Hantavirus, l'Oms: «Possibile contagio uomo-uomo sulla nave da crociera». Alta tensione per lo sbarco alle Canarie
Hantavirus, La crisi sanitaria sulla MV Hondius cambia livello. L?Organizzazione mondiale della sanità non parla più soltanto di un focolaio raro legato al cosiddetto...
Hantavirus, La crisi sanitaria sulla MV Hondius cambia livello. L’Organizzazione mondiale della sanità non parla più soltanto di un focolaio raro legato al cosiddetto “virus dei roditori”, ma indica anche la possibilità di una trasmissione da uomo a uomo tra contatti stretti a bordo della nave da crociera ferma al largo di Capo Verde. È il punto più delicato dell’intera vicenda: l’hantavirus si trasmette normalmente attraverso urine, feci o saliva di roditori infetti, ma alcuni ceppi sudamericani, in particolare il virus Andes, hanno già mostrato in passato una limitata capacità di passare tra persone in situazioni di contatto stretto e prolungato.
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Secondo Maria Van Kerkhove, direttrice dell’Oms per la preparazione e la prevenzione delle epidemie e pandemie, l’ipotesi di lavoro è doppia: i primi contagi potrebbero essere avvenuti prima o fuori dalla nave, probabilmente durante il viaggio in Sudamerica, ma a bordo potrebbe poi essersi verificata una trasmissione tra persone molto vicine, come coppie o passeggeri che condividevano la cabina. La finestra di incubazione, che può arrivare a diverse settimane, rende ancora complessa la ricostruzione della catena dei contagi.
Sulla nave un bilancio pesante
Al 4 maggio l’Oms ha segnalato sette casi tra confermati e sospetti, due confermati in laboratorio e cinque sospetti, con tre decessi, un paziente in condizioni critiche e tre persone con sintomi lievi. I sintomi sono comparsi tra il 6 e il 28 aprile e comprendono febbre, disturbi gastrointestinali, progressione verso polmonite, distress respiratorio acuto e shock. La nave, battente bandiera olandese, trasporta circa 150 persone tra passeggeri ed equipaggio, di 23 nazionalità. La MV Hondius era partita da Ushuaia, in Argentina, il 1° aprile, seguendo una rotta nel Sud Atlantico con tappe in Antartide, Georgia del Sud, Nightingale Island, Tristan da Cunha, Sant’Elena e Ascension Island, prima di restare al largo di Capo Verde. Proprio questa rotta rende il caso particolarmente complesso: il possibile punto di esposizione potrebbe trovarsi in Sud America, in una tappa intermedia o in un contatto ambientale ancora da chiarire. L’Oms ha precisato che non è ancora determinato il grado di esposizione dei passeggeri alla fauna locale o ad ambienti contaminati.
Alla crisi sanitaria si è aggiunto un caso diplomatico e politico. L’Oms ha indicato che la Spagna avrebbe dato disponibilità ad accogliere la nave alle Canarie per permettere indagine epidemiologica, valutazione del rischio e disinfezione. Ma il ministero della Sanità spagnolo ha frenato, chiarendo che non è stata ancora presa una decisione definitiva e che la scelta dipenderà dai dati epidemiologici raccolti durante la permanenza della nave a Capo Verde.
La posizione delle Canarie è ancora più prudente. Il vicepresidente del governo regionale, Manuel Domínguez, ha dichiarato che sarebbe preferibile che lo scalo non avvenisse nell’arcipelago, sostenendo che nella penisola iberica potrebbero esserci risorse più adeguate. Allo stesso tempo, ha precisato che, se la decisione fosse quella di far arrivare la nave alle Canarie, l’assistenza verrebbe garantita con tutte le misure necessarie. Le autorità locali chiedono quindi “tutte le garanzie possibili” per i passeggeri, l’equipaggio e la popolazione dell’arcipelago.
La gestione della nave resta dunque sospesa tra più livelli decisionali: Oms, Spagna, Canarie, Paesi Bassi, Capo Verde, Sudafrica e Gran Bretagna. Capo Verde ha finora mantenuto una linea di massima cautela sull’attracco, mentre sono in corso piani per evacuare i casi sintomatici e garantire il rientro o la presa in carico dei passeggeri. A bordo sono state attivate misure di isolamento, distanziamento, monitoraggio sanitario e disinfezione.
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C'è un volo sospetto
Un secondo fronte riguarda il volo Sant’Elena-Johannesburg. Una donna olandese, stretta convivente del primo passeggero deceduto sulla nave, era sbarcata a Sant’Elena il 24 aprile con sintomi gastrointestinali. Il giorno successivo è stata trasferita verso Johannesburg, ma le sue condizioni sono peggiorate durante il volo. È morta il 26 aprile in Sudafrica; il 4 maggio la positività all’hantavirus è stata confermata con test PCR. L’Oms ha quindi avviato il tracciamento dei passeggeri del volo, per individuare eventuali contatti a rischio. La gravità dell’episodio non sta tanto in un rischio generalizzato per la popolazione - che l’Oms continua a valutare basso - quanto nella combinazione di fattori: un virus raro ma potenzialmente letale, una nave con persone di molte nazionalità, una rotta attraverso aree remote, evacuazioni mediche internazionali, un volo già entrato nella catena dei contatti e ora una disputa sulla destinazione finale dell’imbarcazione.
Dove è nato il focolaio?
L’obiettivo immediato delle autorità sanitarie è capire se il focolaio sia nato da una esposizione ambientale comune, da contatti con roditori o loro escreti, oppure se a bordo si sia verificata una trasmissione secondaria tra persone. È questa distinzione a determinare le prossime misure: bonifica della nave, isolamento dei sintomatici, sorveglianza dei contatti, test di laboratorio e monitoraggio dei passeggeri anche dopo lo sbarco.
Che cos’è l’hantavirus
Con “hantavirus” si indica una famiglia di virus trasmessi soprattutto da roditori, capaci di causare malattie gravi nell’uomo. Le due principali sindromi associate sono la sindrome polmonare da hantavirus o HPS/HCPS, più tipica delle Americhe, e la febbre emorragica con sindrome renale o HFRS, più associata a virus presenti in Europa e Asia. La trasmissione avviene soprattutto quando una persona entra in contatto con urine, feci o saliva di roditori infetti, in particolare inalando particelle aerosolizzate in ambienti contaminati. Il contagio può avvenire anche toccando superfici contaminate e poi bocca o naso, oppure, più raramente, tramite morso o graffio di roditore.
Il contagio da persona a persona è considerato raro. La cautela attuale deriva dal fatto che alcuni hantavirus sudamericani, in particolare il virus Andes, sono stati associati in passato a trasmissione interumana limitata in condizioni di contatto stretto. Per questo, nel caso della MV Hondius, le autorità stanno cercando di capire se il cluster derivi da una fonte comune ambientale, da esposizioni a terra, da contaminazione a bordo o, meno probabilmente, da trasmissione tra persone.
I sintomi possono comparire dopo un’incubazione variabile: per la forma polmonare, il CDC indica in genere da una a otto settimane dopo il contatto con roditori infetti. La fase iniziale può ricordare un’influenza, con febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa, brividi, nausea, vomito, diarrea o dolori addominali. Nei casi più severi compaiono tosse, difficoltà respiratoria, senso di costrizione toracica e accumulo di liquidi nei polmoni.
Non esiste un antivirale specifico approvato per la sindrome cardiopolmonare da hantavirus. La gestione clinica è soprattutto di supporto: monitoraggio stretto, ossigeno, ventilazione meccanica nei casi gravi, controllo dei liquidi, farmaci per sostenere la pressione e, se necessario, terapia intensiva. L’Oms sottolinea che il trasferimento precoce in terapia intensiva è cruciale nei casi a rapida progressione.
Perché questa emergenza è delicata. La delicatezza del caso non dipende solo dal virus, ma dal contesto: una nave da spedizione con persone di molte nazionalità, una rotta tra territori remoti del Sud Atlantico, evacuazioni sanitarie su lunghe distanze e almeno un volo commerciale o medicalizzato entrato nella catena dei contatti da ricostruire. È un’emergenza geograficamente dispersa ma epidemiologicamente collegata. La priorità ora è stabilire dove sia avvenuta l’esposizione iniziale. Se la fonte fosse ambientale e comune, come roditori o materiali contaminati, il rischio per il pubblico resterebbe limitato ma andrebbero bonificati gli ambienti coinvolti. Se invece fosse documentata una trasmissione interumana, scenario più raro, le misure sui contatti stretti diventerebbero ancora più rilevanti.