Istituto Pascale, intervista ad Antonella Bonomo: «Cancro, cure sospese per avere il mio bimbo»
«Avevo 34 anni, un buon lavoro e una bella famiglia, desideravo un figlio più di ogni altra cosa. Con il mio compagno, quello che poi sarebbe diventato mio marito, pensammo che...
«Avevo 34 anni, un buon lavoro e una bella famiglia, desideravo un figlio più di ogni altra cosa. Con il mio compagno, quello che poi sarebbe diventato mio marito, pensammo che finalmente era arrivato il momento giusto».
Fin qui.
«Tutto regolare».
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Poi? Che cosa succede?
«Controlli di routine, ho sempre dato grande importanza alla prevenzione. Dall’ecografia al seno viene fuori un nodulo sospetto, “non mi piace” - disse il radiologo - “serve uno specialista, c’è bisogno di altri accertamenti e anche urgenti”».
Panico.
«Fu uno schianto, mai avrei pensato che potesse accadere a me, a poco più di trent’anni. Nel giro di una settimana, ve la faccio breve, vengo operata da un noto chirurgo in una clinica privata napoletana, subito dopo consulto l’oncologo».
Che cosa le disse lo specialista?
«Niente di buono, il cancro era piuttosto aggressivo, davanti a me c’era la prospettiva di cure lunghe e invasive, con una sola certezza».
Quale?
«Dimenticarmi di mettere al mondo dei figli. Alla mia domanda sulla possibilità di rimanere incinta, la risposta fu molto netta: “Cara signora, pensi a curarsi e a campare, lasci perdere i bambini”».
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Una sentenza vera e propria.
«Due insieme direi: il cancro da combattere e la maternità a cui rinunciare, però c’è il lieto fine».
E allora partiamo da quello.
«Oggi ho 43 anni, uno splendido bimbo di tre, un marito fantastico, sto bene, sono una donna felice e consapevole di avercela fatta».
Scenario completamente diverso dall’inizio della storia.
«Certo, in pochi mesi è cambiato tutto, o meglio: le persone sono cambiate».
Racconti.
«Avevo cominciato il ciclo di terapie previsto dal protocollo ma non riuscivo a darmi pace, mi sembrava che il mondo mi crollasse addosso. Piangevo più per il bambino, che credevo di non potere avere, che per la malattia».
Ha detto che non riusciva a darsi pace.
«Non mollavo, ero determinata a andare avanti. Passavo ore al computer cercando casi analoghi, consigli, farmaci, nuove terapie, chiedevo notizie a chiunque, fino a quando un’amica mi suggerisce il nome di un oncologo, un “luminare” - dice - “vengono a Napoli da tutta Italia per farsi curare da lui, prova a sentirlo”».
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Di chi si tratta?
«Michelino De Laurentiis, uno dei massimi esperti internazionali di tumore al seno: una garanzia».
Il direttore del Dipartimento di oncologia senologica del Pascale.
«Proprio lui. Riesco a farmi ricevere, ma nel frattempo erano anche passati un paio d’anni e vedevo la possibilità di avere un figlio allontanarsi sempre di più. In ogni caso il professore fu subito rassicurante, mi spiegò, tra l’altro, che quando si tratta di cancro non va curata solo la malattia, ma la persona, con i sogni e i progetti che si porta dietro».
I suoi erano quelli di mettere al mondo un bambino.
«A De Laurentiis, quanto fosse importante per me, fu subito molto chiaro al punto da decidere di mettere in atto una scelta tanto delicata quanto rivoluzionaria e - oso dire - coraggiosa».
Quale scelta?
«Sospendere - ovviamente in maniera ponderata e controllata - la terapia ormonale dopo tre anni, anziché cinque, per darmi la possibilità di tentare una gravidanza in sicurezza».
Decisione davvero coraggiosa.
«Non è stato facile, lo ammetto: controlli serrati, il terrore costante che la malattia potesse ripresentarsi, ma nonostante tutto la speranza di farcela non l’ho mai persa, e con Michelino De Laurentiis accanto mi sono sentita assistita e protetta: è un grande professionista dalla straordinaria umanità».
È andata bene.
«Non subito. La notizia che finalmente ero rimasta incinta è arrivata dopo un anno e mezzo dalla sospensione della cura. Il mio organismo, ma era previsto, ha avuto bisogno di un po’ di tempo per recuperarsi dallo stress della malattia. Quando è nato mio figlio avevo 40 anni».
Poi però la cura l’ha ripresa.
«Subito dopo il parto. L’ho ripresa e l’ho anche conclusa, mio marito ora vorrebbe un altro figlio, il professore De Laurentiis dice che potrei provarci ma francamente non me la sento, va bene così».
Come mai ha deciso di raccontare la sua storia.
«Anche questa non è stata una scelta facile. Non amo parlarne, se l’ho fatto è solo perché voglio far sapere alle donne che il tumore non ci impedisce di esaudire il legittimo desiderio di diventare madri».
Un esempio per tutte.
«Il professore De Laurentiis lo ripete spesso: si tratta di percorsi complessi che richiedono un’attenta valutazione clinica e un approccio multidisciplinare, ma che permettono a molte donne di non dover scegliere tra le cure e la maternità, integrando entrambe in un progetto di vita consapevole e condiviso».
A lieto fine.
«Certo. Storie come la mia dimostrano che oggi il cancro al seno, pur restando una sfida complessa, fatta di paure e incertezze, è sempre più spesso una battaglia che si può vincere senza rinunciare a sogni, desideri e ambizioni. Perché non si guarisce solo nel corpo ma anche nell’anima quando qualcuno ti permette di continuare a sperare».