Cosentino, no del Pg: «Stop sconti di pena, resti ancora in cella»
Quello sconto cumulativo non è andato giù alla Procura generale. Più nello specifico, quel ragionamento con cui si crea una sorta di vincolo di continuazione tra un fatto del...
Quello sconto cumulativo non è andato giù alla Procura generale. Più nello specifico, quel ragionamento con cui si crea una sorta di vincolo di continuazione tra un fatto del 2009 (concorso esterno in associazione camorristica) e un altro episodio del 2015 (corruzione a colpi di rocco babà di un agente di polizia penitenziaria) non viene accettato per intero. Quanto basta a spingere la Procura generale ad impugnare il provvedimento che garantisce uno sconto di un anno e due mesi all’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino. Un caso che diventa una sorta di braccio di ferro, anche perché - all’indomani dello sconto di pena - si scopre che l’ex leader del Pdl ha già inoltrato a sua volta una richiesta di scarcerazione, con affidamento ai servizi sociali presso il Tribunale di Sorveglianza di Perugia (competente sul carcere di Spoleto, dove sta scontando le sue pene il politico casertano).
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Il duello
Insomma, un braccio di ferro, che nasce all’indomani della decisione dei giudici di Corte di Appello di defalcare un anno e due mesi rispetto al periodo di detenzione imposto alle due condanne incassate in questi anni dallo stesso Cosentino. Non è solo materia tecnica. Anzi. È questione di interpretazione dei due verdetti che vedono al momento in cella il personaggio che una ventina di anni fa occupava il ruolo di sottosegretario all’economia nel governo Berlusconi.
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Andiamo con ordine: Cosentino è stato condannato a dieci anni di reclusione per concorso in associazione camorristica (per le infiltrazioni nella società di smaltimento di rifiuti Eco 4), ma anche per aver corrotto un agente penitenziario con dei regali (un rocco babà) nel periodo di detenzione a Secondigliano nel corso di un processo dal quale sarà poi assolto. Due fatti diversi, lontani nel tempo, che hanno però una sorta di contatto: «Lo stesso modo di intendere la politica da parte del condannato, vale a dire come una occasione di malaffare, corruzioni, rafforzamento di legami di potere e criminali anche mediante il soddisfacimento diffuso di richieste di raccomandazioni di varia natura».
Il precedente
Una interpretazione firmata dai giudici della Corte di Appello (Luisa Toscano, Nicola Russo, Federica De Maio), in pieno accoglimento con il lavoro difensivo rappresentato dal penalista Dario Vannetiello. Più nello specifico, siccome i due fatti per i quali viene condannato Cosentino sono legati alla stessa forma mentis, è possibile garantire un «vincolo di continuazione tra i due procedimenti». Un vincolo che consente di scorporare un anno e due mesi dal computo finale delle due condanne, alla luce della continuazione tra un fatto e l’altro. Una ricostruzione su cui non è d’accordo la Procura generale, rappresentata da un inquirente veterano del calibro di Aldo Policastro. Ed è proprio dall’ufficio di pg che parte l’impugnazione con cui si punta a ribaltare il provvedimento della Corte di appello, grazie a una nuova decisione da parte della Corte di Cassazione.
Pareri
Intanto, la trama difensiva di Nicola Cosentino si fa sempre più incisiva. Dopo aver ottenuto lo sconto di pena - per cumulo delle due sentenze - si passa a una nuova mossa: è stata infatti avanzata una richiesta di affidamento ai servizi sociali, istanza inoltrata al Tribunale di Sorveglianza di Perugia. Anche in questo caso, alla luce del recente provvedimento favorevole da parte della corte di appello, la questione riguarda il pallottoliere: Cosentino - tramite i suoi legali - si dice convinto che il fine pena da scontare in cella sia al di sotto del tetto dei quattro anni (calcolando anche la buona condotta), rendendo così possibile un affido ai servizi sociali. Un ragionamento chiaro che dovrà vedersela però con l’analisi del parere da parte degli inquirenti, vale a dire da parte della Dda di Napoli e della stessa procura nazionale. Una vicenda che torna ad accendere i riflettori sui presunti contatti tra camorra, politica e imprenditoria negli anni in cui la Campania è stata devastata dall’emergenza ambientale (legata alla gestione delle discariche) ma anche dalle faide all’ombra dei clan casalesi.