Papa a Napoli, Don Mimmo Battaglia: «Leone, un?immersione nella vita reale della città scossa alle coscienze»
Eminenza, l?8 maggio arriva il Papa, qual è il segnale che rappresenta per la città di Napoli in questo momento storico? «È un segno che arriva dentro un tempo...
Eminenza, l’8 maggio arriva il Papa, qual è il segnale che rappresenta per la città di Napoli in questo momento storico?
«È un segno che arriva dentro un tempo fragile e difficile e, proprio per questo, necessario. Napoli è una città viva, ma attraversata da tensioni che non si possono ignorare: desideri grandi, possibilità non sempre all’altezza, fatiche che si accumulano. La presenza del Papa non si colloca sopra questa realtà. Ci entra. Dice che nessuna storia è marginale, che nessuna ferita è fuori dallo sguardo della Chiesa. E nello stesso tempo riconosce qualcosa che spesso sfugge: dentro questa città, accanto alle contraddizioni, c’è una qualità umana che resiste. Una capacità di relazione, di prossimità, di tenere insieme anche quando sarebbe più facile dividersi. È dentro questa forza semplice e quotidiana che la visita del Papa trova il suo senso più vero, una presenza che si inserisce nella vita reale della città e ne sostiene il cammino».
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Quali parole si aspetta che il Pontefice rivolga a una città caratterizzata dalle disuguaglianze ma anche da una straordinaria vitalità sociale e solidale?
«Prima ancora delle parole, conta la disponibilità ad ascoltarle. È lì che un incontro comincia davvero. Napoli non ha bisogno di essere raccontata, ha bisogno di essere riconosciuta, di essere guardata senza sconti, ma anche senza riduzioni. Le disuguaglianze ci sono, e sono profonde. Segnano i percorsi, condizionano le scelte, a volte chiudono possibilità. Credo che il Papa parlerà lì. In quel punto in cui la fatica non cancella la possibilità, e la possibilità non nega la fatica. È un punto delicato, ma è l’unico vero. Una parola così non consola soltanto: accompagna, orienta. E proprio per questo può aiutare una città a non restare ferma, a non abituarsi a ciò che la impoverisce, ma a ritrovare dentro di sé le ragioni per rimettersi in cammino».
Quanto può incidere concretamente questa visita su temi quali lavoro, giovani e legalità?
«Se si pensa che una visita del Papa possa risolvere i problemi, si rischia di non coglierne il senso. Ma se la si prende sul serio, può incidere in modo più profondo. Lavoro, giovani, legalità non sono ambiti separati. Sono il modo in cui una città decide che cosa è giusto, che cosa è possibile, che cosa vale. Un giovane che non trova lavoro non perde solo un’occasione. Perde fiducia. E quando la fiducia si indebolisce, diventa più facile accettare scorciatoie. La legalità, allora, non può essere solo una parola da difendere, deve diventare esperienza concreta, quotidiana, visibile. Una parola come quella del Papa non cambia le condizioni materiali ma può fare qualcosa di decisivo: rimettere in movimento le coscienze. E allora diventa più difficile accettare ciò che non è giusto come se fosse inevitabile».
La Chiesa napoletana è in prima linea sul recupero delle periferie: che cosa chiederà al Papa?
«Le periferie oggi si capiscono solo partendo da ciò che manca. Il punto vero è che producono modelli. Modelli di vita, di relazione, perfino di riuscita. Ci sono contesti in cui un ragazzo cresce imparando che valere significa essere visto, contare, avere un ruolo. Il problema è che spesso gli unici modelli disponibili sono quelli più immediati, più forti, più riconoscibili, non perché siano migliori, ma perché sono gli unici che funzionano davvero sotto i suoi occhi. Allora la questione non è semplicemente “portare qualcosa” nelle periferie. È capire quali modelli stiamo rendendo possibili, quali vite diventano desiderabili, quali strade appaiono credibili. In questo senso la responsabilità è più ampia, e riguarda tutti. Al Papa non chiediamo indicazioni, piuttosto una parola che aiuti a non abbassare il livello della domanda. Perché lì non è in gioco solo una condizione sociale, ma un’idea di uomo. E su questo non possiamo permetterci risposte deboli».
Dopo l’8 maggio, quale eredità concreta dovrebbe restare alla città e alla diocesi?
«Le eredità più vere non si vedono subito e non coincidono con ciò che sta fuori, ma con ciò che si muove dentro. Restano quando cambiano il modo di guardare, quando entrano nelle scelte quotidiane, quando modificano, anche lentamente, lo stile di vita. Non producono effetti immediati, ma aprono processi che chiedono di essere accompagnati. Se questa visita aiuterà a passare da una logica di attesa a una logica di responsabilità, allora avrà lasciato un segno. Se aiuterà a comprendere che il bene non è mai solo individuale, ma sempre condiviso, allora avrà aperto un percorso. E, inevitabilmente, tutto richiede una disponibilità a non archiviare l’incontro, a non ridurlo a memoria, a lasciarsi invece interrogare nel tempo. Perché il rischio, dopo eventi così importanti, è sempre lo stesso: conservarne il ricordo senza cambiare il passo. L’eredità vera, invece, comincia quando ciò che è stato vissuto continua a lavorare dentro le scelte, dentro le relazioni, dentro il modo di pensare la città».
Napoli ha sempre avuto un rapporto speciale con il Papa: che cosa rende questo legame ancora attuale?
«Napoli ha una sensibilità particolare: riconosce ciò che è vero. Lo capisce dai toni, dalla concretezza, da piccoli segni, prima ancora di definirlo. Per questo il legame con il Papa non nasce da un ruolo, ma da un riconoscimento. Napoli si lega a chi sente vicino, a chi non resta esterno. È una città che non si lascia convincere facilmente, ma quando riconosce autenticità, si affida senza mezze misure. Qui la fede passa anzitutto dall’esperienza non dalle categorie, da ciò che tocca la vita, da ciò che si può abitare. E il Papa, quando è percepito così, non è una figura distante, ma qualcuno con cui si entra in relazione. È questo che lo tiene vivo: un legame che non si conserva, ma ogni volta rinasce, perché incontra la vita».
Di fronte ai conflitti globali, come giudica le posizioni di Donald Trump sulla pace e quale può essere il ruolo della Chiesa?
«Quando si parla di pace, il rischio più grande è semplificare, ridurre tutto a posizioni, a equilibri, a strategie. La pace, invece, riguarda il modo in cui ci poniamo davanti all’altro. Se l’altro diventa un ostacolo, un nemico, un problema da gestire, allora la pace resta fragile. Se torna a essere un volto, una storia, qualcuno con cui fare i conti in modo vero, allora qualcosa cambia. Il compito della Chiesa non è entrare nelle dinamiche politiche, ma custodire questo passaggio. Tenere aperto uno spazio in cui il dialogo non sia una tecnica, ma un riconoscimento. È un lavoro lento, spesso invisibile. Ma è l’unico che può rendere la pace una scelta, non una tregua».