Marina Calderone: «Sud polo ideale per l?Ia. Servono salari di qualità per trattenere i talenti»
«Il paradigma si sta invertendo. Il Mezzogiorno è uno dei principali motori della ripresa occupazionale italiana ? dice la ministra del Lavoro, Marina Calderone,...
«Il paradigma si sta invertendo. Il Mezzogiorno è uno dei principali motori della ripresa occupazionale italiana – dice la ministra del Lavoro, Marina Calderone, nell’intervista al Mattino - Abbiamo ridotto il divario tra il tasso di occupazione del Nord e quello del Sud di quasi 6 punti percentuali dal 2022 a oggi, toccando la soglia storica del 50,1% nel 2025. Al momento il dato viaggia verso il 52,3%. La crescita è alimentata anche dal superamento della logica dei sussidi in favore di politiche attive del lavoro e investimenti in competenze».
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È una crescita “drogata” dal Pnrr o durerà nel tempo?
«Il Pnrr è stato un acceleratore perché ha imposto un cambio di passo. Però va connesso agli investimenti, di risorse e modelli operativi, che generano cambiamenti strutturali. Stiamo vedendo un ritorno degli investimenti privati nell’Ict, nell’agrifood e nei servizi avanzati. Questo successo è figlio di un nuovo modello di collaborazione con le Regioni ma ha le sue radici anche nella stabilità del Governo che ci permette di dare continuità alle politiche e trasformare la crescita in un processo duraturo».
Quali sono le misure in cantiere per spingere le assunzioni nel Sud?
«La nostra strategia è organica. Con il Decreto Primo Maggio abbiamo messo in campo quasi un miliardo di euro. Per il Sud, i massimali di decontribuzione per assunzioni di donne e giovani sono più alti (fino a 650 euro per i giovani e 800 euro per le donne). C’è poi il Bonus Zes dedicato agli over 35, disoccupati di lungo periodo, assunti nelle imprese con meno di 10 dipendenti. E l’incentivo di 500 euro per trasformare i contratti a termine in posizioni a tempo indeterminato. A tutto questo si aggiungono le agevolazioni per promuovere l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità, con incentivi rafforzati per i giovani che avviano imprese o attività professionali nel Mezzogiorno. Anche in questo caso è la Campania ad avere il primato delle domande presentate, con Sicilia e Puglia a seguire e ben sopra la media nazionale. L’obiettivo è creare un sistema produttivo capace di garantire stabilità e lavoro di qualità».
Il tasso di occupazione resta, comunque, ancora un grande punto sul quale intervenire. Non servirebbe un piano pluriennale per invertire il trend?
«È quanto abbiamo fatto con il decreto Coesione, che utilizza i fondi Fse+ del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro. I risultati soprattutto per le assunzioni di under 35 sono andati oltre le previsioni ed è stato necessario rifinanziare le misure. I risultati sono tangibili: nel Mezzogiorno abbiamo creato quasi 500.000 nuovi posti di lavoro tra il 2022 e il 2026 e finalmente cresce anche l’occupazione femminile. Con il decreto siamo passati dai bonus a un “metodo” per sostenere la qualità del lavoro. Con la nuova certificazione, le imprese che investono concretamente in welfare, flessibilità e genitorialità condivisa ottengono la nuova certificazione hanno accesso a un esonero contributivo fino a 50mila euro. La conciliazione famiglia-lavoro non è un costo, ma un investimento di sistema. Specialmente al Sud, dove liberare il potenziale delle donne è la sfida decisiva per la crescita di tutto il Paese».
L’opposizione insiste sul salario minimo. Voi avete lanciato, invece, il salario “giusto”. Ci spiega la differenza?
«Il salario minimo legale è una soglia numerica rigida che rischia di appiattire verso il basso le retribuzioni complessive dei dipendenti. Il salario “giusto”, invece, indica il Trattamento Economico Complessivo (Tec): oltre alla paga base, gli altri elementi contrattuali, tra cui il welfare e il Tfr. Una scelta che rispecchia meglio la realtà italiana della contrattazione collettiva e contrasta i contratti pirata nel momento in cui lega gli incentivi pubblici a uno standard qualitativo della retribuzione, definito dai contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative su scala nazionale».
Il decreto riuscirà a fermare i fenomeni di sfruttamento come quelli del “caporalato digitale”?
«Lo sfruttamento non si cancella solo con un tratto di penna. Si combatte con regole semplici e chiare, trasparenza, rafforzamento della vigilanza. Quanto stiamo facendo fin dall’inizio della legislatura. Il contrasto al caporalato digitale nel decreto passa dall’uso di sistemi già esistenti (Spid, Cie, Cns e autenticazione a due fattori) per proteggere un settore dinamico da derive distorsive. Una persona, un account. Rendiamo visibili compensi e incarichi prevedendo l’obbligo del libro unico per il lavoro, garantiamo formazione e informazione per chi lavora nel comparto. È una scelta di civiltà che tutela la dignità di chi lavora e la reputazione delle aziende sane».
L’Italia è agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda le retribuzioni. Non crede che esista una grande questione salariale?
«Nonostante negli ultimi tre anni i salari medi siano cresciuti di circa 4 punti, la tenuta del potere d’acquisto è un tema. Siamo già interventi più volte, per esempio con il taglio del cuneo fiscale, la detassazione dei premi di produttività, l’investimento sui fringe benefit ma anche l’aliquota al 5% per gli aumenti derivanti dal rinnovo dei contratti. Il “salario giusto” e la norma per rinnovare i contratti nei tempi ha questi obiettivi, proteggendo il valore dei contratti attraverso il nuovo meccanismo di adeguamento all’Ipca dopo 12 mesi di vacanza contrattuale. C’è spazio ora per un patto di responsabilità con le parti sociali che permetta di affrontare questo tema in modo organico».
Le retribuzioni basse sono anche uno dei motivi che spingono i giovani a lasciare il Paese. È possibile immaginare interventi su questo versante?
«I giovani cercano prospettive e qualità della vita: la cultura del lavoro è cambiata e dobbiamo tenerne conto. Credo esista anche una questione retributiva in termini di conoscenza dei diritti tutelati dai nostri contratti. Per questo abbiamo legato i nostri incentivi all’occupazione stabile e al principio del salario giusto. Non vogliamo solo “posti” di lavoro. Valorizzare il naturale capitale di innovazione delle giovani generazioni con retribuzioni adeguate è l’unico modo per rendere l’Italia competitiva e trattenere i nostri talenti».
L’Intelligenza artificiale rappresenterà un nuovo terremoto per il mondo del lavoro? Rischiamo di perdere centinaia di migliaia di posti?
«L’Ia è una trasformazione che va governata mettendo l’uomo al centro. Il Fondo Monetario Internazionale stima che il 60% delle mansioni nelle economie avanzate sia esposto all’Ia, ma spesso le imprese frenano per mancanza di competenze. La sfida è tutta sul capitale umano. Serve formazione continua per non lasciare indietro nessuno e dare al nostro sistema produttivo la capacità tenere il passo della rivoluzione digitale. Fa parte delle nostre priorità di governo. Il Mezzogiorno vive oggi una doppia opportunità di successo grazie alla nuova economia digitale. Da un lato c’è il valore strategico del territorio: la posizione al centro del Mediterraneo e vicina ai grandi corridoi internazionali dei dati lo rende un hub tecnologico naturale. Dall’altro, c’è la forza delle competenze, con centri di eccellenza che già oggi esprimono talenti di alto livello. Valorizzare entrambi significa trasformare il Sud in un motore d’innovazione per il Paese».