Cannes 2026, si parte alla Croisette: «Il cinema è resistenza»
Il Mattino

Cannes 2026, si parte alla Croisette: «Il cinema è resistenza»

Mercoledì 13 maggio 2026
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Thelma e Louise sulla facciata del Palais (ma è solo «feminism-washing», accusa il collettivo per la parità 50/50), Peter Jackson con i diciassette Oscar vinti con la...

Thelma e Louise sulla facciata del Palais (ma è solo «feminism-washing», accusa il collettivo per la parità 50/50), Peter Jackson con i diciassette Oscar vinti con la saga del «Signore degli anelli» dentro il Palais, per ricevere la prima Palma d’oro alla carriera.

Il festival di Cannes si è aperto così, con un omaggio alla forza delle donne nel cinema, anche se nel concorso sono solo cinque le cineaste su ventidue, e con la standing ovation a un visionario neozelandese re dei blockbuster che ha trasformato Hollywood, anche se film delle major quest’anno sulla Croisette non se ne vedranno.

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Creatore di mondi capace di portare nei botteghini di un’industria febbricitante tre miliardi di dollari d’incasso grazie a una monumentale trilogia fantasy che ha rivoluzionato gli effetti visivi e «radicato saldamente Tolkien nella cultura pop», Jackson non si fa capace di tanto onore: «Questo premio è inaspettato e miracoloso, non realizzo film per cui si pensa alla Palma d’oro, non lo avrei mai immaginato». Sullo schermo scorrono le immagini di «Get back», la sua docuserie sui Beatles, il pubblico canta in coro le canzoni dei Fab Four. A premiarlo c’è Elijah Wood, il suo indimenticato Frodo: «Quando ho avuto la parte, ho capito che nella mia vita ci sarebbe stato un prima e un dopo» dice l’attore. «Il mondo ha scoperto un regista che nella stessa immagine sapeva catturare la tenerezza e l’orrore».

Sul tappeto rosso le vecchie glorie Joan Collins, Jane Fonda, Claude Lelouch e Costa Gavras, tutte sopra gli ottanta, hanno coraggiosamente oscurato la marea di giovani influencer e le modelle testimonial dei marchi sponsor. All’insegna del dialogo tra culture, l’americana Jane Fonda e la diva cinese Gong Li hanno dichiarato ufficialmente aperto il Festival con l’elegante commedia «La Vénus Électrique». Tutti, dalla madrina della cerimonia Eye Haïdira, agli ospiti, ai membri della giuria, in questa prima giornata hanno detto di considerare il cinema «una forma di resistenza» all’imbarbarimento dei tempi.

I temi della politica e dell’intelligenza artificiale hanno tenuto banco. Incurante delle polemiche che a Berlino avevano investito il collega Wim Wenders, che si era avventurato sulla medesima strada, il presidente sudcoreano della giuria Park Chan-wook ha affrontato di petto la questione dell’impegno: «Politica e arte non sono affatto separate, né in conflitto». Cannes lo lanciò, ventidue anni fa, con «Old Boy», quando era un autore semisconosciuto, oggi che la cultura coreana è al centro della scena globale, da «Squid Game» al K-pop, non ha cambiato idea: «Anche la dichiarazione politica più brillante», spiega, «se non è espressa con sufficiente forza artistica, finisce per essere soltanto propaganda». Peter Laverty, lo sceneggiatore dei film di Ken Loach, premiato due volte sulla Croisette per «Terra e libertà» e «Il vento che accarezza l’erba», si scaglia contro Hollywood e denuncia la creazione di nuove liste nere: «È incredibile vedere artisti come Susan Sarandon, Javier Bardem e Mark Ruffalo messi da parte per aver espresso il loro dissenso contro l’uccisione di donne e bambini a Gaza. Vergogna a chi, a Hollywood, contribuisce a questo clima».

Sull’aria che tira, per niente rassicurante, s’infervora anche Guillermo Del Toro, accolto da ripetute ovazioni all’apertura della sezione Cannes Classics, dove ha portato il restauro in 4k del suo «Il labirinto del fauno». «Non possiamo cambiare la storia, ma possiamo cambiare un po’ le cose. Oggi ci dicono che è inutile resistere, che l’arte si può fare con una fottuta app e che ci troviamo di fronte a cose formidabili. Ma io la penso diversamente: dovremmo riuscire a lasciare un segno, contrapponendo quello in cui crediamo noi a quello in cui credono loro. C’è ancora speranza, possiamo decidere se arrenderci all’amore o alla paura... ma mai cedere alla paura».

La regina della serata è stata, comunque, Demi Moore, che a Cannes due anni fa è mediaticamente rinata grazie al ruolo sexy/horror di «Substance» e ora si gode sul tappeto rosso il momento da giurata glam. All’incontro con la stampa internazionale ha riportato l’attenzione sulle opportunità e i rischi dell’intelligenza artificiale. «L’IA è già qui, combatterla significa ingaggiare una battaglia persa in partenza, dobbiamo capire come lavorarci insieme. Sono convinta che non potrà mai sostituire la creatività umana. Non c’è nulla da temere, davvero, perché non potrà mai replicare l’anima». Ai Golden Globes confessò di essersi sentita a lungo «un’attrice da pop corn», oggi aggiunge che «un cambiamento per le donne a Hollywood c’è stato, ma non so se questo significhi che abbiamo davvero raggiunto l’obiettivo». In ogni caso, essere in giuria è una gioia: «Mi sento come una bambina che gioca a fare l’adulta».

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