Trapianto di cuore fallito a Napoli, la catena degli errori: 6 nomi nel mirino dei pm
Il Mattino

Trapianto di cuore fallito a Napoli, la catena degli errori: 6 nomi nel mirino dei pm

Lunedì 9 febbraio 2026
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L?amarezza, il dolore e la ricerca della verità. Mentre scatta una gara di solidarietà umana e mentre la speranza è che presto per il piccolo Tommaso - il bimbo di due...

L’amarezza, il dolore e la ricerca della verità. Mentre scatta una gara di solidarietà umana e mentre la speranza è che presto per il piccolo Tommaso - il bimbo di due anni e tre mesi affetto da una grave patologia cardiaca - possa essere destinato un cuore per il trapianto, a Napoli i pm sono al lavoro per chiarire eventuali responsabilità su quello che appare sempre più come un grave caso di colpa medica. Fascicolo aperto dalla sezione “Colpe mediche” della Procura coordinata dall’aggiunto Antonio Ricci, che sta valutando eventuali omissioni nelle procedure sanitarie adottate.

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Le inchieste giudiziarie aperte dalle Procure di Bolzano e Napoli - oltre a quella amministrativa, interna all’ospedale Monaldi - cercano di dare risposte ai punti ancora non del tutto chiari della vicenda consumatasi il 23 dicembre in una manciata di ore convulse. Quelle che hanno preceduto la spasmodica corsa verso il capoluogo campano con l’obiettivo di regalare una nuova vita a Tommasino.

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Nell’ufficio inquirente partenopeo ci si concentra sul ruolo avuto dai protagonisti del trasferimento del cuore espiantato dal corpo di un altro bambino morto in seguito ad un incidente in piscina. Sarebbero almeno sei i nomi sui quali si accende il faro dei magistrati.

La storia è ormai nota: l’organo da trapiantare al piccolo Tommaso (nome di fantasia) - che dall'età di tre mesi soffre di una grave forma di cardiomiopatia - è giunto a Napoli il 23 dicembre ormai inidoneo al trapianto, in conseguenza di un’errata procedura di conservazione. Nella speciale borsa di refrigerazione usata per il trasporto di organi umani era stato inserito ghiaccio secco al posto di quello normale.

La procedura corretta è invece un’altra, molto complessa: dopo il trapianto il cuore viene immerso in un sacchetto che contiene soluzione di preservazione (celsior, custodiol). È a quattro gradi centigradi e sterile; questo sacchetto viene sigillato e inserito in un secondo sacchetto sterile che contiene una minima quota della stessa soluzione fisiologica, e infine in un terzo sacchetto sterile che non contiene liquido ma serve per evitare contaminazioni e il contatto diretto del cuore con il ghiaccio. Queste sacche vengono poi immerse in un contenitore che contiene ghiaccio tritato: e a quel punto il contenitore stesso è pronto per il trasporto.

Nessun altro tipo di liquido - sottolineano gli esperti - può dunque entrare a contatto con l’organo; così come un’eventuale rottura dei sacchetti può risultare letale per l’organo nel momento in cui entra a contatto con il ghiaccio. Altro aspetto fondamentale riguarda le temperature di mantenimento degli organi da trapiantare. Il ghiaccio secco mantiene una temperatura di -80 gradi centigradi, l’azoto liquido di circa -200 gradi centigradi, mentre il ghiaccio tritato mantiene a quattro gradi, che è la temperatura per mantenere il cuore in uno stato di trapiantabilità.

I dubbi

Di fronte a questo quadro investigativo vanno ribaditi due punti molto importanti: il primo è che l’eventuale iscrizione nel registro degli indagati di soggetti ritenuti direttamente o indirettamente coinvolti nell’errore che ha determinato l’inutilizzabilità di quel cuoricino resta un atto dovuto e di garanzia, non rappresentando in alcun modo una anticipazione di colpevolezza; e il secondo investe l’ospedale Monaldi - che finora, correttamente, non ha inteso replicare né entrare nel merito, in presenza di un’indagine amministrativa interna che non è ancora chiusa - che resta un indiscusso polo di eccellenza medica riconosciuto in Italia e in Europa. La singola, drammatica vicenda, insomma, non deve lanciare ombre sul prezioso quotidiano lavoro di medici e di chiunque presta servizio nella struttura collinare. E identico rispetto merita l’ospedale di Bolzano.

Altro punto, la tempistica: va ricostruita sia la scansione temporale che parte dall’intervento di espianto eseguito da un’esperta equipe di medici e sia gli spostamenti dello staff sanitario partito da Napoli alla volta della città trentina (composto da due cardiochirurghi e un “perfusionista”: figura sanitaria cruciale nei trapianti di cuore che monitora i parametri vitali e il recupero ematico). Ancora una domanda: perché - come pare - per il trasferimento da Verona a Bolzano è stata usata un’auto e non una eliambulanza?

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La Asl del Trentino ha intanto emesso il seguente comunicato: “In merito al presunto errore nel trasporto di un organo prelevato presso l’Ospedale di Bolzano e destinato al centro trapianti Monaldi di Napoli, l’Azienda sanitaria dell’Alto Adige precisa che le attività di donazione e trapianto sono procedure altamente specializzate e complesse, regolate da rigorosi protocolli e norme vigenti. La competenza e la responsabilità per il prelievo del cuore, la sua corretta conservazione durante il trasporto e la successiva operazione di trapianto ricadono sull’équipe del centro trapianti ricevente. In linea generale, infatti, le operazioni di prelievo degli organi sono effettuate da équipe specializzate provenienti dai centri trapianti, mentre gli ospedali che hanno in cura il donatore mettono a disposizione le infrastrutture necessarie per l’intervento”. E ieri sera al Tg5 sulla vicenda è intervenuto il direttore generale del Centro nazionale trapianti Giuseppe Feltrin: «Abbiamo eseguito oltre 80mila trapianti che hanno consentito di salvare tantissime vite, quello che è successo non dovrà mai più accadere. Continueremo con massima attenzione e competenza a salvare vite», ha detto.

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