Napoli, rubavano dati privati di migliaia di cittadini: nella gang degli spioni anche «divise sporche»
Il Mattino

Napoli, rubavano dati privati di migliaia di cittadini: nella gang degli spioni anche «divise sporche»

Giovedì 14 maggio 2026
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Rubavano le vite degli altri. E le rivendevano al miglior offerente. Funzionava così: entravano nelle banche dati di polizia giudiziaria, della Agenzia delle entrate o del fisco, e...

Rubavano le vite degli altri. E le rivendevano al miglior offerente. Funzionava così: entravano nelle banche dati di polizia giudiziaria, della Agenzia delle entrate o del fisco, e acquisivano dati riservati, formalmente blindati. Si impossessavano di informazioni su eventuali segnalazioni di polizia giudiziaria - come la frequentazione con pregiudicato o segnalazioni in campo penale, ma anche eventuali cartelle in materia tributaria -, per poi metterle sul tavolo in una sorta di compravendita clandestina. Da un lato pubblici ufficiali infedeli, dall’altro alcuni manager nel settore delle investigazioni private. Ma quali erano le ragioni di accedere ad archivi riservati? Una causa di lavoro, un divorzio, un contenzioso legato all’affido dei figli dopo una separazione: migliaia di casi che potevano essere condizionati proprio dall’inserimento di una delle parti di notizie top secret.

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Il blitz 

Inchiesta condotta dal pool reati informatici dei pm Maria Sofia Cozza, Claudio Onorati e Vincenzo Piscitelli, sotto il coordinamento del procuratore di Napoli Nicola Gratteri (in piena sinergia con il procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo e il pm nazionale antimafia Antonello Ardituro), scattano arresti e sequestri. Decisivo il lavoro della Squadra Mobile del primo dirigente Mario Grassia e del dirigente della divisione anticrimine Dario Mongiovì. Una vicenda dai grandi numeri. Oltre ottanta indagati, quattro in cella, sei ai domiciliari, 19 obblighi di dimora, sequestri di beni per un milione e trecentomila euro, in un’inchiesta per associazione per delinquere, corruzione, violazione di atti riservati, accesso abusivo al sistema informatico.

Il tariffario 

Agli atti, su un foglio Excel anche un listino prezzi. La gang si era organizzata in questo modo: dai sei ai 25 euro o giù di lì, a seconda delle notizie da commerciare. Un mercato sui grandi numeri. Hanno spiegato gli inquirenti: sono oltre un milione gli accessi abusivi sulle banche dati dello Stato, potenzialmente sono migliaia i cittadini italiani (famosi e no) nel mirino della spectre. Proviamo a distinguere le singole posizioni. Finiscono in cella gli imprenditori Mattia Galavotti, Giuseppe Picariello, Giuseppe Emendato e Giovanni Maddaluno (quest’ultimo sostituto commissario della Mobile a Napoli). Sono manager di agenzie di investigazioni che agivano su tutto il territorio nazionale. Chiaro il metodo: soldi a pubblici ufficiali infedeli, che usavano le proprie credenziali per entrare (formalmente in modo corretto) nelle banche dati di polizia e fisco. Lo facevano senza una specifica delega di indagine, per rispondere alle richieste dei propri complici imprenditori. E vediamo chi sono gli altri protagonisti di questa storia, a partire dai pubblici ufficiali ritenuti infedeli: finiscono agli arresti domiciliari i viceispettori di polizia Piermassimo Caiazzo e Alfonso Auletta, entrambi fino a qualche anno fa in forza al commissariato di Secondigliano. Pensate: a Caiazzo vengono contestate 677.404 accessi abusivi; al collega Auletta “solo” 131.592. Non è finita. Finiscono ai domiciliari anche Maria Rosaria Cantiello, Francesco Saverio Falace; il commercialista Pietro De Falco; Raimondo Siena, tutti a vario titolo coinvolti nella gestione della Sole investigazioni e sicurezza, una sorta di network in materia di intelligence privata. Radici a Napoli, con soci di San Giorgio a Cremano, core business al Nord, in particolare in Veneto, almeno a giudicare dalle vittime vip finite in questa storia di spioni e di spiate. Una vicenda che nasce da una segnalazione dell’Inps che si era accorta di una circostanza apparentemente secondaria. 

Il retroscena

Siamo a Torino, nel corso di un procedimento civile approdato in Corte di Appello, quando una delle due parti dinanzi alla sezione giudicante tira fuori dal cilindro una sorta di asso nella manica. Si tratta di riferimenti a un conto corrente, ma anche di dati Inps in riferimento al deposito di contributi per sè e per i propri dipendenti (in aula, tra i convenuti a giudizio, figurava un imprenditore). Dati dirimenti che sparigliano e che condizionano il giudizio finale, in merito a un contenzioso tra ex coniugi, quanto basta comunque a sollevare l’attenzione dei diretti interessati. Da dove sono uscite queste notizie tanto dettagliate? Segnalazione all’Inps, scattano verifiche che portano a Napoli. E sono sempre negli uffici di polizia della città partenopea che sono nel frattempo in corso anche altre indagini, questa volta condotte dalla Squadra mobile per conto della Procura di Napoli. Anche in questo caso, ad allarmare gli inquirenti sono le richieste «massive» dei due viceispettori di polizia, che hanno macinato centinaia di migliaia di richieste. E c’è anche un altro aspetto che solleva l’attenzione investigativa: i due poliziotti hanno cambiato tenore di vita e hanno acquistato auto importanti, che davano nell’occhio, che non erano compatibili con uno stipendio da dipendente statale.

Equalize 

Tra gli indagati di questa storia anche Giuliano Schiano, finanziere nato a Napoli e residente a Lecce, dove è stato anche in forza alla Dia locale: Schiano è stato coinvolto di recente in una indagine analoga, quella sulla agenzia milanese Equalize. Da Milano a Lecce, certe indagini fanno giri immensi.

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