Liverani: "Per mia moglie malata avrei mollato tutto, non me lo permise. A Roma dopo un derby mi salvò Nesta"
La Gazzetta dello Sport

Liverani: "Per mia moglie malata avrei mollato tutto, non me lo permise. A Roma dopo un derby mi salvò Nesta"

Lunedì 23 febbraio 2026
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L’allenatore ricorda il passato: "Federica era la mia vita, ha combattuto una battaglia di 9 anni contro il cancro. L'esonero a Cagliari fu un sollievo. Gaucci a Perugia spiegava al portiere come fare la barriera con le borracce: lui, Sabatini e Cosmi mi inventarono regista"

L’allenatore ricorda il passato: "Federica era la mia vita, ha combattuto una battaglia di 9 anni contro il cancro. L'esonero a Cagliari fu un sollievo. Gaucci a Perugia spiegava al portiere come fare la barriera con le borracce: lui, Sabatini e Cosmi mi inventarono regista"

Lorenzo Cascini Giornalista 23 febbraio - 09:53 - MILANO

Appena entri nell’argomento la chiacchierata cambia. Cambia l’espressione di Fabio, la sua voce. Persino la velocità con cui scandisce le parole è diversa. Come se volesse far percepire quanto le stia pesando. Liverani rivive la scomparsa della moglie Federica con grande lucidità, mostrando orgoglio e fierezza. “Era la mia vita, per lei avrei mollato tutto. Non me l’ha mai permesso”. Il racconto di Fabio è quello di un uomo che ha sofferto in silenzio, custodendo il prezioso dono della tenacia. Nel dolore e nella rinascita. Poi il discorso scivola sui ricordi. Liverani scava nella memoria e pesca aneddoti. La sua famiglia, l’arrivo a Roma, le difficoltà iniziali con i tifosi della Lazio, un rapporto non semplice con Lotito, la Nazionale. 

Liverani, partiamo dal tema più duro da affrontare. Federica se ne è andata nel settembre del 2022, dopo una lunga malattia. Che donna era? 

“Stupenda, solare, amava la vita. Lei era vita. Mi ha dato due figli meravigliosi. Siamo stati insieme da quando eravamo ragazzini, avrei dato la mia vita per salvarla. Ha lottato contro il cancro fino alla fine, una battaglia durata nove anni: l’ha affrontata sempre a testa altissima”. 

Anche lei ha perso suo padre da ragazzo. Come ne ha parlato ai suoi figli? 

“È sicuramente una delle parti più brutte, difficili, quei discorsi che non vorresti mai fare. Però i miei due figli sono stati molto equilibrati, fin da subito. È un dolore impossibile da spiegare a parole”. 

Le confesso che l’esonero di Cagliari è stato quasi un sollievo

Lei, poi, allenava il Cagliari in quel periodo. Ha mai pensato di mollare tutto? 

“Tante volte, ma Federica non me l’ha mai permesso. Così anche dopo la sua morte ho scelto di continuare. Non è stato facile. Le confesso che l’esonero di Cagliari è stato quasi un sollievo. Avevo bisogno di tornare a Roma, staccare e stare vicino ai miei figli”. 

Il presidente Giulini le è sempre stato vicino. 

“Lo è ancora oggi. Così come tante persone nel mondo del calcio: allenatori, ex compagni, colleghi, addetti ai lavori. Il presidente è sempre stato straordinario con me. Mi scrive spesso chiedendomi come stanno i miei ragazzi”. 

Anche se con i presidenti, sia da calciatore che da allenatore, non ha sempre avuto rapporti così… 

“Preziosi, Zamparini, Lotito... diciamo che li ho avuti tutti. Ma ho un grazie da spendere per ognuno, anche se per motivi diversi. Sul mio addio alla Lazio, però, vorrei chiarire una cosa”. 

Prego. 

“Quella con Lotito è stata una trattativa assurda, durata 10 mesi. Io dovevo rinnovare, ma lui non vedeva di buon occhio tutti noi che arrivavamo dalla gestione Cragnotti. Alla fine prima accettai e poi ci ripensai, lui ci rimase male. Avevo capito che l’ambiente mi voleva, mentre lui no”. 

Non è stato l’unico momento complicato della sua vita in biancoceleste. 

“Quando sono arrivato mi venne dato del romanista. Girava una foto di me che esultavo con i tifosi giallorossi. Venivo giudicato per il tifo, non per l’uomo o il giocatore che ero. Mi ha fatto male leggere tanti insulti, anche su muri e striscioni. ‘Liverani negro’, ‘Liverani spia’ e tante altre cose atroci sparse per la città. Pensavo soprattutto a mia mamma, mi dispiaceva che leggesse certe cose”. 

Tentarono anche di aggredirla. Fu decisivo l’intervento di Nesta in quel caso? 

“Venivamo dal derby perso 5-1, i tifosi erano inferociti. Ero diventato il bersaglio numero 1. Il martedì mi aspettavano fuori dallo spogliatoio, sono stati giorni difficili. Sandro mi ha difeso. ‘Esci con me, passiamo da dietro’ e mi ha portato a cena. È stato un gesto da capitano vero, ancora glielo ricordo quando ci vediamo”. 

Poi con i tifosi il rapporto è migliorato? 
​
“Si, ci è voluto un po’ di tempo, ma abbiamo costruito un rapporto splendido. Anche da allenatore, quando sono andato all’Olimpico da avversario, mi hanno sempre applaudito e chiamato sotto la curva. Fare il capitano della Lazio è stato un onore”.

Un giorno Gaucci si mise a spiegare al nostro portiere Mazzantini come fare la barriera. Usava le borse come uomini da posizionare, uno showman

Tornando ai presidenti, a Perugia ha avuto anche Gaucci. 

“Un personaggio. E poi era un uomo vero, ti diceva le cose in faccia. E quante risate. Un giorno venne in spogliatoio e si mise a spiegare al nostro portiere Mazzantini come fare la barriera. Usava le borse come fossero uomini da posizionare... uno showman”. 

Lì nacque il Liverani regista. Di chi fu il merito? 

“Fu un’idea di Gaucci, Sabatini e Cosmi. Lo avevo fatto pochissime volte in vita mia, solo per necessità. Invece mi chiamarono in ufficio e mi dissero che avrei giocato lì. Mi hanno cambiato la carriera”. 

Grazie a quel Perugia arrivò anche la chiamata della Nazionale. 

“Mia mamma è somala, figlia di un ministro del governo. È scappata dalla guerra, ha conosciuto mio padre ed è rimasta in Italia. Io mi sono sempre sentito italiano, però. La chiamata di Trapattoni è stata un’emozione unica, probabilmente il punto più alto della mia carriera. E averlo raggiunto col Perugia e non con una big è ciò che mi rende più felice”. 

Non sono mancati i casi di razzismo. C’è stato qualche episodio che le ha fatto veramente male? 

“A Reggio Calabria, fu umiliante sentire i Buu e gli insulti per il colore della pelle. Poi in una città del Sud... non me lo aspettavo proprio. Mi creda, mi fischiarono per novanta minuti. Giocare e dare il massimo, ignorandoli, è per me l’unica risposta possibile”. 

In chiusura la sua carriera da allenatore. Il momento più bello vissuto finora? 

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“La doppia promozione a Lecce, è una città unica che mi ha dato tanto amore. Oggi penso a vincere con la Ternana, vorrei portarla in B. Anche se il mio sogno è quello di avere un’altra chance in Serie A”.

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