Jovanotti al Foqus di Napoli: «Con le poesie da viaggio nella città della canzoni»
È tornato da Foqus a quattro anni esatti (più un giorno) dalla sua prima volta. Per questo la presidente Rachele Furfaro e il direttore Renato Quaglia gli regalano le chiavi della...
È tornato da Foqus a quattro anni esatti (più un giorno) dalla sua prima volta. Per questo la presidente Rachele Furfaro e il direttore Renato Quaglia gli regalano le chiavi della fondazione-scuola-esempio concreto di rigenerazione urbana dei Quartieri Spagnoli. E lui, Jovanotti: «È la terza che ho dopo quella di casa mia e di Cortona, dove sono nato. Sono onorato, sono voluto tornare, perché, come tutti in questi tempi disperati, ho bisogno di speranza. E sapere, anzi vedere, che siete ancora qui, che siete cresciuti, mi aiuta a tirare avanti».
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Aveva voglia di Napoli, Lorenzo Cherubini, tanto che, prima di presentare con Francesco Palmieri Poesie da viaggio, il secondo volume antologico nato dalla sua collaborazione con Nicola Crocetti, sottolinea il suo look: cappello da marinaio, t-shirt scura, pantaloni chiari, calzini rossi, mocassini leggerissimi. «Diciamo che mi sono vestito alla napoletana, pensando ai sarti napoletani di Mastroianni, ai camiciai napoletani di Sordi, a quell’eleganza maschile possibile solo se è inglese o partenopea». Captatio benevolentiae? Anche fosse, ci sta, e attira l’attenzione della platea di fan sul tema dell’incontro: la poesia, merce di difficile spaccio al tempi di TikTok ed OnlyFans, di comununicazione veloce-vuoto a perdere.
Quattro anni dopo Poesia da spiaggia, presentato appunto da Foqus, torna sull’argomento e sul luogo del delitto: «Stavolta il tema è così largo, che ci ha permesso una mappatura a larghissimo raggio, tra versi on the road, ricognizioni esistenziali, persino viaggi oltre la morte». «Io non sono un uomo di cultura nel senso accademico del termine», mette le mani avanti, «ma un appassionato, che ha avuto la fortuna di avere una buona, anzi buonissima, insegnante al liceo scientifico. Spesso incontriamo la poesia solo tra i banchi, e li la lasciamo, a volte anche perché ce l’hanno proposta male. Ma non è colpa dell’istituzione-scuola, che pure deve fare del suo meglio anche pagando bene i professori, ma degli uomini, di chi ti avvicina alla poesia con passione, o per fare l’analisi grammaticale».
Lui non si sente prof, ma, dopo il primo volume - «l’idea è partita da me, Crocetti l’ha accettata dopo avermi fatto un piccolo... esame di preparazione» - ha deciso di riprovare a farsi divulgatore di versi: «Diciamo che metto la mia notorietà al servizio di una buona causa. La poesia vende pochissimo. Serve? Sì, può cambiarti la vita. A me l’ha fatto, come il ritmo. Così - protetto dall’ombrello di Crocetti, un uomo, un editore, un intellettuale vero, che per la poesia in Italia ha fatto come nessuno - ho messo il mio nome su questo libro, sperando possa servire per conquistare qualche lettore in più: dentro ci sono poesie d'amore, di morte, che parlano di orizzonti, chilometri, migrazioni».
Il viaggio prevede una meta, un percorso, un attraversamento. Kavafis ci porta a Itaca, Odisseo per mare, Enoc nello spazio, il mistico tibetano Milarepa sulle montagne, Bashō nel suo Giappone, Pasolini in Guinea, Luzi a Siena, Vittorio Sereni sull’autostrada della Cisa, Attilio Bertolucci a Casarola, Enrique Santos Discepolo in un caffè di Buenos Aires che assomiglia a quelli partenopei cari a suo padre (che da Napoli era partito), Salvatore Quasimodo sulla luna.
«Non c’è Borges, nel primo c’era, stavolta non abbiamo avuto i diritti. Ma mancano tanti, anche il gioco a chi c’è e chi non c’è può essere divertente». Mancano i poeti della canzone: «La canzone è sorella della poesia, ma altra forma. Soprattutto quella popolare, fa altro, ma può cascare dentro la poesia: succede, ma raramente. Volevamo avere almeno “La canzone della bambina portoghese” di Guccini e “Girl from North Country” di Dylan, ma... niente diritti anche qui».
Peccato. Intanto, c’è una consapevolezza: «La poesia non è facile, ha a che fare con uno sforzo, spesso non capisci subito quello che hai letto. Le parole non ti dicono niente, poi magari però ti chiedono di tornare a leggerle. In questo sono simili alle canzoni: un romanzo, un film, ti può succedere di frequentarlo di nuovo, ma ne conosci la trama, l’assassino. Poesie e canzoni le maneggi e le rimaneggi». Sono come «le code delle lucertole, che se cadono ricrescono», gli spiega Palmieri, e lui, entusiasta: «Magari il prossimo libro lo chiamo così: “Lucertole”».
Prima di andare via un pensiero al «Jova summer party» che approda il 5 settembre all’ippodromo di Agnano: «Venite presto, faremo musica dalle 15.30 a mezzanotte, ci saranno ospiti, anche internazionali. Sembra quasi scontato dire che sono felice di suonare a Napoli, dire quanta gioia ci può essere a suonare in questa città che ha prodotto la più bella musica del mondo e gli artisti più rilevanti, non solo per la mia generazione, perché continua a farlo. Parlo di Murolo, di Bruni, per me classici intoccabili come Puccini: una volta ho provato a cantare “Luna rossa”, ma ho capito che non sono in grado. Parlo di maestri più recenti come Pino Daniele, che ci manca come l’aria, come Enzo Avitabile. Ma parlo anche della nuova scena, prima ero in un bar, c’era una tv che mandava dei video, ogni tre uno era di Samurai Jay. È bello come la canzone napoletana sappia sempre impossessarsi e rileggere le altre musiche».
Vabbè, ma visto che c’è Agnano ad attenderti, una poesia a cavallo per concludere? Mica vogliamo cavarcela con la solita cavallina storna di Pascoli? «Ma Pascoli è un grandissimo, è stato proprio Crocetti a spiegarmelo. Sto leggendo la sua biografia, dobbiamo rivalutarlo». Poi JovaNapoli si gode l’abbraccio della città: «La amo, non la conosco, mi godo il mistero».