«Fattore Mezzogiorno», così gli investimenti corrono verso il Sud
«Fattore Mezzogiorno». Ovvero, «una combinazione di dinamiche economiche, politiche pubbliche e capacità imprenditoriale che ha restituito all?area una rinnovata...
«Fattore Mezzogiorno». Ovvero, «una combinazione di dinamiche economiche, politiche pubbliche e capacità imprenditoriale che ha restituito all’area una rinnovata centralità nel dibattito sullo sviluppo nazionale». Il Check-up Mezzogiorno 2025, realizzato da Confindustria e Srm, il Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, spiega così perché da freno del Paese il Sud è diventato il nuovo motore della crescita. Un «fattore» appunto, verso il quale anche il report diffuso ieri restituisce l’immagine «di un’economia che, pur all’interno di un contesto macroeconomico e geopolitico ancora complesso e caratterizzato da elementi di incertezza, mostra segnali di rafforzamento strutturale e una dinamica di crescita che, negli ultimi anni, si è rivelata mediamente più sostenuta rispetto a quella del resto del Paese». È l’ultima conferma, in ordine di tempo, dell’avvenuto cambio di paradigma della narrazione meridionale: Confindustria e Srm dimostrano, dati aggiornati al 2025, che il «Mezzogiorno sta attraversando una fase di progressivo recupero che ha contribuito a una graduale riduzione dei divari storici rispetto alle altre macroaree. Tale percorso non è lineare né omogeneo tra territori e settori ma evidenzia elementi di consolidamento che meritano attenzione, soprattutto alla luce del ruolo crescente svolto dagli investimenti e dalle politiche pubbliche di sostegno». Insomma, rispetto al passato, «è cambiata la prospettiva: oggi esiste una traiettoria credibile di convergenza, che rende possibile trasformare una fase favorevole in un percorso strutturale di crescita».
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La spinta
Già, gli investimenti. È uno dei dati più interessanti del Check Up: un vero e proprio record assoluto il +4,3% del 2025 rispetto all’anno precedente, con la spinta formidabile proveniente dalla Zes unica alla quale - non a caso – viene dedicata un’ampia e approfondita analisi. Quasi 10.500 domande presentate lo scorso anno, con un incremento del 52% rispetto al 2024, mentre la richiesta complessiva di credito d’imposta ha raggiunto i 3,64 miliardi di euro (+42,8% su base annua), oltre 1.100 autorizzazioni uniche rilasciate (l’aggiornamento è di questi giorni): «A fronte di tali richieste, gli investimenti complessivamente attivati nel Mezzogiorno con la Zes unica superano i 7,3 miliardi di euro, oltre 2 miliardi in più rispetto all’anno precedente, a conferma della vitalità del tessuto imprenditoriale», ma si arriva a 30 miliardi con l’effetto moltiplicatore. La Campania assorbe circa il 37% degli investimenti complessivi e il 39% del credito richiesto, seguita da Sicilia e Puglia, che insieme portano a oltre i tre quarti del totale delle domande. Si rafforza soprattutto la struttura produttiva esistente ma l’interesse suscitato anche all’estero dalla semplificazione procedurale introdotta dal Governo lascia ben sperare sull’arrivo anche di investitori stranieri.
Zes a parte, però, il Mezzogiorno attrattivo si legge anche nell’aumento della platea di imprese investitrici: nel 2025 quelle che hanno realizzato investimenti nell’ultimo triennio è pari al 65%, in linea con il dato nazionale (67%) ma ben 15 punti percentuali in più del pre-Covid. Inoltre, sempre al Sud, l’incidenza degli investimenti «innovativi» sul totale è pari a quasi il 40%, +6% sul 2024 (il dato più alto in Italia), a riprova del fatto che le imprese meridionali si attrezzano per rispondere alle trasformazioni in atto. Dice Massimo Deandreis, direttore di Srm: «Un Sud più solido rappresenta oggi un fattore chiave di competitività per l’Italia e nel nuovo contesto geoeconomico può essere valorizzato il suo ruolo naturale nell’area euromediterranea come hub produttivo, infrastrutturale ed energetico, a beneficio dell’intero sistema Paese».
Gli indicatori
Di sicuro il cambio di passo del Mezzogiorno, favorito e sostenuto da precise scelte di politica pubblica, emerge dalla crescita di quasi tutti gli indicatori economici, unica eccezione per l’export, in leggera frenata e ancora penalizzato dalla crisi dell’automotive (ma farmaceutico e agroalimentare hanno percentuali di incremento importanti, rispettivamente +19% e +7%). Il Pil, ad esempio: nel periodo 2019–2024, la crescita cumulata (+7,7%) ha superato quella nazionale (+5,8%) e le previsioni 2025 (i dati definitivi si conosceranno a breve) indicano +0,7%, in linea con il dato medio italiano, e +0,9% per il 2026, anche in considerazione della progressiva messa a terra degli investimenti legati al Pnrr, altro pilastro del rilancio del Sud, con oltre 111mila progetti nell’area (la vera incognita, spiegano Confindustria e Srm, riguarda semmai la rendicontazione delle spese che deve avvenire entro fine anno: le percentuali attuali non sembrano incoraggianti).
E poi l’occupazione, cresciuta da tre anni di fila in termini percentuali più delle altre aree del Paese pur restando ancora distante da medie competitive. Colpisce in particolare il dato sugli incentivi all’occupazione femminile: «Le regioni meridionali concentrano 32.853 attivazioni, pari a quasi la metà del totale nazionale (48,1%), superando nettamente il Nord (37,2%) e il Centro (14,6%)», a conferma della maggiore efficacia della misura nel contesto meridionale. Morale: «Le politiche mirate possono produrre risultati significativi nel Sud quando rispondono a specifici gap strutturali del mercato del lavoro». Dice allora Natale Mazzuca, vice-presidente di Confindustria per le Politiche Strategiche per lo Sviluppo del Mezzogiorno: per rendere strutturale questa crescita «è necessario garantire certezza delle regole, continuità degli strumenti e coerenza delle politiche, in una visione di medio-lungo periodo», preservando e rafforzando «strumenti che stanno funzionando, a partire dalla Zes Unica Mezzogiorno».