Napoli, intervista a Raffaele Parlati: «Servono palestre e campi di calcio: il modello Caivano arrivi anche qui»
Il Mattino

Napoli, intervista a Raffaele Parlati: «Servono palestre e campi di calcio: il modello Caivano arrivi anche qui»

Mercoledì 13 maggio 2026
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Nel 1990 un piccolo tatami in un sottoscala di Ponticelli ospitava la famiglia Parlati: judoka dei Quartieri Spagnoli che si erano trasferiti nella periferia est di Napoli. Nel 2025 gli atleti che...

Nel 1990 un piccolo tatami in un sottoscala di Ponticelli ospitava la famiglia Parlati: judoka dei Quartieri Spagnoli che si erano trasferiti nella periferia est di Napoli. Nel 2025 gli atleti che si allenano alla Nippon Napoli hanno dominato gli Europei di judo a Podgorica, conquistando un oro, un argento e un bronzo, come fosse una nazione indipendente. Quest’anno è arrivato l’oro europeo di Genny Pirelli.

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 Il PalaVesuvio è diventato la casa del grande judo internazionale. Qui nascono i campioni. Qui Raffaele Parlati, direttore tecnico della Nazionale italiana di judo e mentore della Nippon, vede ragazzi strappati alla strada crescere e vincere. Dal 1990 al 2026 sono passati oltre trent’anni.

Come è cambiato il quartiere?

«È peggiorato. Prima era una realtà di periferia, ora è una zona depressa, piena di criminalità».

Perché?

«La situazione non è di facile soluzione. Io credo nei buoni propositi dell’amministrazione, ma se mancano i fondi e le risorse economiche è difficile che un quartiere possa risorgere. Forse le risorse messe in campo sono poche oppure andrebbero utilizzate meglio».

Vi sentite una periferia di serie B?

«In un certo modo si. Qui non è stato fatto quello che è stato realizzato a Scampia o a Caivano. Siamo in una zona dove trionfa il degrado e se un cittadino vede incuria attorno a sé non è motivato a creare bellezza. Se vive nel bello presta attenzione, se vive nell’abbandono si lascia andare».

Le storie di ragazzi strappati alla strada e alla criminalità sono tante.

«Ogni giorno c’è qualche genitore che ci chiede di accogliere ragazzi. La Nippon è un centro delle Fiamme Oro e molti di loro oggi sono entrati in Polizia, questo ha cambiato loro la vita. Nessun genitore, nemmeno il peggiore, non vuole il bene del proprio figlio. Poi ci sono anche casi in cui non siamo riusciti. Si raccontano i successi, ma ci sono anche tantissimi insuccessi. Leggo di tanti convegni sulle periferie, ma mi rendo conto che chi li fa spesso non vive nelle periferie. Sono solo luoghi comuni».

Ponticelli, con la Nippon, è una capitale del judo italiano.

«Dal punto di vista sportivo siamo al centro del mondo. Qui si allenano ragazzi provenienti da tutta Europa e non solo. Abbiamo messo sotto contratto un tecnico giapponese per far crescere i nostri atleti. Vinciamo in tutto il mondo e in autunno organizzeremo il Campionato Europeo Under 23, cosa che in Italia non si vede da tantissimo temp».

C’è un modo per invertire la tendenza?

«Creare tanti presìdi e soprattutto fare rete. Penso a Gianni Maddaloni e alle altre palestre di Scampia, a Caivano. Sono battaglie da combattere: le vinci, le perdi, ma ci devi essere. Questo fa la differenza. Capire che, se vuoi avere un’opportunità, c’è un posto che te la offre. Oggi però siamo tutti solisti: sport, scuole, associazioni. Forse sarebbe necessario remare tutti nella stessa direzione».

È una questione di opportunità economiche, che alla fine divise per tutti diventano esigue?

«Non solo. È anche una questione di ego. Spesso si pensa che la propria ricetta sia migliore delle altre. Quante volte è capitato di ricevere dalla scuola risposte come “viene prima la scuola, non interessa che faccia sport”. Personalmente credo che dobbiamo remare tutti nella stessa direzione. Poi poco importa che sia un judoka affermato o uno studente da otto in pagella: dobbiamo insegnare i valori. Sono la base su cui costruire il futuro di questi ragazzi».

Come avete preso la notizia dell’agguato?

«Sono entrato in palestra e ho sentito: ne hanno ucciso un altro».

E la sua reazione?

«La paura è si assuefarsi a queste notizie. Quando questo succederà, vorrà dire che saremo anche noi un po’ morti dentro».

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