Domenico Caliendo, Oppido si difende dal gip: «Urlai a medici e infermieri: perché siete rimasti zitti?»
A un certo punto si rivolge al giudice che lo sta interrogando e gli dice: «Si metta nei miei panni, io in questa situazione, sono una vittima». Poi ricorda il momento clou del giorno...
A un certo punto si rivolge al giudice che lo sta interrogando e gli dice: «Si metta nei miei panni, io in questa situazione, sono una vittima». Poi ricorda il momento clou del giorno orribile, quando prima di dare inizio all’espianto del cuore nativo di Domenico Caliendo, si apparta per un attimo con la collega chirurga Gabriella Farina. È a lei che chiede, come è andata? Ricevendo - dice una risposta tranquillizzante - che lo induce ad andare avanti con l’operazione. Eccolo l’interrogatorio reso - per oltre quattro ore - dal chirurgo napoletano Guido Oppido al cospetto del gip Mariano Sorrentino.
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Da un lato prova a scrollarsi di dosso le accuse di aver anticipato l’espianto del cuore nativo di Domenico, prima ancora di visionare la tenuta del cuore nuovo in arrivo da Bolzano; dall’altro, però, prende le difese della sua collega Gabriella Farina, reduce dalla missione a Bolzano, ma anche - spiega - «vittima di un episodio più unico che raro», quello di aver ricevuto ghiaccio secco al posto di giacchio naturale. È la prima volta che emerge il racconto di Oppido. Difeso dai penalisti Vittorio Manes e Alfredo Sorge, il chirurgo respinge le accuse di aver anticipato alla cieca l’intervento sul piccolo Domenico.
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Proviamo a seguire il suo ragionamento: «Ho agito avendo la consapevolezza che lei (riferendosi alla dottoressa Gabriella Farina) era in ospedale. Ho aspettato la comunicazione (intorno alle 14.20) che è durata tra i 30 e i 40 secondi. Partita la circolazione extra corporea abbiamo aspettato qualche altro secondo finché non è entrato il frigo in sala». Dunque? «Quando è entrato il frigorifero, a quel punto ho iniziato la cardioectomia». Un momento delicato, lo scorso 23 dicembre al Monaldi, c’era il rischio di vanificare la donazione, perché erano passate più di quattro ore dall’espianto. Ma c’è un attimo in cui Oppido e Farina si guardano negli occhi. Stanchi, stressati, ma motivati a portare a termine l’intervento. Ovviamente ignari del fatto che l’organo donato fosse bruciato da ghiaccio secco.
Rivediamo quegli istanti alla luce del racconto messo a verbale da Oppido: «Ho voluto guardare in faccia la dottoressa Farina, era bagnata per la pioggia e mi volevo confrontare un attimo con lei. Le ho detto: “Gabriella, tutto a posto? È andato tutto bene?”, riferendomi al cuore donato». E la risposta della dottoressa non ha lasciato spazio a dubbi: «Sì, sì, va tutto bene». Andiamo avanti con la ricostruzione di Oppido: «Allora vatti a lavare - le dissi - devi rifare la cardioplagia (per tenere in vita il cuore donato), dissi anche ad alta voce agli altri componenti dello staff se stessero facendo la cardioplegia. La risposta fu chiara: sì - mi dissero - inducendomi ad andare avanti. Ho percepito un sì molto chiaro, a questo punto ho clampato la aorta (dando inizio all’espianto del cuore nativo)».
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Difesa dai penalisti Dario Gagliano e Anna Ziccardi, la dottoressa Farina si è difesa con una nota, nella quale rivendicava l’impossibilità di distinguere ghiaccio secco da quello naturale, oltre ad aver specificato che la richiesta originaria era di ghiaccio naturale (come per altro avviene in tutti gli ospedali italiani, ndr)». Anche in merito a quanto accaduto nella sala operatoria al Monaldi, la dottoressa si dice convinta della possibilità di dimostrare la piena trasparenza della sua condotta. Poi c’è il momento choc, quello della scoperta del cuore ghiacciato. Oppido va in tilt per un attimo, perché sa che il cuore nativo è stato già espiantato. E si rivolge agli altri infermieri: «Di voi nessuno parla? Nessuno dice una parola?». Agli atti anche una chat acquisita dai carabinieri del Nas, nel corso della quale due soggetti (di cui non è specificato il nome) fanno questo commento: «Possibile, che nessuno gli ha detto un cazzo?», a proposito delle comunicazioni interne alla sala operatoria del Monaldi. Ma Oppido riannoda il nastro e se la prende con la storia del ghiaccio secco: «Ho difeso Gabriella Farina, sfiderei chiunque a riconoscere il ghiaccio tritato se uno non ci infila la mano dentro (cosa impossibile, dal momento che la dottoressa Farina era ancora bardata dopo l’espianto funzionale alla donazione)». Ed è sempre il chirurgo a ricordare una metafora: «Se uno chiede al bar un bicchiere d’acqua e gli danno la varichina, la colpa è di chi gliel’ha data, perché nessuno andrebbe a verificare prima di bere».