Guercilena: "Il linfoma, 7 polmoniti, pensavo di non farcela. Ora sogno coi miei il Giro o il Tour"
L’unico team manager italiano nel World Tour di ciclismo: "La malattia mi ha cambiato: oggi so cosa conta davvero. Sono stato in isolamento 160 giorni, ma anche con la flebo e l'ossigeno facevo le riunioni. Con Milan e Ciccone per essere i migliori"
L’unico team manager italiano nel World Tour di ciclismo: "La malattia mi ha cambiato: oggi so cosa conta davvero. Sono stato in isolamento 160 giorni, ma anche con la flebo e l'ossigeno facevo le riunioni. Con Milan e Ciccone per essere i migliori"
Ciro Scognamiglio Giornalista 24 febbraio 2026 (modifica alle 09:31) - MILANOSe esistesse una classifica degli italiani più influenti nel ciclismo, Luca Guercilena starebbe in alto, visto che è l’unico “nostro” team manager di una squadra di World Tour, la Champions League della bici: gestisce la Lidl-Trek di Ayuso e Ciccone, Milan e Pedersen, Skjelmose e Nys che ormai è tra le prime cinque al mondo... e con tendenza a salire. Classe 1973, Guercilena ha cominciato da ciclista — la chiacchierata si svolge nel cuore della storica Monti Baggio, periferia ovest di Milano —, è stato tante altre cose, e si può dire che il ciclismo ne abbia caratterizzato e segnato la vita. Nei momenti felici e in quelli più duri.
Cominciamo proprio dal Guercilena ciclista?
“Sono stato junior e dilettante, quando gli Under 23 non c’erano. Mio padre aveva preso la bici per lui, io lo seguivo con una normale. Mi promise che, se in prima superiore fossi stato promosso, me l’avrebbe comprata. Ma andarci per andarci, non mi divertiva. Volevo correre, io, però non faceva per me. In che senso? Ero scarso... Eppure, volevo restare nell’ambiente”.
Poi ha fatto il tecnico e l’allenatore.
“Si cominciava a parlare sul serio di preparazione, in quegli anni. A me piaceva. Avevo preso il diploma all’Isef e ho cominciato da direttore sportivo, con i ragazzini. È nato un contatto con la Mapei, e ho avuto il privilegio di lavorare con quella nidiata eccezionale di giovani come Cancellara, Pozzato, Rogers. C’era pure Paolo Bettini. Dopo la chiusura della Mapei, sono passato alla Quick Step”.
E il ruolo di manager come è arrivato?
“Mi trovavo alla Leopard, e lì dal 2013 ho cominciato ad avere quel ruolo direttivo che poi ho tenuto alla Trek-Segafredo, diventata Lidl-Trek nel 2023. Il momento chiave: quando Trek a partire dal 2014 aveva comprato la Leopard, ha voluto che restassi al vertice. L’esperienza e la formazione le ho fatte soprattutto sul campo”.
C’è stato anche il Guercilena ct della Svizzera…
“Sì, con la soddisfazione massima dell’oro a crono a Rio 2016 di Cancellara, che avevo scoperto e cresciuto. Ci eravamo detti che, in caso di vittoria, lui non avrebbe più corso e io non avrei più allenato. E così è andata”.
Adesso, da team manager, quante persone gestisce?
“Siamo circa duecento: squadra maschile, femminile, quella giovanile. Ma la previsione è crescere fino a 250 in un paio d’anni, perché c’è l’idea di creare un “Devo team” delle donne e una Academy. Sul fronte parità uomo-donna, siamo sempre stati all’avanguardia. E il budget annuale, già così, si aggira attorno ai 50 milioni all’anno”.
Nel 2021 il “suo” Jasper Stuyven vince alla Sanremo e, in generale, le va tutto bene sia nella vita professionale che in quella privata. Poi?
“Proprio così. Vivevo in modo sano, non bevevo e non fumavo, facevo attività e fisica e, come molte persone che lavorano nello sport, mi sentivo... invincibile, in un certo senso. Vedevo la malattia come un qualcosa di lontano. Invece, stavo per partire per il Tour de France quando ho sentito una sensazione di gonfiore allo stomaco. Dolore. Una sensazione mai provata. Mi preoccupai immediatamente”.
Brutta diagnosi: un linfoma.
“Feci i primi controlli ad Andorra, al primo giorno di riposo del Tour. Gli esami non lasciarono dubbi. Un linfoma al terzo stadio. Il mondo mi era caduto addosso come un macigno. In tempi rapidi, sono stato operato a Milano. Chemioterapia e immunoterapia, poi, hanno funzionato. A marzo 2022 sono tornato in pista. Pensavo che il peggio fosse alle spalle”.
Invece?
“Nell’ottobre 2022, il tracollo. Il mio sistema immunitario era molto indebolito per quelle cure, e improvvisamente le infezioni si sono accumulate. È iniziato un calvario. Sono rimasto positivo al Covid in pratica 18 mesi, ho preso per 7 volte la polmonite. Il 2023 è stato terribile”.
Ha temuto il peggio?
“A fine 2023, sì. Ho avuto la sensazione di non farcela, l’ho pensato. Anche a incrociare lo sguardo dei medici, semplicemente. Si faticava a trovare una cura che funzionasse. Con la mente ho sempre ragionato, ma ero arrivato a pesare 58 chili, con diversi organi compromessi o che non rispondevano”.
Quanti giorni in ospedale?
“Nei 12 mesi, circa 160 giorni, tra San Paolo e San Raffaele a Milano, in isolamento forzato. E il fegato non funzionava bene, per i troppi farmaci. Questa volta però continuavo a lavorare, a volte con grande disappunto dei medici. Ero lì, nel mio letto d’ospedale, con l’ossigeno, a volte con una flebo nelle vene. Ma partecipavo alle riunioni. Anche solo per distrarre la mente e non pensare sempre ai miei guai”.
Come ne è uscito?
“A gennaio 2024, le dottoresse al San Paolo che mi seguivano, Bertolini e Alfano, hanno preso una decisione forte, ovviamente condivisa: quella di sospendere tutti i trattamenti, per cercare di far ripartire almeno il funzionamento del fegato, che era troppo intossicato. Ha funzionato e da lì, lentamente, sono ripartito: dal miglioramento del sistema immunitario. Quando sono riuscito a tornare a una corsa, al via della Sanremo... la rinascita”.
In cosa l’ha cambiata la malattia?
“Mi ha insegnato a dare il giusto peso alle cose”.
Ha raggiunto tanti traguardi finora: il prossimo?
“Dal punto di vista sportivo, dopo Mondiali, Olimpiade, classiche... conquistare un Giro o un Tour, e diventare la squadra numero uno al mondo. Ma forse è ancora più importante che il team sia sempre di più un posto dove chiunque, a lavorare, venga volentieri. Con piacere, con il sorriso. E sapendo di poter crescere: professionalmente e umanamente”.
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