Assalto al portavalori, i due foggiani accusati di tentato omicidio: «Non hanno precedenti»
Si chiamano Giuseppe Iannelli, 38 anni, e Giuseppe Russo, 62, i due foggiani in carcere in stato di fermo perché ritenuti appartenenti alla banda che lunedì 9 febbraio ha...
Si chiamano Giuseppe Iannelli, 38 anni, e Giuseppe Russo, 62, i due foggiani in carcere in stato di fermo perché ritenuti appartenenti alla banda che lunedì 9 febbraio ha assaltato un portavalori sulla statale Brindisi-Lecce. Al termine degli accertamenti e dei relativi riscontri, i carabinieri hanno proceduto al fermo di indiziato di delitto nei loro confronti con le accuse, in concorso, di tentato omicidio, rapina pluriaggravata, porto e detenzione di armi da guerra, armi comuni e materiale esplodente, resistenza e lesioni aggravate a pubblico ufficiale
Il generale capo visita i brigadieri
Entrambi non hanno precedenti specifici. Si attende che il gip fissi l'udienza per la convalida del fermo. Nell'assalto al blindato la banda, composta da almeno sei persone, ha bloccato la superstrada all'altezza di Tuturano, ha fatto esplodere un furgone impugnando kalashnikov, ha rapinato una studentessa dell'auto per fuggire e, nel corso dell'inseguimento, ha sparato alcuni colpi contro una gazzella dei carabinieri, fortunatamente senza provocare feriti.
Il racconto dei carabinieri
Intanto Luca Petruzzo, brigadiere in servizio a Cellino San Marco, uno dei carabinieri che hanno inseguito i due presunti componenti della banda che oggi ha assaltato il portavalori con Kalashnikov ed esplosivo sulla strada Brindisi-Lecce, racconta quello che ha vissuto: «Ho ingaggiato l'inseguimento dell'auto con il collega a folle velocità - ha detto ai cronisti - e loro hanno sparato contro la nostra auto di servizio: siamo riusciti a evitare il primo colpo di fucile, il secondo ha colpito il parabrezza. Abbiamo ancora continuato nonostante i due colpi fino a quando siamo entrati nel centro abitato dove c'erano scolaresche ai bambini e lì abbiamo desistito per evitare conseguenze». Hanno sparato per uccidere? «Penso di sì», ha risposto. Poi ha precisato: «Non ci sentiamo eroi, facciamo il nostro lavoro».
Il vicebrigadiere Giuseppe Conte, del nucleo operativo radiomobile di Brindisi, non era in servizio ma si trovava sulla strada nel momento dell'assalto. Per questo ha dato l'allarme ma si è lanciato all'inseguimento dei malviventi con la propria auto. «Ho messo in sicurezza le persone ed è sopraggiunta una macchina dalla parte posteriore - ha spiegato ai giornalisti - ho provato a bloccarla pensando fosse qualche utente della strada che si si stava infilando per per avvicinarsi. Ma sono ripartiti e da lì ho cominciato ad inseguirli per una quindicina di chilometri. Durante l'inseguimento ero continuamente in contatto con la centrale, dando tutte le indicazioni che potevano essere date. In tutto questo sono stato speronato due volte da un'altra macchina, che credo fosse un'auto di supporto dei malviventi». «Il nostro è un lavoro di squadra, non di un singolo militare», ha concluso.