Mellino: «Stop ai Quattro Passi, giustizia troppo lenta: per ora non riapriamo»
Il Mattino

Mellino: «Stop ai Quattro Passi, giustizia troppo lenta: per ora non riapriamo»

Domenica 17 maggio 2026
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Il tam tam è iniziato il 30 gennaio, giorno in cui il ristorante Quattro Passi è stato messo sotto sequestro su iniziativa della Procura di Torre Annunziata è finito. Chi...

Il tam tam è iniziato il 30 gennaio, giorno in cui il ristorante Quattro Passi è stato messo sotto sequestro su iniziativa della Procura di Torre Annunziata è finito. Chi sfogliava la margherita (riapre o non riapre?) dovrà trovare un’altra occupazione. Con una nota ufficiale inviata a Cook del Corriere, la famiglia Mellino chiude ogni dubbio e dichiara che non riaprirà questa stagione. L’unico ristorante tristellato a Sud di Roma, quindi, resterà chiuso.

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I motivi della decisione?

«Abbiamo sperato di poter riaprire, affidandoci ai nostri legali, e cercando anche di favorire una decisione che ci permettesse di lavorare questa estate. Ma purtroppo i tempi della giustizia li conosciamo tutti, non è colpa di nessuno, rispettiamo la magistratura e abbiamo fiducia nel lavoro dei giudici, ma è un dato di fatto con cui bisogna fare i conti» risponde Tonino Mellino, il fondatore del locale che ha aperto nel lontano 1982.

Si diceva in giro che stavate optando per altre soluzioni, tipo quella di riaprire in un'altra sede.

«Sì, abbiamo valutato tutto, ma alla fine ci siamo detti che sarebbe stato un ripiego, queste cose non si improvvisano nell’arco di un mese ma richiedono una lunga e accurata preparazione per poter mantenere gli standard che ci hanno portato ai vertici della gastronomia mondiale. E poi in fondo speravamo davvero che la situazione si potesse sbloccare».

Anche perché avevate richiesto un paio di condoni…

«Non entro nel merito della questione, i nostri legali sono al lavoro. Posso solo dire che mi spinge una convinzione: il tempo è galantuomo. Abbiamo sempre lavorato, siamo una famiglia sana e non dobbiamo vergognarci di nulla. Anzi, siamo orgogliosi di quello che abbiamo realizzato, che ha contribuito a dare lustro al territorio. Abbiamo fatto sacrifici su sacrifici, a cominciare dai miei figli che si sono perfezionati all’estero».

Perché gettare la spugna?

«Per due motivi. Il primo, più importante, è che abbiamo 40 persone, ossia 40 famiglie a carico che speravamo di mantenere con la riapertura. Ma se questa condizione non si realizza, più andiamo avanti e più diventa difficile per loro trovare un altro impiego. Ormai le brigate di cucina e di sala sono formate e non ci sono poi tanti spazi per nuovi ingressi. Se avessimo avuto un provvedimento in nostro favore, anche solo quindici giorni fa, avremmo potuto ripartire. Ma ormai è davvero tardi per qualsiasi soluzione».

E il secondo motivo?

«Risolvere questo dubbio, aprire o meno, ci consente di riorganizzarci più serenamente. Sembra un paradosso. Adesso ci dobbiamo concentrare con gli impegni esterni che abbiamo assunto con i clienti di tutto il mondo e dobbiamo rispettarli. Quindi, si tratta di organizzare i collaboratori necessari, e la decisione di sciogliere il nodo ci consente di affrontare gli impegni con la totale serenità mentre gli avvocati continuano a fare il loro lavoro. Al termine della stagione estiva, prenderemo una decisione definitiva con il tempo necessario per rispettare gli standard che abbiamo sempre garantito, senza improvvisare nulla».

Cosa avete in programma?

«Anche eventi importanti, come quello che abbiamo appena terminato a Venezia con Andrea Bocelli, dove abbiamo anche cucinato al matrimonio di Jeff Bezos a Venezia. Stiamo valutando anche altre ipotesi, ma per noi è prioritario impostare il lavoro per la stagione 2027, anche se è impossibile fare previsioni in questo momento».

Comunque la vicenda lascia l’amaro in bocca, almeno al momento.

«Certamente. Ci troviamo ad affrontare un problema che mette in discussione i sacrifici di una vita intera, ma siamo compatti e convinti che purtroppo nessuno ti regala niente. Quindi andremo avanti, lo dico agli amici, tantissimi, che ci sono stati e ci stanno vicino, e a quei pochi che hanno gioito. Non credo che la nostra chiusura porterà a loro qualche cliente in più, il mercato è mondiale ormai, non locale».

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