Eurovision, l'intervista a Sal Da Vinci: «Ma poveri snob: certe canzoni sanno diventare cultura popolare»
«Es lebe Italien», viva l?Italia, gridano sottopalco mentre Francesca Tocca rotea fuori dal suo abito da sposa per mostrare due gambe lunghe così e il tricolore nascosto...
«Es lebe Italien», viva l’Italia, gridano sottopalco mentre Francesca Tocca rotea fuori dal suo abito da sposa per mostrare due gambe lunghe così e il tricolore nascosto nel sotto-strascico. È il momento clou della performance con cui Sal Da Vinci, sulle note di «Per sempre sì», dopodomani notte sul palco della Stadthalle di Vienna si giocherà l’Europa, anzi l’«Eurovision song contest», provando a sovvertire un pronostico che vede ancora nella Finlandia della maliarda (restaurata) Linda Lampenius e il suo giovane sodale Pete Parkkonen il paese da battere. Akylas, il greco agghindato come un Garfield da hit parade, l’israeliano Noam Bettan, ma anche la francese Monroe e l’australiana Delta Goodream, entrambe in scena stasera nella seconda semifinale, gli altri protagonisti annunciati.
Martedì sera il debutto, fuori concorso, visto che l’Italia va di diritto in finale: 1.856.000 spettatori su ra2 per 10,1% di share (2 punti in meno dell’anno scorso), bocciati i rappresentanti di Estonia, Georgia, Montenegro, Portogallo e San Marino nonostante il jolly Boy George giocato da Senhit.
Che Italia fa con lei, Sal, a Vienna?
«Scarlatti usava progressioni armoniche che sono in “Rossetto e caffè” e “Per sempre sì”. Io sono figlio non dico suo, ma della canzone napoletana che cantava mio padre Mario. Sono figlio di Salvatore Di Giacomo e di Renato Carosone. Sono figlio di Toto Cutugno e Domenico Modugno, dei Ricchi e Poveri e dei Pooh. Mi sento anche fratello di Renato Zero: sono italiano e porto con orgoglio le mie radici, la mia cultura e il mio modo di stare al mondo. E rivendico il fatto di arrivare da Napoli, città che non si accontenta di essere un luogo, ma è carattere, storia, ingegno, passione e identità. La mia napoletanità è un valore aggiunto. Perché mi ha insegnato ad avere visione, umanità, creatività e la capacità di affrontare ogni situazione con energia e intelligenza».
Un senso d’appartenenza condiviso coi 47 mila italiani che vivono in Austria, 16.000 dei quali proprio a Vienna, ribadito ieri pure nei saloni della nostra sede diplomatica incontrando l’ambasciatore Giovanni Pugliese assieme ai conduttori Elettra Lamborghini, Gabriele Corsi, e al resto della delegazione Rai. Per loro ha suonato «Dicitencello vuje» e «Malafemmena».
«La cosa che mi colpisce di più è vedere la musica italiana abbracciata con tanto calore».
Si, ma cosa risponde ai cazzulli che dicono che la sua è una canzone da matrimonio della camorra, che oggi la musica italiana è altro?
«Chi grida agli stereotipi spesso cerca solo polemica, o forse nasconde un complesso d’inferiorità. Si parla di leoni da tastiera, io li chiamo fancazzo».
Come gli risponde?
«Sono un ambulante dei sentimenti che crede ancora nella melodia. Sono un operaio della canzone che crede ancora che per cantare serva, innanzitutto, una voce, saper tenere il palco, rispettare il pubblico. Quando una canzone entra davvero nel cuore della gente diventa cultura popolare, tutto il resto è noia, rumore di fondo. Lo stesso con cui snob, classisti, razzisti della canzone, accoglievano Nino D’Angelo e Gigi D’Alessio: adesso li cantano sotto la doccia. Il mio brano piace. Ha il cuore nel passato e la testa nella modernità, sì lo so che questa frase la dico spesso, ma magari a Vienna non l’ho ancora usata. “Per sempre sì” è insieme retrò e contemporanea, la tradizione del matrimonio con una coreografia moderna, con la consapevolezza che se quel sì non dura per sempre l’importante è aspettare il prossimo sì, che non importa il sesso della persone che si ama, che conta solo l’amore. Noi italiani veniamo dal melodramma. La canzone napoletana è conosciuta a livello mondiale ed ha sempre cantato l’amore. Sbagliamo a sentirci un passo indietro: siamo sempre stati avanti».
Intanto il 29 maggio uscirà il suo nuovo album, titolo, nemmeno a dirlo, «Per sempre sì».
«È un racconto intimo fatto di vita quotidiana, emozioni e frammenti di realtà. Ogni brano è una fotografia del mondo che mi circonda. Dentro ci sono la poesia e il mio modo di guardare l’universo femminile».
Dopo sua moglie dentro ci sarà suo padre.
«Sì, un brano scritto dopo la sua morte, a Napoli qualcuno l’ha sentito dal vivo, finora mi provocava troppo dolore per inciderlo, lo duetto con mio figlio Francesco».
Lui è tra gli autori di «Per sempre sì» come di «Rossetto e caffè».
«Siamo una famiglia d’arte».
Altre anteprime dal disco?
«”Poesia”, una bachata, omaggio a una donna che ti cancella il raziocinio».
Ha vinto Sanremo e ora si gioca l’«Eurovision» sabato. A 57 anni: doveva succedere prima?
«La vita dà a ognuno il suo tempo, l’importanza è centrare i propri sogni. Mi auguro che il clamore non cambi ciò che sono davvero. A salvarmi è stata la gavetta, il partire dal basso: so cosa significa lottare. Vivo questo momento anche per chi continua a inseguire i propri sogni. Cantare per loro è da sempre il mio impegno».
Ma è vero che aveva presentato a Conti un’altra canzone?
«Si, “Pessimi pensieri”, scritta con Gigi D’Alessio, ma Carlo, all’ultimo minuto, ha scelto bene».
Ben cinque nazioni si sono ritirate dall’«Esc» per protestare contro la presenza in gara di Israele e il genocidio a Gaza.
«Faccio musica, sono un venditore ambulante di sentimenti. Come a tutti, mi sanguina il cuore, ma la musica per me è sempre stata portatrice di un messaggio di pace. Questo non vuol dire “sono felice e me ne frego di quello che sta accadendo”: questa consapevolezza la porto sul palco».
Come sta vivendo questi giorni?
«Questo è un circo, un allenamento quotidiano che ti lascia stanchissimo».
Ha citato Toto Cutugno, si è rifugiato in un ristorante napoletano a Vienna, ha distribuito sfogliatelle veraci di fronte allo storico Sacher Cafè. Un italiano vero?
«Mi hanno dato una patente, mi hanno dato una macchina e devo saperla guidare. La lingua italiana ha un suono meraviglioso. Dalla prima volta che sono arrivato qui per i party promozionali, ad Amsterdam e a Londra, tutti cantavano la mia canzone. Nella metro di Vienna, mentre giravo dei reel, ho visto degli stranieri che mimavano i gesti della mia coreografia. La musica è così potente che riconcilia tutto».
All’Ariston non l’hanno vista arrivare.
«Mi davano a 81, una quota per dire: “questo non vincerà mai”».
Adesso Agipronews la dà a 11, contro il 2,2 dei finlandesi, il 5,5 della Grecia e il 6 della Danimarca. Sisal la dava a 3 e dopo l’altroieri sembra credere un po’ meno nella sua vittoria, la quota a 6, dietro alle favorite Finlandia (2,20), Grecia e Danimarca (appaiate a 7,50). Continuano a non vederla arrivare, mister Da Vinci?
«Non vinco, tranquilli. So che c'è un sistema che si muove attraverso i numeri, è inutile prenderci in giro. Ma se partiamo dai numeri per fare musica, allora non abbiamo capito niente».