Morte Dj Godzi, il padre: «Mio figlio torturato e ucciso come Cucchi, inchiesta subito chiusa»
Il Mattino

Morte Dj Godzi, il padre: «Mio figlio torturato e ucciso come Cucchi, inchiesta subito chiusa»

Giovedì 30 aprile 2026
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«Non ho avuto il coraggio di vedere il corpo di mio figlio quando, dopo tre giorni dal decesso, i suoi amici sono andati a trovarlo in obitorio. Non avevo il coraggio di vedere le sue...

«Non ho avuto il coraggio di vedere il corpo di mio figlio quando, dopo tre giorni dal decesso, i suoi amici sono andati a trovarlo in obitorio. Non avevo il coraggio di vedere le sue condizioni ma, soprattutto, per me Michele era il ragazzo allegro che animava la nostra casa e la nostra famiglia. Era mio figlio, era vivo». Giuseppe Noschese, il padre di Michele, in arte dj Godzi, non si è mai rassegnato alla sua perdita. Come tutti i padri che sopravvivono alla morte del proprio ragazzo. Per lui, però, è tutto ancora più innaturale proprio per le condizioni non chiare che hanno caratterizzato quello che i medici legali definiscono l’«evento morte». Soprattutto, vuole «verità per la mia famiglia e giustizia per Michele».

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Dottor Noschese, gli amici di Michele hanno visto il suo corpo senza vita a luglio scorso quando era ancora ad Ibiza. Hanno avuto modo di constatare in quali condizioni fosse?

«Assolutamente no. Era su una barella nella cella frigorifero, coperto da un lenzuolo. Così almeno mi hanno detto. Hanno visto soltanto il suo viso. Io non me la sono sentita di andare. Sono un medico, mi occupo di traumi e sapevo in quali condizioni lo avrei trovato...».

Lei ha letto le ultime perizie?

«No. Mi sono confrontato con i nostri legali di famiglia e con il mio perito al quale, tra l’altro, avevo anticipato l’idea che mi ero fatto sulle cause della morte di Michele e solo qualche settimana fa ho saputo che le mie supposizioni hanno trovato riscontro negli esami autoptici eseguiti a Roma».

Il pool legale della sua famiglia ha prospettato l’ipotesi del reato di tortura a carico dei poliziotti che quella mattina andarono a casa di Michele...

«Sì. Chi ha visto il corpo di mio figlio mi ha riferito che era pieno di lividi, un po’ come Stefano Cucchi mi hanno detto. Sicuramente, e questo l’ho detto già subito, a Michele non è stata data la dovuta assistenza sanitaria. Io non voglio dire che in quella casa, ad Ibiza, ci fosse un santo. Probabilmente mio figlio, come tutti i ragazzi, può aver sbagliato ma sicuramente doveva avere assistenza sanitaria e non l’ha avuta».

Che effetto le fa la parola “tortura” in riferimento a Michele?

«Terribile. Ho avuto esperienza di lavoro come medico anche all’estero e ho visto corpi torturati in Afghanistan e in Ecuador. So bene com’è un corpo torturato e anche come sta chi ha la fortuna di sopravvivere. E di certo nessuno se lo augura per il proprio figlio...».

L’inchiesta della Procura di Roma è ancora aperta. È soltanto agli inizi...

«Sì. Noi, e per noi parlo anche a nome di mia moglie e mio figlio Gianmarco, abbiamo una grande fiducia nella giustizia italiana e nelle istituzioni che ci sono state sempre molto vicine. Io sono un uomo delle istituzioni, formo personale civile e militare per le emergenze e so come si lavora in Italia. Inoltre dal 19 luglio, dal giorno della morte di Michele, il console di Barcellona, Luca Fava, si è trasferito ad Ibiza e mi è stato molto vicino».

Torniamo a quei giorni... Partiamo dai punti grigi delle indagini in Spagna...

«In un mese l’inchiesta è stata aperta, è stata presentata richiesta di archiviazione ed è anche stata archiviata. Tempi rapidissimi. Come quando è stata fatta l’autopsia. Mio figlio è morto di sabato, lunedì mattina erano già pronti atti e incarichi per l’esame autoptico che è stato eseguito senza neanche avvisare le autorità diplomatiche italiane, meno che mai la famiglia. Ed io ero lì, mi ero anche sentito con il comandante Gonzales della Guardia Civil, quindi sapevano come rintracciarmi. Da quello che mi hanno riferito, gli hanno aperto solo l’addome e hanno riscontrato un cedimento cardiaco dovuto ad uso di sostanze stupefacenti. L’autopsia, carte alla mano, sarebbe durata trenta-quaranta minuti. C’è anche un altro dettaglio che oggi, a mente più lucida, mi lascia perplesso: non c’è mai stato il sequestro della casa di Michele. Io stesso quando sono arrivato ad Ibiza ho dormito in quella casa, in Italia sarebbe stata subito posta sotto sequestro per eseguire ulteriori accertamenti. E venuto soltanto la Policia Nacional a dirmi che non avrei dovuto rilasciare interviste nel condominio per rispetto degli altri residenti».

Lei si è battuto per eseguire un total tac a sue spese...

«Quelli sono stati giorni di grande battaglie per me che ero già molto provato dal dolore della perdita di mio figlio. Sì, ho voluto eseguire una fotografia istantanea del cadavere dopo essermi battuto per evitare che fosse cremato. Ho voluto lasciare una traccia delle sue condizioni perché quando c’è il trasferimento di una salma da un Paese all’altro, viene imbalsamata. È su questa “fotografia”, la chiamo così per maggiore semplicità, che si è basata una delle due relazioni presentata dai miei legali in procura a Roma. È stato tutto complicato, non c’era posto in nessun ospedale per eseguire l’esame alla fine sono andato, di sera, in una clinica privata».

Cosa è successo secondo lei quella mattina del 19 luglio?

«Da quello che mi hanno raccontato, la guardia civil è andata dritta al piano di sopra dove Michele era con una ragazza. Al piano di sotto della villetta c'erano i suoi amici che sono stati mandati via perché facevano chiasso. Michele, secondo sempre quanto mi è stato riferito, ha visto gli agenti armati fare irruzione ed è scappato sul terrazzo, impaurito... il resto è raccontato dal suo corpo. Il suo vicino di casa mi ha abbracciato quando sono arrivato, lo ha fatto due volte in presenza di testimoni. Secondo lei una persona minacciata da un ragazzo abbraccia il padre del suo aggressore e piange per la sua morte? Io non lo farei». 

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