Glovo sotto controllo giudiziario per caporalato. Rider pagati 2,50 a consegna e puniti in caso di ritardo
Il panorama del food delivery in Italia è stato scosso oggi, 9 febbraio 2026, da un provvedimento giudiziario di portata storica che colpisce uno dei colossi mondiali del settore. Il...
Il panorama del food delivery in Italia è stato scosso oggi, 9 febbraio 2026, da un provvedimento giudiziario di portata storica che colpisce uno dei colossi mondiali del settore.
Il Pubblico Ministero di Milano, Paolo Storari, ha disposto in via d'urgenza il controllo giudiziario per l'ipotesi di reato di caporalato nei confronti di Foodinho, la branca italiana della multinazionale spagnola Glovo. Al centro dell'indagine, condotta con minuziosità dal Nucleo Ispettorato del Lavoro dei Carabinieri, vi è lo sfruttamento sistematico di una flotta di circa 40.000 rider operanti sull'intero territorio nazionale, di cui 2.000 concentrati nella sola area metropolitana di Milano.
APPROFONDIMENTI Rider 18enne travolto da un'auto, l'appello del papà di Fabio: «Buttato a terra e lasciato lì. Il conducente si metta una mano sulla coscienza»L'accusa mossa dalla Procura diretta da Marcello Viola è pesantissima: l'amministratore unico della società, lo spagnolo Pierre Miquel Oscar, risulta attualmente indagato per aver impiegato manodopera in condizioni di palese sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori per imporre condizioni contrattuali e retributive che violano i principi fondamentali della Costituzione italiana.
Il decreto di urgenza mira a interrompere immediatamente una situazione di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto, nominando Adriano Romanò come amministratore giudiziario. Quest'ultimo avrà il compito delicatissimo di affiancare l'azienda per regolarizzare la posizione dei lavoratori e implementare modelli organizzativi che impediscano il ripetersi di simili fenomeni degenerativi.
L’algoritmo della povertà: cifre e percentuali dello sfruttamento
I dettagli emersi dalle analisi tecniche della Procura disegnano un quadro di sproporzione retributiva che i magistrati non esitano a definire scioccante. Secondo i dati raccolti, le somme corrisposte ai ciclofattorini erano inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà stabilita dai parametri ufficiali e presentavano uno scarto negativo fino all'81,62% rispetto a quanto previsto dalla contrattazione collettiva di settore.
Si tratta di cifre che, secondo il Pm Storari, non garantiscono in alcun modo ai lavoratori una «esistenza libera e dignitosa», poiché del tutto difformi dai contratti firmati dalle principali organizzazioni sindacali.
L'inchiesta evidenzia come Foodinho abbia adottato una politica di impresa che «rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità», preferendo un modello di business basato sul risparmio forzato dei costi del lavoro a discapito della dignità umana.Il provvedimento ora dovrà passare al vaglio di un Giudice per le Indagini Preliminari, ma la natura d'urgenza del decreto sottolinea come lo sfruttamento dello stato di bisogno sia attualmente in atto e richieda un intervento chirurgico immediato per evitare ulteriori danni ai lavoratori.
Voci dal marciapiede: le testimonianze dirette dei rider sfruttati
Il cuore dell'indagine pulsa attraverso i verbali dei lavoratori, i quali hanno descritto agli inquirenti una quotidianità fatta di precarietà estrema e controllo asfissiante. Un rider ha messo a verbale parole che descrivono perfettamente il legame tra tecnologia e sottomissione: «Sono sempre geolocalizzato tramite l'app e, se sono in ritardo con una consegna, Glovo mi chiama per sapere cosa succede e mi punisce». Questa sorveglianza digitale costante si traduce in paghe misere, con i lavoratori che hanno riferito che il compenso varia tra 2,50 e 3,70 euro a consegna.
Molti di loro, operando con le proprie bici elettriche tra le zone del Duomo e della stazione Centrale di Milano, hanno confessato di riuscire a racimolare a stento 800 o 900 euro al mese, a fronte di turni massacranti di 12 ore di lavoro al giorno.
Oltre alla paga base irrisoria, i rider hanno denunciato un sistema di "penalizzazioni" applicate dall'algoritmo in caso di ritardi o rifiuti, trasformando l'app in uno strumento di disciplina autoritaria. Lo stato di bisogno economico è il motore che spinge questi lavoratori, in gran parte stranieri, ad accettare tali condizioni: molti hanno dichiarato agli investigatori di sopportare questi ritmi solo per poter sopravvivere e inviare piccole rimesse di denaro nei propri Paesi d'origine.
La posizione del sindacato Usb: il velo squarciato sulle finte partite Iva
L'Unione Sindacale di Base (Usb) è intervenuta con forza sull'esito dell'inchiesta, sostenendo che quanto emerso conferma anni di denunce rimaste spesso inascoltate. Secondo il sindacato, l'inchiesta milanese mette finalmente «nero su bianco ciò che denunciamo da anni: i rider non sono lavoratori autonomi, ma dipendenti a tutti gli effetti, mascherati da finte partite Iva per aggirare diritti, tutele e contratti».
L'Usb punta il dito contro l'organizzazione del lavoro interamente nelle mani delle piattaforme, sottolineando che la gestione tramite algoritmi che controllano tempi, percorsi e prestazioni rappresenta una subordinazione piena, esercitata attraverso strumenti digitali.
La classificazione dei rider come lavoratori indipendenti viene definita una finzione giuridica utile solo a scaricare ogni rischio d'impresa, dai costi di manutenzione dei mezzi alle assicurazioni per gli infortuni, sulle spalle dei lavoratori. Il sindacato chiede ora l'applicazione immediata del Ccnl Logistica, Trasporto Merci e Spedizione a tutti i rider di tutte le piattaforme, senza alcuna deroga, ribadendo che i rider non sono imprenditori di sé stessi: sono lavoratori e come tali devono essere riconosciuti.
La gig economy in Italia: un approfondimento sulla piaga del lavoro precario
Il caso Foodinho-Glovo non è un episodio isolato, ma rappresenta la punta dell'iceberg di una problematica strutturale che affligge il mercato del lavoro italiano: la precarietà della cosiddetta gig economy.
In Italia, la figura del rider è diventata il simbolo di una nuova forma di proletariato urbano, dove la flessibilità promessa dalle piattaforme digitali si trasforma spesso in una trappola di incertezza reddituale. Il modello di business di queste multinazionali si fonda sull'utilizzo di algoritmi opachi che gestiscono la domanda e l'offerta di lavoro in tempo reale, privando i lavoratori di una programmazione stabile della propria vita.
La mancanza di tutele elementari, come la malattia pagata, le ferie e una copertura assicurativa adeguata contro gli infortuni stradali, rende questo settore uno dei più fragili del sistema economico. La problematica del lavoro precario nei servizi di consegna riflette un divario normativo che il legislatore fatica a colmare, permettendo a colossi internazionali di operare in una zona grigia dove il confine tra lavoro autonomo e subordinato viene manipolato per massimizzare i profitti.
L'intervento della Procura di Milano segna dunque un precedente storico, richiamando le aziende a una responsabilità sociale che non può essere sacrificata sull'altare dell'efficienza tecnologica.