Intervista ad Ada Colapetella: «Io, ceramista tra montagne e fiumi resto in Campania per creare bellezza»
«Accarezzo le pietre». Ada Colapetella, ceramista ?in? Piedimonte Matese, ha scelto non una ma più volte di rimanere nella sua cittadina a dispetto delle montagne...
«Accarezzo le pietre». Ada Colapetella, ceramista “in” Piedimonte Matese, ha scelto non una ma più volte di rimanere nella sua cittadina a dispetto delle montagne russe della vita, delle offerte ammiccanti che sono venute da Reggio Emilia sia per l’attrazione del luogo e delle sue imprese del settore, sia per l’aspetto economico. Ma lei è una donna di montagna, quella vera del Matese che si para di fronte e abbraccia la città, e di acqua, quella dei fiumi che attraversano il comune. Entrambi, montagna e acqua, ne definiscono anche la palette dei colori.
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Il percorso
«Ero piccola e mi piaceva disegnare. Volevo fare l’Istituto d’arte che era a Cerreto, a oltre 20 chilometri da casa. I miei genitori premevano per una scelta più domestica qui alla ragioneria», racconta Ada. La spuntò e cominciò il suo amore per la ceramica «anche se a scuola ci facevano fare solo disegni sulle piastrelle e la ceramica è altro».
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Nel 2002 comincia l’avventura: prima qualche lavoro in altre botteghe, poi le offerte da Reggio Emilia («ma che ci andavo a fare? Questa è casa mia!») e, infine, la scelta di provarci: «un laboratorio tutto mio». Piedimonte Matese - per quanto sia un centro con un fascino discreto, ma pur sempre con un suo fascino, e una storia che ha disseminato chiese, opere d’arte e palazzi gentilizi - non è una meta turistica che attira flussi importanti. E, quindi, quella di Ada era una scommessa: aprire il mercato locale, suscitare l’interesso per il bello della ceramica.
Gli esordi
Le difficoltà dell’avvio ma anche subito l’apprezzamento: «anni bellissimi», ricorda Ada. Non solo l’interesse della città per i suoi prodotti, ma i progetti con le scuole, quelli sociali, i laboratori estivi. Tutto all’interno del centro storico, dove Ada volle subito il suo laboratorio. Una scelta che qualche tempo dopo la mise di fronte a uno dei momenti più complicati. Ma questo dopo. Perché prima anche a Piedimonte Matese arriva la crisi del 2008 (giusto per capire com’è interconnesso il mondo e a quale velocità) e ordini e fatturato di Ada, la ceramista che fa tutto da sola, svaniscono in un attimo. «Da 100 sono passata in un lampo a 40! Dalla gioia per i risultati dei primi anni al terrore di dover gestire la sopravvivenza».
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Il centro storico
E non è finita. Con la crisi comincia pure la desertificazione del centro: «Man mano vedevo le altre botteghe chiudere e una sensazione di deserto che cresceva: la gente non veniva più in centro. Ma io non volevo mollare: la bottega, io, la ceramica stavano tutte insieme e stavano lì».
Ada resiste e va avanti. Il mercato aiuta e a dicembre 2019 «a sorpresa - dice - un incredibile boom di ordini: bomboniere per feste varie. Non ci credevo». Il diavolo, vestito da Covid, però, è dietro l’angolo. Quando arriva, Ada spera (come tutti) che si fermi prima alla Cina, poi alle grandi città. «Qui? Non ci credevo. Il 10 marzo stava chiudendo tutto, da me non ci sono assembramenti, pensai. E invece vennero i vigili e mi dissero “vai a casa”». Il resto è facilmente immaginabile: gli ordini spariti in un attimo. La difficile ripresa («io chiusa, i bar aperti») e il nuovo inizio. Piano piano tornano i clienti. E anche l’entusiasmo.
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L'argilla del Donbass
Scavallato il Covid, appena si era intravista un’ombra di normalità ecco arrivare la guerra in Ucraina. «Che c’entra l’Ucraina? L’argilla che usiamo arriva in stragrande maggioranza dal Donbass: quindi, tutto bloccato e prezzi impazziti. Così come quelli dell’energia. Ho pensato che fosse arrivata la fine» ricorda Ada. «Capii - aggiunge - che la situazione era compromessa quando mi chiamarono da Vietri per chiedermi se avessi una partita di argilla da cedere. Capisci che a Vietri non avevano l’argilla?». Ma anche questo, piano piano, con lo sblocco delle navi nei porti del Mar Nero, passa. Restano i segni e le decisioni da prendere. È il momento di una decisione difficile ma inevitabile: rimasta da sola in via San Rocco, nel centro storico, Ada decide di trovare un nuovo laboratorio e si sposta verso il centro ottocentesco della città. Lo fa con amarezza ma, come le disse un’amica per cancellare ogni tentennamento, «non lo salvi tu il centro e poi continui ad abitarci, quindi non è che te ne vai».
Il cambiamento
Da un pezzo di storia a un altro. Il nuovo laboratorio è di fronte al teatro Mascagni e all’edificio che Johann Jakob Egg, l'imprenditore svizzero che portò nel 1812 la filanda a Piedimonte, aveva destinato ad abitazione per i suoi operai. Perché Piedimonte è fondato sull’acqua con i suoi due fiumi, il Torano e il Maretto, che alimenta la storica centrale idroelettrica dell’Enel, e le reti idriche dell’acquedotto campano portando acqua fino a Ischia. E, quindi, quale miglior luogo per una filanda: Egg si portò dietro centinaia di operai svizzeri e ne formò altrettanti sul posto. E costruì un edificio dove ospitare gli operai svizzeri e protestanti.
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Ada lo ha di fronte l’edificio a ispirazione e monito: ispirazione per intraprendere nuove strade e monito perché la storia lascia sempre un segno. E la storia entra anche nelle creazioni di Ada. «Il mio colore è il verde - dice indicando la montagna alle spalle del nuovo laboratorio - perché io ci sono nata e vivo nel verde. E poi il blu, quello dell’acqua». Pentita di non avere scelto Reggio Emilia? «Magari avrei guadagnato di più, ma io qua sono felice».