Morte di Domenico Caliendo, il superteste: «Nessuno mi ha avvisato: buio totale dai colleghi»
Approssimazione e non ricordo nel racconto messo agli atti da una testimone chiave nell?inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo. Siamo a Bolzano, i carabinieri del Nas ascoltano...
Approssimazione e non ricordo nel racconto messo agli atti da una testimone chiave nell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo. Siamo a Bolzano, i carabinieri del Nas ascoltano la testimonianza di una donna, si chiama Angelika Pichler ed è l’organizzatrice delle attività che avvengono all’interno dell’ospedale San Maurizio.
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È lei (che non è indagata) a raccontare un retroscena che determina l’inizio di una catena di errori che provocherà la morte del piccolo Domenico Caliendo, bimbo al quale viene trapiantato - lo scorso 23 dicembre al Monaldi - un cuore bruciato dal ghiaccio secco. Già, il ghiaccio secco. Come è arrivato in sala operatoria? Semplice: «È arrivato tramite una telefonata via cordless, tra la sala operatoria e l’officina del San Maurizio». Perché si sia scelto il ghiaccio secco non è dato saperlo. Spiega la infermiera: «Mi ricordo che mi è stato richiesto il ghiaccio, ma non mi ricordo chi me lo ha chiesto. Ho chiamato l’officina dell’ospedale tramite il telefono cordless, ho detto che saremmo venuti a prendere il ghiaccio secco». Dunque, la donna introduce l’espressione “secco”, ma poi non fornisce spiegazioni. E i carabinieri del Nas insistono, chiedendole se la richiesta fosse di ghiaccio secco o ghiaccio normale: «Non ricordo. Sicuramente non mi hanno chiesto del ghiaccio tradizionale, perché mi sarei allertata». Punto, fine della storia.
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È solo uno dei retroscena delle oltre duemila pagine depositate nel corso dell’inchiesta che vede indagati sette tra medici e chirurghi dell’ospedale partenopeo. Ed è proprio in questo scenario che emerge una testimonianza - finora inedita - di Giuseppe Limongelli, il medico che ha tenuto in cura Domenico nei primi mesi di vita, che decise - lo scorso 30 dicembre (sette giorni dopo il trapianto flop) di rassegnare le proprie dimissioni. Un’audizione oggi resa pubblica nella quale il medico chiarisce i possibili deficit di informazione all’interno dell’ospedale tra le equipe che avevano in cura il piccolo.
Inchiesta condotta dal pm Giuseppe Tittaferrante, sotto il coordinamento dell’aggiunto Antonio Ricci, spiega Limongelli: «Domenico ce lo siamo praticamente cresciuto, era con noi nel nostro reparto. Abbiamo organizzato per lui un disegno terapeutico in attesa di trapianto, una terapia anticrisi». Dunque? «Erano l’una e 38 tra il 23 e il 24 dicembre scorso, quando la dottoressa Boccia (manager del Monaldi non indagata, ndr) mi disse che il trapianto non era andato bene, che il piccolo era stato attaccato alla Ecmo. Devo dire che in quei giorni c’era stato il buio totale sul piano informativo e per me è stato un fatto grave, perché la cura del bambino era sempre proceduta in team. È questo il motivo che mi ha spinto a prendere le distanze e ho rassegnato le dimissioni da responsabile alla fase pre-chirurgica dei trapianti al Monaldi». È il punto in cui gli inquirenti insistono: «La motivazione delle dimissioni? Il mio ruolo nella gestione della squadra trapianti era stato pretermesso». Dunque un possibile deficit di comunicazione. Difesi dall’avvocato napoletano Francesco Petruzzi, i genitori di Domenico chiedono approfondimenti investigativi anche sui cinquanta giorni successivi all’espianto-trapianto del 23 dicembre scorso.
Ma andiamo avanti nella lettura delle migliaia di pagine agli atti dell’inchiesta sul piccolo Domenico. Ghiaccio secco a Bolzano, viaggio a Napoli in un contenitore vecchio (privo di termometro), nonostante il Monaldi avesse acquistato due contenitori di ultima generazione (i Paragonix), infine un probabile deficit comunicativo in sala operatoria a Napoli alla base dell’espianto anticipato del cuore nativo di Domenico. Uno scenario in cui, appena qualche giorno fa, la Procura ha ascoltato come testimone anche la manager del Monaldi Anna Iervolino, impegnata sin dalle ore successive al trapianto nella ricostruzione dei fatti accaduti sull’asse Napoli-Bolzano.
La domanda è insistente: perché non sono stati usati i due contenitori di ultima generazione? Domanda che spinge la manager Iervolino a chiarire il motivo che l’ha spinta a chiedere di sollevare la dottoressa Marisa De Feo dall’incarico di responsabile della formazione. In sintesi, ecco la posizione della manager: «La dottoressa De Feo non aveva adempiuto ai suoi obblighi e quindi ho deciso di sollevarla dall’incarico. Eppure - aggiunge - esisteva una delibera precisa, che impone alla responsabile del programma dei trapianti di organizzare la formazoone in materia trapiantologica in capo al personale sanitaria».
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C’è un retroscena raccontato ai pm dalla manager Iervolino: «Nella riunione del 9 febbraio la professoressa si era limitata ad affermare di aver mandato delle mail senza verificare che la formazione si fosse effettivamente tenuta, senza adottare nessun impulso per dare luogo alla stessa. Aggiungo che queste mail non mi sono state mai prodotte». Iervolino ha anche aggiunto di aver chiesto un elenco dettagliato delle attività svolte in materia di comunicazione. Ma c’è un altro particolare riferito ai magistrati, che fa i conti con il dramma del 23 dicembre, quando - in seno alle equipe del Monaldi - si era diffusa la notizia del ghiaccio secco: «Ci furono dei corsi di formazione, ma solo dopo il 23 dicembre scorso». Difesa dal penalista napoletano Luigi Ferrante, la dottoressa De Feo non va ritenuta responsabile degli interventi di espianto-trapianto e potrà replicare alle accuse a proposito delle presunte criticità in materia di formazione del personale.