Dazi Usa, perché la bocciatura della Corte Suprema non riguarda l’auto
La Gazzetta dello Sport

Dazi Usa, perché la bocciatura della Corte Suprema non riguarda l’auto

Sabato 21 febbraio 2026
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La decisione ritiene illegittimi i dazi basati su una legge del 1977 in tema di emergenza economica, mentre quelli imposti sulle vetture si fondano su una norma del 1962 relative alle “minacce alla sicurezza nazionale” industriale

La decisione ritiene illegittimi i dazi basati su una legge del 1977 in tema di emergenza economica, mentre quelli imposti sulle vetture si fondano su una norma del 1962 relative alle “minacce alla sicurezza nazionale” industriale

Emilio Deleidi 21 febbraio - 10:22 - MILANO Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump LaPresse

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha scritto un nuovo capitolo nella vicenda dei dazi imposti dal presidente Donald Trump sui prodotti d’importazione stabilendo la loro illegittimità. Alla decisione del massimo organo giuridico statunitense si è arrivati a seguito di una causa intentata da un gruppo di 50 piccoli imprenditori guidati da Victor Schwartz, titolare di un’azienda che importa vini stranieri da distribuire negli stati di New York e del New Jersey. La giustizia americana ha fatto il suo corso, fino ad approdare al massimo organo che, con un verdetto a maggioranza, ha ritenuto illegittima a maggioranza (sei voti contro tre) l’imposizione di dazi basati sull’International Emergency Economy Powers Act, una legge del 1977 invocata da Trump per poter emanare i provvedimenti senza dover ottenere l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti. Il presidente aveva dichiarato il 5 aprile dell’anno scorso lo stato di “emergenza nazionale”, dovuta all’enorme deficit della bilancia commerciale (lo squilibrio tra il valore delle importazioni di beni e quello delle esportazioni), per altro esistente da decenni; Trump aveva al tempo steso varato in quello che aveva chiamato Liberation Day, una tariffa base del 10% per tutti i Paesi, incrementandola poi per alcuni ritenuti “ostili” come il Canada (35%), la Cina (20%) e il Brasile (50%). Era seguito un balletto di dazi imposti, tolti, rivisti nelle aliquote, frutto di trattative condotte con i vari Paesi, in base anche alle situazioni geopolitiche che si venivano via via a creare e agli accordi raggiunti caso per caso, anche con l’Unione europea, inizialmente considerata dal presidente americano come un’area da “punire” per i troppi vantaggi economici conseguiti in passato nei confronti degli Usa.

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La sconfitta giuridica di Trump in tema di dazi non è in assoluto la prima: già nel corso del 2025, a fronte delle cause intentate nei confronti dell’amministrazione centrale da una dozzina di Stati americani, diverse Corti d’appello avevano dichiarato l’illegittimità dei provvedimenti presidenziali. Il valore di queste sentenze era però limitato, perché a pronunciare il verdetto finale era comunque chiamata la Corte Suprema degli Stati Uniti, deputata secondo il sistema giudiziario ad avere l’ultima parola. La bocciatura dei dazi mette ora a rischio gli Usa di richieste di risarcimenti il cui valore potrebbe oscillare tra i 120 e i 135 miliardi di dollari e interrompere un flusso di entrate stimato in 35 miliardi di dollari al mese. Va, però, fatto un distinguo importante: la decisione giuridica non riguarda tutti i dazi imposti da Trump, ma solo quelli varati – come si è detto – sulla base dell’International emergency economic powers act (Ieepa) del 1977, che riguardano alcune categorie merceologiche. Tra le quali – aspetto importante – non rientra l’automobile. Per le imposizioni tariffarie su quest’ultima, infatti, Trump si è avvalso di una differente base giuridica, la Sezione 232 del Trade expansion act del 1962 che consente al presidente degli Stati Uniti di imporre restrizioni commerciali qualora il Dipartimento del commercio americano accerti una “minaccia alla sicurezza nazionale”. La Corte Suprema non si è espressa su questo aspetto giuridico, limitando la decisione alla legittimità dell’utilizzo dello Ieepa per imporre alcuni dazi, quindi le barriere tariffarie basate su altri presupposti rimangono in vigore.

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Ci si può chiedere, tuttavia, come le automobili possano costituire una “minaccia alla sicurezza nazionale” tale da invocare il Trade expansion act. Ciò accade perché l’interpretazione della Sezione 232 è considerata ampia e consente al presidente di agire se le importazioni di alcuni beni indeboliscono l’industria nazionale e incidono su occupazione, tecnologia, produzione e infrastrutture critiche. Significa che la “minaccia” alla sicurezza può essere non solo di tipo militare, ma anche economico, qualora metta in crisi delle capacità strategiche, riducendo la produzione nazionale, minando la capacità di ricerca e sviluppo e creando una dipendenza degli Stati Uniti da Paesi stranieri (potenzialmente ostili). Tutto questo - nell'interpretazione di Trump - vale anche per l’industria automobilistica, minacciata da un volume d’importazioni troppo alto proveniente da Paesi come il Canada, il Messico e quelli dell’Unione europea; un fenomeno che – a parere del presidente americano – ha messo in crisi l’industria dell’auto nazionale, riducendone i livelli occupazionali e creando dipendenza tecnologica dall’estero, anche per aspetti tecnologici come la guida autonoma, l’applicazione dell’intelligenza artificiale, la disponibilità di batterie per i veicoli elettrici e delle materie prime rare che vengono utilizzate per la loro produzione e altro ancora. L’automotive è inoltre considerato strategico per le sue capacità di riconversione alla produzione militare in caso di necessità belliche, come è accaduto durante la Seconda guerra mondiale; gli stessi criteri sono stati applicati per materie prime fondamentali come l’acciaio. Anche se alcuni giuristi ritengono questa interpretazione del concetto di sicurezza nazionale troppo ampio, non ci sono state finora sentenze federali che ne abbiano contestata l’applicazione da parte di Trump. Ecco, dunque, perché la decisione della Corte Suprema non riguarda i dazi imposti sulle auto, che restano in vigore. Per tutte le altre tariffe, il presidente è corso immediatamente ai ripari firmando un nuovo provvedimento che introduce dazi del 10% al posto di quelli precedenti, in virtù della Sezione 122 del Trade act del 1974, una norma che lo autorizza a introdurre misure temporanee di durata massima di 150 giorni (oltre la quale ci vuole un voto del Congresso) in caso di grave deficit della bilancia dei pagamenti e di forte pressione sul dollaro.

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