Violenza a Napoli, la città si ribella e si rimette in cammino: «Un patto per la legalità»
Società civile, istituzioni, Chiesa, terzo settore. Le adesioni crescono ora dopo ora. La marcia popolare per l?educazione che oggi «invaderà pacificamente il centro...
Società civile, istituzioni, Chiesa, terzo settore. Le adesioni crescono ora dopo ora. La marcia popolare per l’educazione che oggi «invaderà pacificamente il centro città» è nata dal basso e ha coinvolto, man mano, sempre più persone. D’altronde la necessità di un netto «no alla violenza» è andata via via crescendo con gli episodi di cronaca nera che hanno segnato gli ultimi giorni. L’omicidio di un extracomunitario in porta Capuana, una sparatoria ai Quartieri spagnoli e l’accoltellamento di un minorenne in piazza Municipio hanno caratterizzato lo scorso weekend. E questa settimana non è andata meglio.
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Qualche giorno fa un omicidio a Ponticelli, a poco più di un mese dalla morte nella stessa area Est della vittima innocente Fabio Ascione. E ieri una nuova sparatoria al Corso Garibaldi, durante la quale è rimasto ferito con due colpi di arma da fuoco al gluteo e a una coscia un pregiudicato 39enne. Dall’area Est al centro storico, gli episodi di violenza coinvolgono tanti pezzi di città.
E da questo nasce l’esigenza di una risposta popolare. Che è attesa oggi in piazza, nella speranza che il meteo sia clemente, visto che proprio ieri è scattata l’allerta meteo. E gli organizzatori ci scherzano, ricordando l’appuntamento con una locandina per i social con l’immagine degli ombrelli aperti e la rivisitazione di “Senza ‘e te” di Pino Daniele: «E si chiove o jesce o’ sole...je vogl’alluccà!».
La manifestazione
«Non è il momento di voltarsi dall’altra parte, bisogna sporcarsi le mani», aveva detto qualche giorno fa il cardinale Mimmo Battaglia. E la prima firma tra gli aderenti alla marcia è proprio la sua, che sin dall’inizio del suo mandato ha spinto sul «patto educativo». Appuntamento alle 10,30 in piazza Garibaldi. Da lì il via alla marcia, colorata da musicisti e artisti di strada per rendere l’evento anche «momento di festa». Meta finale del corteo è piazza Dante dove si terrà un’assemblea pubblica. Oltre 150 associazioni aderenti. E la partecipazione di artisti e rappresentanti della società civile. Maurizio De Giovanni, Silvio Petrella, Valeria Perrella, Viola Ardone, Peppe Lanzetta, Roberto Andrò, Mimmo Basso, Costanza Boccardi, Luciano Stella e Isaia Sales, sono solo alcuni dei nomi che hanno annunciato l’adesione. All’appuntamento ci saranno almeno quattro assessori comunali e l’intervento della vicesindaca Laura Lieto. Ci sarà pure l’assessore regionale al Welfare Andrea Morniroli. Anche i partiti saranno presenti (ieri il segretario metropolitano del Pd Francesco Dinacci ha annunciato l’adesione dei Dem) ma senza bandiere. Perché la marcia è nata popolare e tale resterà. In piazza Dante dovrebbe toccare a Libera il primo intervento, mentre le conclusioni saranno dell'arcivescovo Battaglia.
Le richieste
Ma cosa chiedono gli attivisti? Lo chiarisce bene il coordinatore regionale di Libera Mariano Di Palma: «Mondo cattolico e laico, moderato e radicale si sono uniti per chiedere una sola grande politica pubblica: un “Decreto Comunità” per cambiare il modo di leggere i nostri territori e di costruire interventi sociali e culturali capaci di risollevare le condizioni di chi ci abita». In pratica? L’appello a tutte le istituzioni è a garantire continuità dei progetti educativi, dignità e stabilità con un salario mensile minimo di chi lavora nel sociale, l’accesso gratuito a cultura e sport, la riqualificazione e il riutilizzo sociale e pubblico degli spazi abbandonati. Mentre Don Battaglia torna a rilanciare il patto educativo: «È la forma concreta della speranza per Napoli: una rete viva che tiene insieme istituzioni, Chiesa e società civile, e che non può permettersi di spezzarsi. Napoli si salva solo restando insieme, e nessun futuro nasce senza un “noi” che resiste, educa e ricostruisce. La marcia popolare - l’appello di Don Battaglia - è un’opportunità importante per ribadire che la repressione non basta perché serve prevenzione».