Gli Usa cedono il comando della base Nato di Napoli: «La guideranno gli italiani»
La Nato riscrive la propria struttura di comando attraverso una redistribuzione degli ufficiali superiori. Gli alleati hanno, infatti, concordato una nuova mappa del potere operativo nel corso di...
La Nato riscrive la propria struttura di comando attraverso una redistribuzione degli ufficiali superiori. Gli alleati hanno, infatti, concordato una nuova mappa del potere operativo nel corso di una riunione di venerdì scorso, annunciata ieri con una nota ufficiale e confermata dal presidente del Comitato Militare dell’Alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, dove «gli alleati europei, compresi i nuovi membri della Nato, svolgeranno un ruolo più importante nella leadership militare dell'Alleanza». La nuova assegnazione dei Comandi vedrà l’Italia al comando del Joint Force Command di Napoli, il Regno Unito a quello di Norfolk, mentre Germania e Polonia si alterneranno alla guida del comando di Brunssum, snodo cruciale del fronte orientale.
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Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, quindi, tutti e tre i Comandi congiunti operativi a quattro stelle saranno guidati da ufficiali europei. È un passaggio che segna una discontinuità sostanziale, poiché gli Stati Uniti, che finora guidavano direttamente due di questi comandi, cederanno posizioni chiave. Tuttavia non arretreranno sul piano strategico, poiché manterranno posti di primo piano. Va sottolineato, inoltre, che i cambi al vertice dei comandi operativi Joint europei non saranno immediati ma «implementati gradualmente nei prossimi anni, in linea con l'attuale rotazione programmata del personale».
LA RESPONSABILITÀ ITALIANA
Per l’Italia, la guida del Joint Force Command di Napoli è tanto un riconoscimento quanto una responsabilità. Il comando sovrintende al fianco sud dell’Alleanza, un’area che va dal Mediterraneo all’Africa settentrionale, attraversata da instabilità croniche, competizione energetica e proiezioni di potenza russe e cinesi. Attualmente il comando è affidato all’ammiraglio statunitense George M. Wikoff, che cumula l’incarico con la guida della flotta Usa per Europa e Africa. Roma diventerà ora un perno operativo. Non decide la strategia, ma ne gestisce l’attuazione sul terreno. Pianificazione, esercitazioni, prontezza: il lavoro meno visibile, ma indispensabile. È anche il segno di una fiducia costruita nel tempo, dentro una Nato che chiede agli europei di farsi carico di una quota crescente della propria sicurezza. «Per l’Italia significa un maggiore coinvolgimento nel comando e controllo. Non solo più ufficiali assegnati al quartier generale, ma anche una più ampia disponibilità di forze. Il ruolo resterebbe esecutivo, ma con un livello di responsabilità superiore rispetto al passato» spiega il generale Marco Bertolini, ex comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze. Ma chi potrebbe occupare questo ruolo? «Probabilmente un ammiraglio, come storicamente fatto dagli Usa. Ma essendo un comando operativo Joint, potrebbe essere designato anche un generale dell’Esercito italiano. Naturalmente chi sarà designato, dovrà aver maturato esperienze nella Nato» si sbilancia Luigi Chiapperini, generale dei Lagunari in quiescenza, analista militare del Centro Studi dell’Esercito, già comandante di vari contingenti multinazionali Nato e Onu.
LA SCELTA DI TRUMP
Washington quindi rinuncerà al comando delle forze Nato a Napoli e Norfolk. Una scelta coerente con un disimpegno annunciato e progressivo, accelerato dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. «Gli Usa - precisa il generale Chiapperini - lo hanno chiarito nei documenti che delineano la loro postura strategica futura: maggiore responsabilità agli alleati per la difesa militare convenzionale in Europa. È in tal quadro che va vista la proposta di attribuire a ufficiali europei la carica di comandanti di alcune strutture finora appannaggio degli Stati Uniti e di cui si discuterà nella Conferenza sulla Sicurezza che si terrà a Monaco di Baviera da venerdì a domenica prossimi». I motivi però sarebbero oltre che politici anche economici. «Il riassetto è coerente con la linea portata avanti da Trump fin dall’inizio, incentrata sull’aumento delle spese militari europee e su una più equa ripartizione degli oneri all’interno della Nato. Alla base della strategia americana c’è anche una motivazione economica. Ridurre i costi della presenza militare all’estero e trasferire oneri agli alleati è funzionale alla ristrutturazione dell’economia statunitense e al contenimento del debito» aggiunge il generale Bertolini.
I RUOLI
Tuttavia sarebbe un errore leggerla come un passo indietro. Gli Stati Uniti manterranno, infatti, il controllo dei gangli decisivi dell’Alleanza. Assumeranno il comando di MarCom, la struttura che governa le forze marittime, e conserveranno la guida suprema delle forze alleate in Europa, il ruolo di Saceur, ed è soprattutto in quest'ultima posizione che si decide la direzione strategica della Nato. Chi comanda Saceur dirige le operazioni, stabilisce le priorità, coordina le risposte. Il generale Alexus G. Grynkewich ha assunto l’incarico lo scorso luglio, chiudendo una fase di incertezza in cui si era ipotizzato un passaggio di consegne all’Europa. Ipotesi poi archiviata. La leadership politica e militare resta così americana. «Non sarà una rivoluzione» sentenzia Chiapperini. «Gli Usa - aggiunge - non solo manterranno la posizione apicale di Comandante supremo operativo dell’Alleanza (Saceur) ma assumerebbero la leadership delle forze terrestri, navali e aeree. Insomma, lo considero un passo in avanti per responsabilizzare gli europei ma non sufficiente a dare una reale svolta nel bilanciamento del peso tra alleati. Ciò non deve meravigliarci: dal punto di vista militare oggi non saremmo in grado di difendere autonomamente l’Europa, per via di decenni di sottofinanziamenti alla Difesa, con l’Italia, duole dirlo, in prima fila». Ne è convinto anche il generale Bertolini. «Washington manterrà il controllo strategico complessivo. Il potere militare resterebbe quindi saldamente nelle loro mani» spiega, aggiungendo che «gli Usa puntano a ridurre il proprio coinvolgimento diretto nella gestione quotidiana delle aree di crisi, come il Mediterraneo, delegandola agli alleati. Preferiscono interventi rapidi e mirati, evitando impegni militari prolungati». E sulla scelta del Joint Force Command di Napoli è certo che il motivo sia che «Napoli è centrale perché il Mediterraneo resta un’area strategica di lungo periodo. L’Italia dispone di capacità navali giudicate adeguate e ha un interesse diretto nella stabilità della regione». La Nato entra così in una fase nuova. Più europea nella gestione quotidiana, ancora americana nella visione strategica. Per l’Europa è una prova di maturità. Per gli Stati Uniti, un modo per restare al centro senza sostenere tutto il peso, anche economico.