Cauet, figlio di Julio Cesar: "A 11 anni allenavo papà per i Mondiali. La sera del triplete si mascherò e..."
Terzino classe 2002, appena arrivato al Messina e figlio d'arte: “Preferisco giocare in difesa, ho visto papà soffrire troppo tra i pali. Lui mi ha sempre detto che devo dimenticarmi il cognome..."
Terzino classe 2002, appena arrivato al Messina e figlio d'arte: “Preferisco giocare in difesa, ho visto papà soffrire troppo tra i pali. Lui mi ha sempre detto che devo dimenticarmi il cognome..."
Oscar Maresca 25 febbraio - 08:32 - MILANO Julio Cesar abbraccia suo figlio Cauet, da GloboesporteCauet ha segnato il primo gol a San Siro un pomeriggio di 19 anni fa. Il piccolo è seduto in area di rigore tra le braccia di papà Julio Cesar. Ha la maglia nerazzurra con il 10 sulle spalle, qualcuno gli lancia un pallone. Lui inizia a correre, arriva davanti alla porta, con il sinistro fa gol e la curva esulta. “Ogni tanto riguardo quel video su Youtube, è un ricordo dolcissimo. Mi emoziono ancora. L’Inter conquistava il 15° scudetto, io avevo 5 anni e non vedevo l’ora di festeggiare insieme a mio padre”. Cauet Werner è il figlio dell’ex portiere brasiliano, oggi suo procuratore. Fa il calciatore, ma di mettere i guanti non ne ha mai voluto sapere: “Preferisco giocare in difesa, ho visto papà soffrire troppo tra i pali”. Da qualche settimana, il terzino sinistro classe 2002 ha firmato per il Messina in Serie D: è la sua prima esperienza in Italia. “Sono tornato dopo 10 anni. Questo Paese ha cambiato la vita della mia famiglia. Qui mio padre Julio è diventato un campione, adesso tocca a me”.
VIDEO: L'impatto di Chivu, il Mondiale di Dimarco e... i cambi: Sassuolo-Inter, le reazioni dei tifosiDa quel gol a San Siro ne ha fatta di strada.
“Il calcio è la mia vita, papà e i suoi fratelli sono stati giocatori. La mia però è una scelta personale. La famiglia non mi ha mai spinto a intraprendere questo percorso. Sarebbero stati orgogliosi di me anche se avessi scelto un’altra strada”.
Calciatore sì, portiere no. Come mai?
“Da piccolo anche io sono finito tra i pali, ma ho sempre voluto stare in mezzo al campo: correre, dribblare, tirare. Sono un terzino sinistro, ho giocato pure esterno alto e a volte trequartista. Ho più qualità di mio padre con il pallone tra i piedi (ride, ndr)”.
Ha affinato la tecnica osservando da vicino i campioni passati in nerazzurro.
“Da piccolo ero tutti i giorni alla Pinetina. Dopo ogni allenamento prendevo il pallone e calciavo in porta. All’inizio papà mi lasciava fare gol, quando sono cresciuto ha iniziato a tuffarsi e parare. Riuscire a superarlo era quasi impossibile. Da vicino, Ibra sembrava un gigante, Sneijder faceva il tifo per me. Mourinho passava a darmi il cinque”.
È vero che ha un’enorme collezione di magliette?
“Sì, tutte autografate. Dalla 10 di Messi al Barcellona allo storico 7 di Cristiano Ronaldo al Real Madrid, pure quella di Neymar con il Brasile. Quella a cui sono più affezionato però è la divisa giallorossa di Totti”.
Ha una famiglia unitissima: mamma Susana, sua sorella Giulia. Qual è il ricordo più bello condiviso negli anni di papà all’Inter?
“La finale di Champions del Triplete. Papà aveva prenotato un volo privato con 80 persone arrivate dal Brasile per seguire la partita al Santiago Bernabeu. Era sicuro che avessero vinto. Subito dopo la festa in campo, siamo corsi in aeroporto. Per non farsi riconoscere indossò una maschera. Era molto buffo. Tornammo tutti a Milano, i festeggiamenti durarono giorni. Sono stati senza dubbio i momenti più belli della mia vita”.
Era accanto a suo padre anche nel giorno dell’addio a San Siro.
“Ricordo le lacrime a dirotto, pure quelle dei tifosi presenti allo stadio. Fu una scelta sofferta. Anche i campioni vivono momenti difficili”.
Come accaduto a Julio Cesar qualche tempo dopo.
“Nel 2013, dopo la prima stagione al Qpr, fu escluso dal club e non giocava mai. Il miglior portiere al mondo costretto a restare in tribuna. Soffriva, perché a un anno dal Mondiale aveva perso fiducia e continuità. Ci trasferimmo a Toronto e iniziammo ad allenarci al parco, soltanto io e lui. Io calciavo, papà si tuffava. Avevo 11 anni. Si affidò a me. Alla fine giocò da titolare il Mondiale del 2014 con Scolari. Peccato per quel 7-1 in semifinale contro la Germania”.
Adesso c’è un altro Werner in Italia.
“Finora non avevo mai giocato qui. Ho fatto tante esperienze in giro per il mondo: Portogallo, Spagna nelle giovanili del Rayo Vallecano, in Brasile con il Barra. Sono tornato per continuare il viaggio di papà. Per me è come aver avverato un sogno”.
Com’è nata la possibilità di trasferirsi al Messina?
“Conoscevo il vice presidente Morris Pagniello, ci siamo incrociati durante l’avventura in Spagna. Mi ha parlato del progetto della nuova proprietà e dell’obiettivo salvezza da raggiungere nel girone I di Serie D. Questo club ha una storia eccezionale, papà Julio ci ha giocato spesso da avversario negli anni in Serie A”.
Qual è l’insegnamento più importante che ha imparato da lui?
“Il rispetto, per tutti: compagni, allenatore, dirigenti, avversari. Mi ha sempre ripetuto: ‘Dimentica il cognome che hai, chi ti sta accanto deve apprezzarti per ciò che sei’”.
C’è un giocatore che ha sempre ammirato?
“Non uno, ben quattro: Neymar, un campione e una persona straordinaria. Marcelo, un fenomeno. Poi Thiago Silva e David Luiz: gli esempi perfetti per un difensore come me”.
Il suo idolo?
“Mio padre”.
Un sogno che le piacerebbe avverare?
“Per il momento sono concentrato sul Messina. Voglio dimostrare di essere pronto e aiutare la squadra. Un giorno mi piacerebbero arrivare in Serie A, chissà”.
Magari pure giocare a San Siro, per tornare a fare gol.
“Papà Julio sarebbe felicissimo, io pure”.
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