Omicidio Matilde Sorrentino. fece arrestare i pedofili e fu uccisa. Boss assolto: «Non è lui il mandante»
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«L’assoluzione di Tamarisco non scalfisce il nostro senso di fiducia nella giustizia. Ma qualcuno deve ancora spiegarci chi diede l’ordine di uccidere Matilde Sorrentino. E soprattutto perché, dopo tutti questi anni e dopo le dichiarazioni di tanti collaboratori di giustizia, Alfredo Gallo continui a tacere, senza restituire una verità capace di rendere dignità a Mamma Coraggio». Con queste parole, l’avvocato Elena Coccia, legale di Salvatore, figlio di Matilde, prova a dare un senso a un verdetto che ha il sapore amaro di un ribaltamento radicale. La Corte d’Assise d’Appello di Napoli ha infatti assolto il boss Francesco Tamarisco, cancellando due precedenti condanne e disponendone la libertà.
APPROFONDIMENTI Omicidio Matilde Sorrentino, il “pentito” Pietro Izzo minacciato dal boss confermò le sue dichiarazioni a GratteriTorre Annunziata, accusò i pedofili e fu uccisa: «Ergastolo al mandante»
Una decisione che segna uno spartiacque giudiziario, ma che lascia aperte ferite profonde. Tamarisco, detto “Francuccio”, torna libero dopo anni di detenzione, forte di un percorso processuale che già in Cassazione aveva mostrato incrinature nell’impianto accusatorio, culminate poi nell’alleggerimento della misura cautelare, trasformata da carcere a obbligo di dimora fuori regione.
LA DECISIONE
Ora, per i giudici, Tamarisco «non ha commesso il fatto». Non fu lui a ordinare l’omicidio. Non fu lui a guidare la mano di Alfredo Gallo, l’uomo che il 26 marzo 2004 sparò quattro colpi di pistola al volto di Matilde Sorrentino, uno dei quali in bocca: un gesto dal significato inequivocabile nel linguaggio della camorra, un marchio di silenzio imposto con la violenza. Matilde aveva parlato. Aveva rotto l’omertà denunciando abusi sistematici sui bambini del rione Poverelli, consumati all’interno della scuola di via Isonzo. Bambini adescati, storditi, drogati, violentati, filmati. Un orrore che lei aveva avuto il coraggio di raccontare, pagando con la vita quella scelta.
Omicidio Matilde Sorrentino, assolto il presunto mandante Francesco Tamarisco
Per quell’omicidio, Alfredo Gallo è stato condannato in via definitiva nel 2007. Ma il presunto mandante, secondo l’accusa, era Tamarisco. Una tesi che la Procura ha sostenuto fino all’ultimo, chiedendo nuovamente l’ergastolo attraverso il procuratore generale Stefania Buda. La Corte, però, presieduta dal giudice Ginevra Abbamondi, ha deciso diversamente. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, numerose, articolate, ma spesso indirette (de relato, ndr) non sono state ritenute sufficienti a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio il ruolo di Tamarisco come mandante.
IL COLLABORATORE
Al centro della decisione pesa anche la figura controversa di Pietro Izzo, collaboratore di giustizia che, nell’aprile 2025, aveva improvvisamente ritrattato tutto, dichiarando di aver mentito e interrompendo il proprio percorso di collaborazione. Una scelta motivata da timori per la sicurezza della sua famiglia, dopo contatti avvenuti dal carcere con ambienti riconducibili al clan Gionta.
Eppure, pochi mesi dopo, Izzo aveva nuovamente cambiato posizione, scrivendo al procuratore Nicola Gratteri per confermare la veridicità delle sue precedenti dichiarazioni sull’omicidio. Una oscillazione che la Procura ha ritenuto non decisiva ai fini del quadro probatorio complessivo, ma che evidentemente ha inciso nella valutazione della Corte. Resta così una verità giudiziaria diversa da quella che per anni aveva preso forma nelle aule di tribunale. Una verità che non coincide con quella percepita da una comunità intera, che in Matilde Sorrentino ha visto un simbolo di coraggio civile, una madre che ha sfidato il sistema criminale per proteggere i più fragili.
IL DOLORE
Le parole dell’avvocato Coccia riportano il peso umano di questa vicenda: due figli cresciuti senza madre, privati non solo degli affetti ma anche di una vita normale, costretti a lasciare Torre Annunziata, a interrompere studi, relazioni, prospettive. «Salvatore, così come suo fratello Giuseppe, ormai non hanno più alcuna protezione, hanno smesso di parlare in italiano e non hanno continuato gli studi. Hanno perso non solo la madre, ma anche l’infanzia e l’adolescenza. Non torneranno mai più a Torre Annunziata», ha aggiunto l’avvocato Coccia. Parole che restituiscono il peso reale di questa storia, oltre i fascicoli e le sentenze. Due figli cresciuti nell’ombra di una perdita irreparabile, strappati a una vita normale, costretti a ricominciare altrove. Ora si apre un altro passaggio, inevitabile, quello delle scelte della Procura: fermarsi o portare la vicenda in Cassazione.