Pnrr e Fondi di coesione, Palazzo Chigi accelera: ridurre i divari con il Nord
Il messaggio del governo è netto: la Politica di coesione non può essere ridimensionata né perdere la sua identità dentro il nuovo Fondo unico europeo. In gioco...
Il messaggio del governo è netto: la Politica di coesione non può essere ridimensionata né perdere la sua identità dentro il nuovo Fondo unico europeo. In gioco c’è una dote ingentissima: i 2mila miliardi del Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034. Di questi, 865 miliardi di euro — quasi la metà del totale — sono destinati proprio a colmare il divario tra le regioni d’Europa e, quindi, alle aree più deboli, Mezzogiorno in testa. Una delle idee su cui si sta ragionando a Bruxelles è quella di trasformare la distribuzione dei cosiddetti fondi per lo sviluppo e la coesione (Fsc), risorse deputate a far progredire le aree economicamente meno sviluppate dell’Unione, vincolandole a determinati obiettivi di riforma. Per fare un esempio, l’Italia, che per il periodo 2021-2027 ha a disposizione 75 miliardi da spendere, nel bilancio 2028-2034, per ricevere le stesse risorse, dovrà vincolarle a un piano di sviluppo, esattamente come ha fatto con il suo Pnrr e la quota di oltre 191 miliardi del fondo Next Generation Eu assegnata a Roma. Il negoziato fra l’Ue e gli Stati membri è ancora in corso. Ma le Regioni, soprattutto quelle meridionali, hanno già fatto suonare un campanello d’allarme. E il tema è arrivato, ieri, sul tavolo di Palazzo Chigi, nel corso di un vertice fra il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, quello del Pnrr e della Coesione, Tommaso Foti, e il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga. «Il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 dell’Ue è un passaggio decisivo per il futuro dei territori europei — ha spiegato Foti —. La coesione deve continuare a garantire sviluppo, competitività e riduzione dei divari». Tradotto: senza risorse certe e senza una governance che coinvolga davvero i territori, il rischio è che proprio le aree più deboli, a cominciare dal Sud, paghino il prezzo più alto della nuova architettura finanziaria europea. Per il governo la proposta della Commissione europea presenta diverse criticità. Il punto più delicato è la possibilità che la Politica di coesione perda una dotazione autonoma e dedicata, finendo dentro un contenitore più ampio e meno vincolato. Un’impostazione che, per Foti, potrebbe compromettere la capacità di investimento dei territori e la tenuta delle politiche di sviluppo. Per questo l’esecutivo chiede “risorse adeguate”, il mantenimento dei livelli finanziari precedenti e un meccanismo di riequilibrio capace di correggere gli effetti distorsivi dell’attuale architettura.
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Le criticità
Il tema è particolarmente sensibile per il Mezzogiorno, dove i fondi europei rappresentano da anni una leva decisiva per infrastrutture, servizi, innovazione, imprese e occupazione. Ma il problema non è solo quanto denaro arriverà. È anche come sarà utilizzato. In audizione alla Commissione parlamentare sull’insularità, Foti ha messo il dito su una delle fragilità strutturali del Sud: la capacità amministrativa. «È una sfida per tutto il Meridione», ha detto il ministro, ricordando che la capacità di utilizzare i fondi europei dipende molto dalla qualità delle strutture tecniche chiamate a programmare, progettare e spendere le risorse. Un tema che, secondo Foti, ha anche una dimensione contrattuale: «Le responsabilità che hanno oggi le strutture tecniche non sono commisurate agli stipendi». È un passaggio chiave. Perché il Mezzogiorno non rischia solo di perdere risorse in partenza, se a Bruxelles dovesse passare una linea di ridimensionamento della coesione. Rischia anche di non riuscire a trasformare in cantieri, servizi e crescita le risorse già disponibili. Ed è qui che il dossier europeo incrocia quello del Pnrr. E, in particolare, il capitolo della sanità, dove «paradossalmente, anziché restringere quelli che erano i divari, rischiamo di andarli ad allargare». Il ministro ricorda che il Pnrr «nasce come scossa di tipo economico» a una pandemia «che aveva messo in luce anche alcune fragilità evidenti nel settore della salute». «Noi non possiamo permetterci di bucare questi obiettivi a livello nazionale, ma soprattutto non possiamo permetterci di non avere diffusi a livello territoriale, per esempio, i posti di terapia intensiva e subintensiva», spiega Foti. «L’appello che ho fatto a tutte le regioni del Mezzogiorno e, ovviamente, anche a Sicilia e Sardegna, è quello di andare fino in fondo verso l’obiettivo Cis, quello dei Contratti istituzionali di sviluppo. Non rimanga un miraggio — dice Foti — perché diversamente non avremo completato quella rete territoriale indispensabile per dare ai cittadini un Servizio sanitario nazionale che sia all’altezza del suo nome».