Conte, la Panchina d'oro e d'orgoglio
Dall'alto della sua quinta Panchina d'oro, più un'altra ottenuta in serie B e quella ?speciale? per la Premier conquistata con il Chelsea, Antonio Conte può...
Dall'alto della sua quinta Panchina d'oro, più un'altra ottenuta in serie B e quella “speciale” per la Premier conquistata con il Chelsea, Antonio Conte può prendersi il lusso di non fare alcun tipo dietrofront sulla questione del «si gioca troppo». Anche se, almeno fino ad adesso, non è che abbia fatto chissà quanti proseliti. Almeno pubblicamente. Chissà se i carbonari travestiti da allenatori gli hanno dato veramente una pacca sulle spalle e invitato ad andare avanti sulla crociata iniziata sabato sera dopo aver visto il suo capitano Di Lorenzo in lacrime su una barella con il sospetto della rottura del crociato. Ma qui, nella casa della Nazionale, nel centro tecnico federale, è una giornata di festa in cui c'è altro a cui pensare.
Allegri, nel frattempo, cogliendo l’attimo come Robin Williams, usa il solito arsenico quando deve far riferimento al collega campione d'Italia: «In 5 anni alla Juve ho vinto 5 scudetti e facevamo tutte le competizioni, è un piacere giocare la Champions». Conte non ha alcuna intenzione di rovinarsi il dì di festa, circondato dall'affetto di un bel po' di colleghi (c'è anche Eziolino Capuano con cui si ferma per qualche minuto a scherzare): «Non so cosa abbia detto Allegri, ero qui. So solo che lui di partite ne gioca poche...».
Qui, nella terra dei Guelfi e dei Ghibellini si capisce subito che non sarà affatto semplice affrontare la questione dei calendari troppo affollati perché c'è chi la pensa in un modo e chi in un altro. A partire dalla Federcalcio e dalla Lega Serie A: d'altronde, c'erano Gravina e Simonelli che all'idea di ridurre il numero delle squadre in campionato (vecchio cavallo di battaglia anche del presidente De Laurentiis che anche con l’Uefa ha più volte sollevato polveroni) non hanno mai fatto salti di gioia. In ogni caso, qui Conte insiste. È una questione di principio, a cui crede ciecamente: «Si gioca troppo». Dice il nome della malattia ma ancora non ha la cura. O la tiene per sé. «Ridurre la serie A? Io sono un tecnico, decidano gli altri, non compete a me». Verrebbe da dire, ha solo buttato il sasso nello stagno. In realtà fa intendere di averne parlato anche con gli altri tecnici presenti, che almeno lontano dai riflettori, stanno con lui. «Tutti sono d’accordo su quel tema e lo sono a 360°, c’è sicura solidarietà: il fatto è che nessuno fa nulla, non c’è neppure voglia di esporsi. Almeno l’infortunio a Di Lorenzo è meno grave del previsto: mi ero spaventato, pensando anche alla Nazionale e a Gattuso, perché magari si pensava a 6-7 mesi di stop e invece sarà solo un mese e mezzo o due». Invita ancora chi deve, a fare qualcosa. Lo fa con convinzione, da imperatore degli allenatori, con questa quinta Panchina d'Oro. «Ci sono istituzioni preposte: so che la federazione tedesca sta cercando soluzioni, dovrebbero farlo tutti. Il problema è che sono tutti d’accordo, ma non si sta facendo nulla. Bisogna prendere posizione, ma so che si andrà avanti così». Un po' sconsolato, quasi consapevole che questo è il Paese dei gattopardi, dove tutto cambia perché nulla cambi.
LA PREMIAZIONE
Ha vinto nettamente (20 voti su 47) su Gasperini (7) e Fabegras (4). Poi tutti gli altri voti sono andati in ordine sparso. Li ha presi anche Giampaolo. E vista la presenza di Maurizio Sarri, il tecnico della Grande Bellezza del Napoli, c'è poco da dubitare che il voto del comandante sia andato al suo figlioccio prediletto. Dice ancora. «Sono convinto che l’Italia possa andare ai Mondiali e recitare un’ottima parte, questa è stata la mia casa per tanto tempo, venire a Coverciano mi dà sempre grande gioia. La Panchina d’oro sempre un premio molto prestigioso, averlo conquistato stando sulla panchina del Napoli è davvero ancora più bello perché vincere a Napoli non è facile, è molto difficile. Averlo fatto vincendo il campionato col Napoli, da uomo del Sud, dà molto prestigio».
Sereno, sorridente, per molti sembra quasi un Conte inedito. Evidentemente non lo hanno mai visto in giro tra una partita all'altra concedere ai tifosi. «Perché non dovrei sorridere? I sorrisi in un giorno così non devono mai mancare. Durante le gare è diverso c’è lo stress del lavoro, un accumulo di fatica. Fai fatica a nasconderlo, ma bisogna sempre essere ottimisti e cercare di trovare sempre una soluzione». Quella che deve trovare lui contro il Genoa. Dove ci sarà Rrahmani e probabilmente anche Anguissa. E sicuro l'esordio del brasiliano Alisson Santos. «Non chiedetemi di lui, dovete parlare con gli addetti ai lavori, è giusto che parlino loro dei calciatori che arrivano». Forse, la risposta a chi vuole attribuirli i flop dell’estate: dalla serie, non faccio tutto io, anzi a volte non faccio nulla. Ovviamente, non è un lavarsi le mani. È solo la sua tecnica, quella di voler responsabilizzare il ds Manna e i suoi collaboratori. Probabilmente, Alisson non era il primo della lista dei desideri di Conte ma nella lista c'era. Altrimenti non sarebbe arrivato in azzurro. Infine il pensiero a De Laurentiis: «Dedico questo riconoscimento a tutta la mia squadra e al mio club. La Panchina d'oro è un premio che ti dà chi fa il mio stesso lavoro, che sa la fatica che c'è dietro ogni giornata». Il post del club in onore del suo tecnico è la sintesi perfetta: «Il premio meritato per uno scudetto storico».