Pier Ferdinando Casini: «I deliri di Trump finiranno. Sbagliato rompere con gli Usa»
Il Mattino

Pier Ferdinando Casini: «I deliri di Trump finiranno. Sbagliato rompere con gli Usa»

Domenica 21 giugno 2026
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Pier Ferdinando Casini arriva a Benevento per il Mastella Pride, cioè la festa per i 50 anni di vita politica di Clemente. In questo contesto local, prima di andare al teatro romano per la...

Pier Ferdinando Casini arriva a Benevento per il Mastella Pride, cioè la festa per i 50 anni di vita politica di Clemente. In questo contesto local, prima di andare al teatro romano per la kermesse con Piantedosi e tanti altri e per fare il suo discorso in onore dell'amico sannita e democristiano, Casini analizza la questione dello scontro tra Trump e Meloni.

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Presidente Casini, davanti ai continui attacchi di Donald Trump, sta vacillando perfino il suo proverbiale americanismo?
«Nient'affatto. Ero filo-americano, lo sono tuttora e lo sarò anche dopo. I presidenti passano, i rapporti tra gli Stati restano. Così funzionano le democrazie liberali. E nonostante tutto, gli Stati Uniti sono ancora una democrazia liberale. Nella quale i giudici possono permettersi di bloccare le decisioni di un presidente».
Ma perché Trump insiste ad attaccare Giorgia Meloni?
«Non c'è niente di nuovo sotto il sole. Salvo che per quelli che si erano illusi che Trump fosse diverso da quello che è».
Meloni rientra secondo lei nella schiera degli illusi?
«Se si è illusa, si è accorta a sue spese di come stanno le cose. Distinguiamo tra la forma e la sostanza. Sul piano della forma, forse avrei fatto qualche sorrisetto in meno a Trump. Sul piano della sostanza, quando Meloni ribadisce le ragioni che l'hanno spinta a negare le basi italiane per la guerra in Iran, dice cose sacrosante. Difende la Costituzione. E non può che avere in questo l'approvazione del cento per cento degli italiani».

La premier ieri ha detto che non risponderà più alle offese di Trump. Fa bene?
«Fa molto bene. Questa non può diventare una telenovela. Io comunque, personalmente, non avrei neanche annullato i vertici di questi giorni con gli Stati Uniti, come ha fatto Tajani. Noi dobbiamo avere una postura chiara».

Ma non è una postura chiara non andare da chi ti insulta?
«Un conto sono i deliri di Trump. Un altro conto sono i rapporti istituzionali tra amministrazioni e tra Paesi. Non è che noi diventiamo anti-americani perché c'è un presidente come Trump. E aggiungo, per chi si meraviglia del trattamento riservato a Meloni: è lo stesso usato con repubblicani storici, come la deputata Liz Cheney, figlia dell'ex vice presidente degli Stati Uniti che io ricordo ai tempi della guerra in Iraq non come un falco ma come un super falco».

Sta dicendo che sono saltate le regole e The Donald offende a strascico?
«Sono saltati gli schemi politici tradizionali. Ma l'America è ancora quella di Chicago, dove Obama e Bush stanno assieme pur essendo in divergenza su tante cose».

Crede che l'escalation muscolarista di Trump lo porterà a perdere le elezioni di mid-term?
«Lo spero e lo credo. Io forse sono l'ultimo dei mohicani. Ma credo molto nell'Occidente, e non per retorica. Sono convinto che il nostro sistema possa anche essere pessimo, ma è il migliore che ci possa essere. Gli anticorpi esistono e possono fare il loro effetto».

Sta dicendo che Trump è un male di passaggio?
«È una reazione anche a certi eccessi macroscopici, come quelli determinati dalla cultura woke. Quando si eccede da una parte, c'è sempre la reazione uguale e contraria».
Lei a inizio luglio ci sarà alla festa dell'Independence Day nella residenza dell'ambasciatore americano a Roma?
«Vedremo. A me piacerebbe che ci andassero tutti. E se ci andasse il governo, a partire dalla Meloni, non sarebbe una prova di debolezza ma di forza. Significherebbe una sorta di non ti curar di loro ma guarda e passa. Noi abbiamo rapporti plurisecolari con gli Stati Uniti e con tutto il rispetto per Trump e per l'ambasciatore Fertitta, quando parliamo di relazioni con il loro Paese, stiamo parlando di cose un po' diverse. Soprattutto per chi, come Meloni, ha sempre giustamente reclamato la sua volontà di tenere unito l'Occidente, andare a Villa Taverna non in ordine sparso ma tutti insieme sarebbe un'ottima iniziativa, invece di far prevalere la piccola ripicca».
Trump dice che la presidente del Consiglio italiana vuole salire sul suo carro, ora che lui ha vinto in Iran. E così?
«Mi sembra che, anche in questo caso, Trump stia sfoggiando un ottimismo che non ha riscontro nella realtà. Prima di tutto, purtroppo, l'Iran è uscito rafforzato da questa guerra. E poi, mi sembra che in queste ore abbia chiuso di nuovo lo Stretto di Hormuz. È stata un'azione militare sconclusionata, che ha obbedito all'impulso di Netanyahu e che ha portato a risultati opposti a quelli sperati».
In conclusione, secondo lei Meloni sì è rafforzata o indebolita in questa vicenda con Trump?
«Vorrei fare una doppia considerazione. Le sue capacità di preveggenza non risultano rafforzate. Ma se fossi in lei, non piangerei troppo per quanto è accaduto. Essere oggi vicini a Trump, per qualsiasi europeo, è più un impaccio che un vantaggio».

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