatto l’esatto contrario: abbiamo avuto un percorso opposto. Se sarebbe bello organizzare una sfida? Assolutamente sì!”.
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​Che tennista eri? 
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“Uno tipo Alcaraz. Rovescio a due mani, palle corte, attaccare sempre e comunque. In campo mi divertivo come si diverte lui”.
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​Da Gubbio poi arrivi in Germania dove i tuoi si trasferiscono per lavoro. 

“E lì mollo il tennis per il calcio. Sono entrato nel vivaio dell’Hannover abbastanza velocemente, ho fatto tutta la trafila fino alla prima squadra. Il debutto è stato bellissimo, davanti a 40mila persone e in uno degli stadi più iconici della Germania”.

In Italia avresti avuto le stesse possibilità? 

“Chi può dirlo... Se uno è forte gioca, io la penso così. Adesso in Italia ci sono tanti ragazzi giovani che hanno spazio, tipo Palestra e Bartesaghi. In Germania si tende a farli esordire prima, la cultura è diversa. Nella mia Under 21, per esempio, quasi tutti giocano già titolari in Bundesliga”.

 A Bruges come si vive? 

“Ti devo dire non male, si sta bene. Io e i miei abitiamo in un paesino sul mare fuori città. In estate è molto bello, ora fa un po’ freddo...”.

  Il rapporto con Ale Stankovic? 

“È come se ci conoscessimo da sempre. Ci aiutiamo molto, siamo insieme in ogni momento. Anche in spogliatoio: praticamente lo chiudiamo noi”. 

Siete gli ultimi a uscire?
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“Sempre! Facciamo tutto con la mentalità italiana, mettiamo musica, chiacchieriamo, ci raccontiamo due cazzate. Gli altri belgi fanno tutto di fretta perché devono andare a casa, non so a fare cosa! Noi ce la prendiamo proprio con calma”. 

Ora anche lui ha iniziato a fare gol... 

“E io devo provare a tenerlo con i piedi per terra, ogni tanto si monta un pochino la testa (ride). È un ragazzo veramente fantastico, sta facendo molto bene e gli auguro il meglio perché è davvero una persona top”. 

La partita del cuore fin qui? 
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“Quella di Champions contro l’Atalanta, la aspettavo dal sorteggio. Perché tutta la mia famiglia è di Bergamo e io non giocavo in Italia da quando avevo 13 anni. C’erano papà, mamma e anche la mia nonna Mariangela. Quando leggerà sono sicuro sarà contenta e si metterà a piangere”.
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​A proposito di Champions, sei già a quota due reti: mica male... 

“Mi fa strano pensare che fino all’anno scorso giocavo nella Serie B tedesca e ora ho due gol in Champions. È tanta roba, un salto che mai mi sarei aspettato. Ha sorpreso anche me stesso. Poi uno dei due l’ho segnato al Barcellona, la squadra che fino all’anno prima guardavo in televisione. Cioè, un sogno”.

Sei un po’ italiano, un po’ tedesco e un po’ argentino. Facciamo un gioco: cos’hai di argentino? 

“Direi la tigna, un po’ di quella cazzimma albiceleste”. 

Di tedesco? 

“La calma”. 

Di italiano? 

“Il divertimento. L’essere sempre felice e col sorriso sulle labbra”. 

Sei nato in Italia, cresciuto in Germania e ora giochi in Belgio. Altro gioco: dove si mangia meglio?

“Italia tutta la vita”.

Il posto migliore per una serata con gli amici?

“Italia e Germania, 50 e 50”.

Vacanza dei sogni in... 
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“Sardegna, il mio posto del cuore”. 

Italiani, tedeschi e belgi: chi sono i più ospitali?

“I tedeschi. E non me lo sarei aspettato. Quando sono arrivato in Germania a 13 anni mi hanno accolto benissimo. A volte è capitato che mi facessero qualche battutina relativa al gol di Grosso ai Mondiali 2006. Io avevo due anni! E rispondevo: ‘Ero piccolo, non me lo ricordo’. In compenso credo di aver visto il video un migliaio di volte”.


 I più permalosi? 

“Eh... Forse i belgi”.

 Un esempio?

 “In spogliatoio, quando io e Ale Stankovic facciamo qualche scherzo, se la prendono abbastanza (ride)”. 

I più pazzi?

“Italiani!”. 

Papà Emanuele ha giocato per anni tra Serie A e B. Ti dà qualche consiglio? 

“È bravo perché riesce a essere una via di mezzo. Capisce quando devo essere ‘bastonato’ e quando ho bisogno di parlare, oppure di qualche consiglio. Ogni tanto arriva anche qualche complimento, non tantissimi... In compenso quando me li fa però significa che ho fatto veramente bene”.

Sul tuo profilo Instagram c’è un link che rimanda a una raccolta fondi. 

“È per Rachele, una bambina di Gubbio che ha la malattia di Batten, molto rara. Ho messo la mia maglia all’asta per raccogliere fondi destinati a lei. È una cosa a cui tengo molto. Mi piace aiutare le persone, voglio provare a portare un buon esempio. Ormai viviamo tutti con il cellulare in mano, io provo a utilizzare i social per trasmettere delle cose buone, soprattutto ai ragazzi che mi vedono come una sorta di ‘idolo’”.

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