?Se domani non torno?, Randi: «C?è un prima e un dopo la morte di Giulia Cecchettin»
Una storia che ha scosso l?Italia intera, quella raccontata in «Se domani non torno», diretto da Paola Randi, che ripercorre la vicenda di Giulia Cecchettin, ispirandosi al libro...
Una storia che ha scosso l’Italia intera, quella raccontata in «Se domani non torno», diretto da Paola Randi, che ripercorre la vicenda di Giulia Cecchettin, ispirandosi al libro Cara Giulia – Quello che ho imparato da mia figlia, scritto dal padre Gino e da Marco Franzoso (edito da Rizzoli), e presentato ieri in anteprima al «Giffoni film festival» e atteso nei cinema dal 5 novembre.
Nel cast Filippo Timi nel ruolo del padre, Tecla Bossa in quello della sorella Elena e Sabrina Martina in quello di Giulia. Il film non si sofferma sulla fine della vita della ventiduenne uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta, condannato all’ergastolo. Ma «racconta la storia di una ragazza che ha pagato la sua scelta, forse, con la vita, che va ricordata e celebrata. Giulia non è soltanto le sue ultime due ore di virra, ci sono altri 22 anni prima», ha ricordato il padre, che ha creato insieme ai figli la Fondazione Giulia Cecchettin per sensibilizzare sulla violenza di genere. «Abbiamo anche una responsabilità civile nei confronti degli altri ed il film è un modo per aiutare chiunque: il dolore che abbiamo vissuto se non viene raccontato opportunamente, potrebbe essere ripetuto e, questo, non lo vorremmo mai».
Randi, come nasce il progetto?
«Dal libro di Gino emerge chiaramente un sentimento di assenza. Quello che ho cercato di fare insieme a Lisa Nur Sultan, con cui firmo la sceneggiatura, a tutta la troupe ed al cast è di rappresentare il punto di vista della famiglia e di far comprendere cosa li abbia portati a questo atto di enorme generosità: trasformare un dolore privato in un elemento di impegno civile. Giulia, nel nostro film, vive attraverso il ricordo di quelli che l’hanno amata e ci sembrava la cosa più importante da fare. Abbiamo cercato di seguire il livello emotivo della vicenda dall'inizio alla fine».
Perché raccontare questa storia a tre anni dall’accaduto?
«Giulia non è stata l’ultima donna vittima di femminicidio. Noi, che per mestiere raccontiamo storie, abbiamo la responsabilità di riportare opportunamente ciò che accade, contribuendo così a cambiare la realtà. Per me, il confronto con Gino e la sua famiglia è stato fondamentale: loro mi hanno restituito l’urgenza e la fiducia necessarie per mettere insieme una squadra capace di lavorare al progetto nel modo migliore. Ognuno di noi ha lavorato con il massimo coinvolgimento emotivo, ma era inevitabile che fossi così».
Meglio raccontare tutto questo al cinema invece che in tv?
«Il linguaggio cinematografico permette un approfondimento ed un’immersione che la tv non consente, essendo un oggetto casalingo e, dunque, collocato in una stanza insieme ad altre cose, che possono distrarre l’attenzione del pubblico. Che invece, se si ritrova in una sala a condividere con tante altre persone la visione del film, è portato naturalmente a concentrarsi in maniera differente e a produrre un pensiero critico, che, io credo, sia alla base della libertà».
Quale morale trarre dalla storia Giulia, allora?
«Esiste un prima e dopo la sua morte. A seguito della sua vicenda, si è parlato di patriarcato, di femminicidio come una violenza commessa non da mostri ignoti, ma da persone che, in teoria, dovrebbero amarci. Esiste un problema culturale e sociale che riguarda tutti noi. Prima che accadesse a Giulia, il femminicidio non era percepito come tale. C’è ancora tanta strada da fare, va ridefinito il concetto di forza, dobbiamo attrezzarci di armi differenti, preferendo la civiltà, l’amore, la partecipazione sociale, la consapevolezza e la commemorazione».
Forse in questo le nuove generazioni sono un passo più avanti?
«Noi ci auguriamo di accendere un interesse con questo film, che sia intergenerazionale. C’è un problema di comunicazione tra la mia generazione e quelle più giovani: noi non abbiamo idea di quello che fanno loro sui social e loro non hanno idea di come usiamo noi questi mezzi. È essenziale trovare una fonte di dialogo costruttivo per riuscire a interfacciarci: dobbiamo metterci in ascolto e imparare dai più giovani, esattamente come ha fatto Gino con i suoi figli».