Alex Zanardi, morto improvvisamente il campione dell?impossibile: una vita di trionfi, dalla Formula 1 alle Paralimpiadi
Il Mattino

Alex Zanardi, morto improvvisamente il campione dell?impossibile: una vita di trionfi, dalla Formula 1 alle Paralimpiadi

Sabato 2 maggio 2026
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Era un campione dello sport. Di più: era un campione dell?umanità ?Però, Zanardi da Castel Maggiore?, come s?intitolava il primo dei suoi libri al...

Era un campione dello sport. Di più: era un campione dell’umanità “Però, Zanardi da Castel Maggiore”, come s’intitolava il primo dei suoi libri al quale ne seguirono altri con parole e frasi che ne accompagnavano il suo destino, luminoso e buio, ravvivante e assassino, entusiasmante e tragico, “Ancora” come è un altro suo titolo di un uomo che “volevo solo pedalare… ma sono inciampato in una seconda vita”.

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Alex Zanardi, il supereroe

Dicono che Alessandro Zanardi, detto Alex ma che di secondo nome faceva Leone, il re della foresta e di tutte le specie animali, fosse un supereroe, di quelli che fanno sognare bambini e adulti, ma anche tutti i più “forti” tra di loro, anche Superman o i più moderni, quelli dell’ultima tecnologia, dovrebbero inchinarsi al suo avanzare, fargli il “pasillo” che si fa ai campioni. Che avanzasse piccolo piccolo sul suo primo kart, o poi cresciuto al volante fino ai motori sempre più potenti, all’Indycar, alla Formula Uno, fino a un 15 settembre, anno 2001 quando lui di anni stava per compierne 35. Qualcosa sparso in pista, un olio denso e scivoloso sul circuito di Lausitzring in Germania, una gara di CART, la macchina che perde aderenza, Alex che perde le gambe, ma non la vita, non la vitalità, che niente può toglierla a un uomo così, neppure il destino. Era l’inciampo. Un uomo non si arrende. Nasceva in quell’accartocciarsi di lamiere un secondo Zanardi, che aveva sì un corpo diverso da quello del primo, ma il cuore, la mente, l’anima erano sempre gli stessi.

Le tre vite di Alex

Voleva solo pedalare, Zanardi, ma forse mentiva quando lo diceva: voleva vivere. Montò sull’handbike, e riprese la sua corsa che lo portò a mille trionfi, a mille medaglie, a una popolarità nuova e sempre più larga perché in lui non era da ammirare solo il campione che non aveva più spazio sul petto dove appuntare medaglie, ma sempre aveva un “Valore” da sottolineare, un sorriso da strappare, un commento che era un pensiero profondo, non dei “so tutto” che spesso ascoltiamo. Non era un personaggio, Zanardi: era una persona. Poi, un giorno, dietro una curva, aggrappato al muso di un camion, su di una strada qualunque, pericolosa come può esserlo una curva qualunque su di una qualunque strada, il destino che non gli erano bastate la prima volta e la prima vita, lo aspettò per levargli anche le seconde due, quelle che, diceva, “ho avuto modo, con l’incidente, di provare cose che non avrei provato mai”. Era il 19 giugno 2020, sulle colline sopra Pienza. La terza vita che è finita ieri chissà cos’è stata: nessuno può saperlo, ma nessuno può dimenticare e un pensiero sempre verrà in mente quando ricorderemo Alex il campione dell’impossibile:  “…Però. Zanardi da Castel Maggiore!”. Una sua battuta fra una vita e l’altra: “Dovrebbero darmi il passaporto tedesco con tutto il sangue che mi hanno messo in trasfusione lì. Non è una battuta: ora mi piace la birra che prima odiavo”. Così prendeva i suoi troppo pochi giorni.

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